
Riflessione su 45 anni di lavoro, 28 da sindacalista.
È arrivato il momento: la pensione, la fine dell’obbligo del lavoro quotidiano. Inevitabile una riflessione sui tanti anni trascorsi, su come sarà la vita senza la necessità di un lavoro per poter vivere, su cosa fare in quel tempo liberato da doveri e responsabilità.
Per chi, come me, ha avuto il privilegio di poter fare della propria passione politica l’attività quotidiana di lavoro, diventa anche un momento di riflessione su quanto fatto negli anni trascorsi da sindacalista.
Ho lavorato oltre 45 anni di cui gli ultimi 28 da sindacalista a tempo pieno. Non avevo ancora vent’anni quando iniziai a lavorare. Il mio primo impiego fu nello studio di un avvocato, uno dei pochi che assumeva regolarmente le proprie dipendenti. Il mio primo stipendio, inferiore a quanto riportato in busta paga, fu esattamente corrispondente alla ‘paghetta’ mensile che dava alla figlia studentessa universitaria poco più grande di me. Lo vissi come un’umiliazione e provai un forte senso di ingiustizia: il mio lavoro, il mio tempo valevano quanto la mancia alla figlia. Sono convinta che fu quell’episodio a segnare le mie scelte successive. Me ne sarei andata.
Vinsi uno dei concorsi a cui avevo partecipato e divenni dipendente comunale. Mi iscrissi subito alla Cgil, l’organizzazione sindacale che meglio rappresentava il mio desiderio di maggiore giustizia sociale. Credevo che lavorare nel settore pubblico, svolgere un servizio per la collettività sarebbe stata un’attività appagante. Mi resi conto subito che non era sufficiente, iniziai così la mia attività sindacale.
Nei primi anni il mio impegno sindacale corrispondeva esclusivamente all’interesse per quanto succedeva nel mio posto di lavoro, il ruolo di delegata per provare a lavorare meglio e offrire un servizio migliore, per me e per i miei colleghi. La consapevolezza che non bastava occuparsi del proprio posto di lavoro sorse molto presto. Iniziai ad occuparmi dei problemi del pubblico impiego e a partecipare alle attività della Camera del Lavoro.
Erano anni in cui il lavoro sindacale era soprattutto militanza. Non c’erano permessi per assentarsi in orario di lavoro, così per le riunioni ci si ritrovava spesso al termine della giornata lavorativa. Fuori orario di lavoro svolgevo periodicamente nella sede della Cgil un recapito di consulenza per dipendenti pubblici su questioni previdenziali. Erano gli anni della discussione sulla scala mobile e delle componenti in Cgil, ma non furono quelle le discussioni che mi appassionarono, ero ancora molto concentrata sul mio ‘piccolo mondo’ del lavoro.
Il vero cambiamento fu determinato dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, dalla convinzione che quell’evento avrebbe cambiato – in meglio – anche il mondo occidentale. Sorrido, oggi, dell’ingenuità e superficialità di quelle riflessioni.
Seguirono anni sindacalmente intensi: la disdetta della scala mobile da parte di Confindustria, l’accordo del luglio 1992 che cancellò la scala mobile, l’accordo del 23 luglio 1993 sul nuovo modello contrattuale. Partecipai attivamente alle discussioni in Cgil e decisi di aderire ad ‘Essere Sindacato’, la mozione congressuale del 1991 che contestava la linea tenuta dalla Cgil. Ricordo con emozione, ed anche un po’ di nostalgia, l’impegno di quel periodo, le discussioni con i funzionari, le assemblee nei posti di lavoro nel corso delle quali confrontavamo modi diversi di intendere l’azione sindacale.
Quegli accordi furono l’origine della progressiva e continua perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni con cui facciamo i conti oggi. I lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese rinunciarono ad un sistema di tutela automatico delle retribuzioni a cui non seguì una corrispondente redistribuzione della ricchezza, oggi appare davvero ingenuo l’aver creduto che l’aumento della produttività ed i relativi compensi da distribuirsi con la contrattazione avrebbero determinato una reale tutela delle retribuzioni.
Mantenni la mia adesione all’area programmatica di sinistra e nel congresso del 1996 sostenni il documento di ‘Alternativa Sindacale’, ottenendo la maggioranza nella mia categoria. Entrai così a far parte della segreteria della Funzione pubblica della Camera del Lavoro di Legnago. Nello stesso anno, con la riorganizzazione della Cgil, la Camera del Lavoro di Legnago fu accorpata a quella di Verona, creando la Cgil provinciale. Continuavo l’attività sindacale dal mio posto di lavoro.
Nel 1998 mi fu chiesto di occuparmi a tempo pieno della Funzione pubblica. Non fu una decisione semplice: il mio lavoro in Comune mi dava soddisfazioni e con i colleghi mi trovavo bene. Soprattutto avevo un figlio di tre anni e mi sembrava difficile riuscire a conciliare attività sindacale a tempo pieno e maternità. Decisi comunque di provare e accettai. Il primo impegno che mi trovai ad affrontare fu la campagna elettorale per le Rappresentanze sindacali unitarie del Pubblico impiego, la prima conseguente agli accordi nazionali sulla misura della rappresentanza nel settore pubblico. La Cgil divenne il sindacato più votato e le nuove Rsu determinarono la prima grande campagna di contrattazione integrativa nei posti di lavoro pubblici. Fu un periodo per alcuni aspetti entusiasmante, sembrava che con la contrattazione si potesse incidere davvero sulle condizioni di lavoro e coinvolgere lavoratori e lavoratrici nell’attività sindacale.
Iniziarono però anche i processi di esternalizzazione di servizi, sia nei Comuni che nelle Aziende sanitarie. Ricordo, in particolare, una battaglia di alcuni mesi, promossa con le operatici sociali dei centri diurni per disabili, contro l’affidamento dei centri ad una cooperativa. Nonostante il coinvolgimento delle amministrazioni comunali interessate, i presidi in concomitanza delle conferenze dei sindaci dell’Ulss, gli scioperi, non riuscimmo ad impedire l’appalto. Quell’occasione dimostrò come non vi era sufficiente consapevolezza generale di cosa significasse affidare in appalto a privati servizi ai cittadini: oltre a peggiorare le condizioni di lavoro e le retribuzioni di lavoratori e lavoratrici interessati, avrebbe comportato una perdita di qualità del servizio.
Una consapevolezza che non era diffusa nemmeno in Cgil. I bilanci degli enti pubblici erano in sofferenza e l’erogazione del servizio a costi inferiori era la priorità, si doveva risanare il bilancio dello Stato e ridurre il debito pubblico. Da allora sono passati parecchi anni, gli enti pubblici sono sempre più in sofferenza, così pure l’erogazione di servizi, al punto da non riuscire più a garantirne l’universalità. Il debito pubblico è sempre più alto.
Mi sono occupata di enti e servizi pubblici per molti anni, da funzionaria e poi segretaria generale della Fp, successivamente anche da segretaria confederale della Camera del Lavoro di Verona. In questo ruolo ho cercato di costruire alleanze con associazioni e altri soggetti della società civile con cui poter condividere risultati comuni, anche parziali. L’obiettivo era – ed è ancora – cambiare il modello di sviluppo. Da sola anche la grande Cgil non poteva farcela, bisognava costruire percorsi comuni con altri soggetti. Provai a farlo su singoli temi: la pace, la parità di genere, l’immigrazione. Molte le iniziative e i tavoli comuni avviati.
Ricordo con particolare emozione il successo (singolare per una città come Verona) nel settembre 2015 della Marcia dei Piedi Scalzi: oltre mille persone che a piedi scalzi percorsero in corteo il quartiere multietnico di Veronetta, coinvolgendone gli abitanti. In un periodo in cui si teorizzava la coalizione sociale, il coinvolgimento del popolo della Cgil fu però veramente scarso.
Negli anni i problemi non sono cambiati, semmai sono peggiorati. È cambiato però l’atteggiamento delle persone: lavoratrici, lavoratori, cittadine e cittadini. C’è disaffezione, senso di impotenza, la convinzione sempre più diffusa che l’impegno sindacale sia inutile. Lo stesso atteggiamento che ho riscontrato in molti lavoratori in Flai, la categoria del settore agricolo e dell’industria alimentare che ho diretto come segretaria generale dopo aver concluso il mio incarico confederale.
In Flai ho conosciuto il lavoro nell’industria e l’attività sindacale in aziende industriali, molto diversa dalla mia precedente esperienza. Ho sperimentato la soddisfazione per la chiusura di integrativi aziendali importanti e la bocciatura dei lavoratori di un’ipotesi di accordo sull’organizzazione del lavoro non ritenuta soddisfacente. Ho toccato con mano l’agricoltura e il lavoro povero che la caratterizza, lo sfruttamento e l’osceno fenomeno dei flussi immigratori del lavoro stagionale. Fenomeno osceno perché da un lato è funzionale alla narrazione di un’invasione straniera, che genera consenso elettorale, dall’altro risponde alla domanda di manodopera a bassissimo costo. Non a caso l’attuale governo ne ha raddoppiato i numeri, incurante del fatto che una gran parte di questi lavoratori, che arrivano regolarmente in Italia, nell’arco di pochi mesi diventano irregolari.
Non mi sono mai pentita della scelta fatta 28 anni fa. Devo molto alla Cgil. Ho provato grandi soddisfazioni per risultati conseguiti, orgoglio per la riuscita di iniziative, impotenza e sconforto per non riuscire a dare risposte positive a chi riponeva in noi fiducia per la soluzione di un suo problema. Rimango fermamente convinta che dobbiamo cambiare l’attuale modello di sviluppo e la società diseguale e ingiusta in cui viviamo. Sono altrettanto convinta che dobbiamo ripensare le modalità della nostra azione.
Credo che il tema principale del congresso a cui ci stiamo avvicinando dovrebbe essere: quali azioni concrete e quotidiane la nostra organizzazione debba svolgere per ‘scuotere’ le persone dall’apatia, dal senso di inutilità di qualsiasi azione che non abbia un diretto ed immediato interesse individuale, dal disinteresse per l’azione collettiva e dal rifiuto della solidarietà.
Il nostro primo obiettivo dovrebbe essere riappassionare le persone che rappresentiamo al primato del bene comune, al valore della solidarietà ed alla forza dell’azione collettiva.
Di sicuro resta il mio obiettivo, nonostante la pensione.
