Il 23 settembre scorso, a Quinto di Treviso, è stata organizzata dalla Fillea Cgil l’assemblea nazionale dei Rlst-Rls di categoria. La data coincideva con il compleanno di Mattia Battistetti, morto il 29 aprile 2021 a soli 23 anni, travolto e schiacciato da un carico di quindici quintali di impalcature (tubi Innocenti). Il carico si è sganciato improvvisamente da una gru. Mattia lavorava in un’impresa in subappalto ed era entrato in quel cantiere da pochissimo tempo. Questa premessa è importante: prima di parlare di numeri, bisogna dare nomi e volti a queste statistiche.

Il 2026 conferma una dura verità: il Veneto continua a pagare un tributo di vite e infortuni sul lavoro che non accenna a diminuire in modo strutturale. Negli ultimi anni la traiettoria veneta si è dimostrata speculare alla tendenza nazionale. Dopo i dati Inail del 2025, che avevano registrato in Italia quasi 600mila denunce di infortunio (+1,4% sull’anno precedente) e oltre 71mila casi nella sola regione, il 2026 in Veneto registra nei primi sette mesi già 66 vittime. Un’incidenza di infortuni mortali che colloca diverse province in fascia critica di rischio.

Istituzioni regionali e statali puntano sul potenziamento dei piani regionali per la prevenzione negli ambienti di lavoro (Spisal) e sul sistema della “patente a crediti” per i cantieri. Misure ancora insufficienti.

La situazione degli organici dedicati alle ispezioni resta il vero collo di bottiglia. Nonostante il piano nazionale di reclutamento dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (Inl) e le nuove assunzioni previste tra il 2026 e il 2028, la copertura sul territorio veneto soffre di carenze croniche. I tecnici della sicurezza e i medici del lavoro degli Spisal delle Ulss operano con organici sottodimensionati rispetto all’elevata densità di imprese.

Il tasso di irregolarità riscontrato durante i controlli operati resta altissimo. Oltre l’80% nelle verifiche sulla salute e sicurezza, a dimostrazione di come le poche aziende ispezionate risultino per la maggior parte non a norma.

C’è poi il problema della precarietà lavorativa e le catene di appalti al ribasso, considerate la prima causa di crollo degli standard di sicurezza.

Sulla patente a crediti nell’edilizia, per la Fillea non corrisponde alla qualificazione d’impresa che il sindacato ha chiesto da sempre e che prevedeva il dispositivo normativo del d.lgs.81/08 che è stato modificato. La patente a crediti viene rilasciata senza controllo preventivo su documenti autocertificati, senza controllo successivo sul mantenimento dei requisiti, e viene addirittura introdotto, ai fini della programmazione dei controlli sulle attività economiche (decreto semplificazioni 103/24), un preavviso di dieci giorni per le ispezioni ordinarie da parte dell’Itl territoriale con l’elenco della documentazione necessaria.

Se la visita ispettiva ha esito positivo, l’impresa può essere esonerata da ulteriori verifiche per dieci mesi. È evidente che in mancanza di controlli stringenti aumenti il rischio di irregolarità e di violazioni su salute e sicurezza sul lavoro e tutela dei diritti dei lavoratori.

Quando un lavoratore o una lavoratrice non rientrano a casa dopo una giornata di lavoro, è una sconfitta per tutti, che spesso però si traduce solo nella commozione del momento e nel dolore straziante dei familiari.

Morire di lavoro non è una scelta ma un fatto improvviso che lascia rabbia e sgomento in chi resta.

Tutta questa insicurezza ogni anno costa allo Stato somme individuate fra il 3% e il 6,3% del Pil. Questi sono i dati di uno studio realizzato qualche anno fa da due docenti della Università Statale di Milano in collaborazione con il magistrato Bruno Giordano, allora capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro, per conto della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni del lavoro in Italia. Parliamo di cifre che vanno da un minimo di 48 miliardi ad un massimo di 110 miliardi di euro.

Costi diretti come spese sanitarie, assenze retribuite, perdita di reddito, risarcimenti, assicurazioni, costi amministrativi, giudiziari, sussidi; indiretti quali la riduzione della capacità lavorativa, perdita di produzione, danni di immagine, pensionamenti anticipati e disabilità. Costi intangibili rappresentati dal dolore, cambiamento di stile di vita, incapacità di accesso al mercato del lavoro, effetti negativi sui colleghi. Persone, volti e nomi che lo Stato non ha saputo proteggere.

La giornata del 23 settembre si è conclusa con uno spettacolo dedicato a Mattia, “El paron è sempre assolto” di e con Donatella Allegro, con le musiche di Daniele Branchini. Il processo sulla morte di Mattia si è concluso il 18 marzo 2026 con l’assoluzione dei datori di lavoro delle imprese coinvolte, perché il fatto non sussiste. Sono stati condannati il coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione (Cse) e altri due lavoratori. Un epilogo a cui purtroppo non riusciamo ad abituarci né a rassegnarci.

Mattia e tutte le centinaia di vittime sul lavoro non sono numeri, non sono semplici fatti di cronaca. Sono figli e figlie, padri e madri. Sono persone con un nome che meritano attenzione, rispetto e verità.