Quando Bruno Trentin pubblica “La città del lavoro”, il fordismo ha già mostrato da tempo i segni del suo declino ma la sinistra e il sindacato sembravano ancora impreparati a comprenderne la portata. Trentin scorge in quella crisi una possibilità storica, un bivio da cui può nascere una società più libera o, al contrario, una nuova rivoluzione passiva, per usare una categoria gramsciana che riprende con insistenza.

La posta in gioco è la libertà nel lavoro perché è attraverso di essa che la persona umana si autorealizza e afferma il proprio progetto di vita. Il superamento del fordismo, accelerato dalla rivoluzione informatica e dalla mondializzazione dei mercati, ha fatto emergere un nuovo rapporto tra lavoro e conoscenza che Trentin considera la sfida più grande del nostro tempo. In “Lavoro e conoscenza”, la lectio doctoralis pronunciata a Ca’ Foscari nel 2002, parla di uno “straordinario intreccio che può portare il lavoro a divenire sempre più conoscenza e quindi capacità di scelta e, quindi, creatività e libertà” ma avverte subito che si tratta soltanto di una potenzialità, di un esito possibile ma non certo.

La qualità e la creatività del lavoro divengono fattori insostituibili della competitività delle imprese e della ricchezza delle nazioni, e il lavoro concreto, fatto di conoscenza, responsabilità e iniziativa, tende a soppiantare il lavoro astratto, parcellizzato e senza qualità, che era stato il cuore del modello fordista. Tuttavia Trentin non cede a facili ottimismi: il fordismo è morto ma il taylorismo no. La reazione spontanea di molte imprese alla crisi del sistema è quella di accentuare i connotati autoritari della fabbrica, costruendo un rapporto diretto di autorità sul singolo lavoratore ed estromettendo il sindacato dalla regolazione del lavoro.

Nel conflitto sociale c’è sempre in gioco la libertà ‘nel’ e ‘del’ lavoro. Questa libertà è una conquista che richiede un conflitto costante contro i due postulati dell’organizzazione scientifica del lavoro: la rigida divisione tecnica delle mansioni e la rigida divisione gerarchica. Trentin auspica un nuovo contratto sociale basato su quello che definisce un diritto allo sguardo, ovvero il diritto all’informazione, alla consultazione e al controllo sull’oggetto del proprio lavoro. Questo si traduce in una codeterminazione delle decisioni in cui il lavoratore, pur non potendo sostituirsi al management nella responsabilità ultima, diventa un soggetto attivo e responsabile del processo produttivo.

Di conseguenza, il sindacato e la sinistra sono chiamati a un profondo rinnovamento culturale e politico. Trentin critica duramente la loro subalternità al fordismo e la loro azione spesso limitata a una logica meramente risarcitoria e redistributiva. La sua proposta è quella di un sindacato dei diritti che metta al centro la persona e la sua libertà. In questo schema teorico la conoscenza è vista sia come la principale forza produttiva che come una possibile fonte di nuove fratture sociali.

Nella lectio doctoralis del 2002 Trentin parla esplicitamente della “enorme questione che sorge nell’era delle trasformazioni tecnologiche dell’informazione: quella della socializzazione della conoscenza, per impedire, con il digital divide, la creazione di un fossato sempre più profondo fra chi è incluso in un processo di apprendimento nel corso dell’intero arco della vita e chi è brutalmente escluso dal governo di questo processo”. Teme, dunque, che la conoscenza, invece di essere uno strumento di emancipazione diffusa, diventi un nuovo principio di divisione sociale, una divisione di classe tra chi sa e chi non sa.

La formazione lungo tutto l’arco della vita diventa un diritto fondamentale e uno strumento di libertà, da mettere in relazione al concetto di capacità, richiamandosi esplicitamente ad Amartya Sen. La ‘capability’, scrive, “non comporta soltanto la garanzia di una incessante mobilità professionale e sociale che deve ispirare un governo della flessibilità che non si traduca in precarietà e regressione”, ma rappresenta “anche l’unica opportunità (solo questo, ma non è poco) di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, ‘governando’ il proprio lavoro”.

Sono elementi che richiamano le più recenti riflessioni pedagogiche di Massimo Baldacci. L’economia della conoscenza richiede che l’istruzione porti alla capacità di cambiare testa quando il mondo cambia. Serve un abito mentale flessibile, cioè capacità di apprendere, disimparare e riapprendere. È ciò che serve al lavoratore per riconvertirsi quando il lavoro cambia e al cittadino per pensare criticamente e partecipare alla democrazia. Creare questa flessibilità significa formare insieme produttore e cittadino, cioè l’uomo completo.

C’è una convergenza piena con Trentin, la cui proposta è, infatti, quella di valorizzare le capacità di ogni persona in una prospettiva di giustizia sociale e di piena realizzazione umana, facendo della conoscenza la base di un nuovo contratto sociale.