I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) sono istituzioni totali che privano della libertà personale esclusivamente persone migranti e prive di documenti regolari. La selettività detentiva su base razziale di questi luoghi li rende a tutti gli effetti dei lager; per questo motivo, rappresentano la massima espressione del razzismo istituzionale italiano.

I Cpr sono nati nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, e al loro interno viene esercitata un particolare tipo di detenzione, definita amministrativa. Questa forma di reclusione affonda le sue radici in logiche e pratiche di stampo coloniale: l’uso della detenzione amministrativa come strumento di controllo sistemico è utilizzato da decenni da Israele nei confronti della popolazione palestinese, per poi essere assimilato ed esportato dall’Occidente come un vero e proprio dispositivo necropolitico.

Secondo la definizione del filosofo Achille Mbembe, il termine ‘necropolitica’ definisce l’insieme di politiche neo-coloniali, dirette e indirette, attraverso cui uno Stato esercita il potere di esporre alla morte – sociale, politica o reale – determinate categorie di persone rispetto ad altre. Applicata alla gestione dei confini, la necropolitica trova nei Cpr il suo braccio operativo. Tali strutture, infatti, non sono fallimentari per inefficienza, ma funzionano esattamente per come sono state progettate: luoghi intenzionalmente psicopatogeni e mortiferi, ideati per produrre un’esperienza di deumanizzazione sistemica. Dalla loro istituzione, sono almeno quarantacinque le persone decedute all’interno di queste strutture, vittime dirette del sistema Cpr.

Come evidenziato dall’infettivologo Nicola Cocco – membro della rete Mai più Lager – No ai Cpr e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm) – si tratta di un vero e proprio “migranticidio”, in cui la morte delle persone in movimento e ‘razzializzate’ non è un tragico incidente, ma il risultato deliberatamente perseguito delle politiche occidentali.

È in questo contesto che nasce la campagna di non idoneità alla vita in Cpr, promossa dalla rete Mai Più Lager – No ai Cpr, dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni e dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi). Infatti, in base alla normativa vigente, per essere trattenuta in un Cpr, una persona deve prima essere sottoposta a una visita medica di idoneità da parte di un* medic* del Servizio sanitario nazionale.

La campagna parte da un presupposto medico e deontologico eticamente inoppugnabile: i Cpr sono luoghi torturanti e psicopatogeni che generano malattia e possono condurre alla morte. L’appello rivolto alla classe medica chiede dunque un’assunzione di responsabilità rispetto ai rischi per la salute e alle condizioni di detenzione, fondandosi sulla certezza che nessun essere umano possa mai essere ritenuto idoneo alla tortura.

L’appello rivolto alla classe medica non si limita a contestare la fatiscenza o il degrado materiale dei singoli centri, ma si basa su un presupposto fondamentale: non sono solo le mura del Cpr a far ammalare, ma è l’essenza stessa di un’istituzione segregativa coloniale e razziale, che ha lo scopo di piegare il corpo e la mente fino ad annientarli.

La risposta istituzionale a questa presa di posizione non si è fatta attendere, traducendosi in un’assoluta criminalizzazione del personale medico che si è opposto. A febbraio 2026, otto medicɜ del reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, che avevano certificato l’inidoneità di alcune persone alla vita in Cpr, sono statɜ postɜ sotto indagine per falso ideologico continuato in concorso. Per tre di loro è scattata la sospensione dall’esercizio della professione medica per dieci mesi, mentre per lɜ altrɜ cinque è stato disposto il divieto di rilasciare certificazioni per i Cpr per la stessa durata.

L’azione repressiva è poi culminata il 16 settembre 2026, quando oltre 23 medicɜ in tutta Italia hanno subito perquisizioni domiciliari e sul posto di lavoro con le medesime accuse. Nicola Cocco e le tre mediche sospese di Ravenna sono attualmente indagatɜ per associazione a delinquere finalizzata alla diffusione di falsi ideologici, con l’accusa di voler ostacolare i trasferimenti nei Cpr e le conseguenti espulsioni.

La vicenda solleva una questione etica fondamentale per l’intero corpo medico e per la società civile: quando la pratica medica viene costretta a farsi ingranaggio della macchina statale di coercizione e segregazione razziale, la cura cessa di essere tale e trapassa apertamente nell’abuso. Ed è quindi imprescindibile, umanamente e deontologicamente, che la collettività medica si allinei sulla presa di posizione che la tutela e la salute delle persone devono e dovranno venire sempre prima di ogni altra cosa. E contrastare forme di violenza istituzionale che nuocciono alla salute.