
C’erano fin troppe ragioni per partecipare alla manifestazione della Cgil e della Via Maestra a Roma, lo scorso 17 ottobre. E, infatti, un lunghissimo corteo è partito da piazza della Repubblica verso piazza del Popolo, che non è riuscita a contenere tutte le persone arrivate nella capitale da ogni parte del Paese. Proviamo a metterle in fila, quelle ragioni.
I sanguinosissimi conflitti armati in corso, che sono sempre più sull’orlo dell’allargamento e di un’escalation incontrollabile. Conflitti che, da una parte, infliggono sofferenze indicibili alle popolazioni civili direttamente coinvolte (dal genocidio a Gaza alle aggressioni criminali in Cisgiordania, Libano, Iran, alla guerra in Ucraina che prosegue ormai da quattro anni); dall’altra, determinano pesantissime ricadute economiche e sociali anche alle nostre latitudini.
La folle corsa al riarmo imboccata dall’Europa e dall’Italia. Il governo ha attivato la clausola di salvaguarda per aumentare, a debito, la spesa militare di 14 miliardi nel prossimo biennio. Il più rilevante incremento di investimenti in armi di sempre. Dai numeri fin qui disponibili, risulta che nella prossima manovra di bilancio le somme destinate al capitolo della difesa varranno il doppio di quelle per la sanità. Tutto questo mentre, alle nostre latitudini più che altrove, imperversano la crisi energetica, l’emergenza salariale, la deindustrializzazione, la destrutturazione del welfare, ormai sempre meno pubblico e meno universalistico.
Se guardiamo a dove eravamo quattro anni fa, quando l’esecutivo si è insediato, non c’è un solo indicatore che non sia peggiorato. Nel 2022 il Pil era quasi al 5%, oggi è allo zero virgola; la pressione fiscale era al 41%, oggi è al 43,5% ed è tutta concentrata su lavoratori e pensionati, come dimostrano i 30 miliardi di drenaggio fiscale subito dai redditi fissi nell’ultimo quadriennio; i salari reali – nel frattempo – sono crollati in media dell’8%; il carrello della spesa è cresciuto di quasi il 30%; nel 2029 si andrà in pensione a 67 anni e 6 mesi o con 43 anni e 4 mesi di contributi (altro che l’abolizione della Legge Fornero che avevano solennemente promesso in campagna elettorale); le bollette e i costi energetici sono tra i più alti d’Europa, anche grazie alla scelta, a dir poco autolesionistica, di frenare l’incremento della produzione da energie rinnovabili, rendendoci ancor più dipendenti dalle fonti fossili importate a prezzi salatissimi.
Il primo obiettivo che ci siamo posti quando abbiamo indetto la mobilitazione era proprio quello di bucare la bolla di propaganda con cui la destra sta provando a nascondere questi numeri, e far irrompere nel dibattito pubblico la realtà che vivono concretamente le cittadine e i cittadini “normali”, a partire da lavoratori, pensionati, precari, giovani, classi popolari.
Quell’obiettivo lo abbiamo largamente raggiunto. Adesso non possiamo fermarci.
Maurizio Landini ha annunciato dal palco di piazza del Popolo lo sciopero generale per il prossimo 20 novembre. Una data scelta non a caso: è il giorno in cui sciopereranno gli studenti di tutta Europa per il diritto all’istruzione, alla casa, per la Pace.
La nostra organizzazione si mette così al servizio delle nuove generazioni, che sono molto diverse da come si è soliti descriverle. E non lo hanno dimostrato solo oggi, sfilando con noi il 17 ottobre e organizzando nelle principali città italiane manifestazioni colorate e partecipatissime nelle ultime settimane, ma fin dai tempi degli scioperi per il clima, delle piazze contro il genocidio a Gaza, dei nostri referendum sul lavoro e risultando decisive per la vittoria del No al referendum costituzionale sulla legge Nordio.
Insieme a loro, e a tutte le realtà che si stanno mobilitando, a cominciare dal Mezzogiorno, per denunciare una situazione ormai insostenibile, dobbiamo non solo restare in campo in vista di una legge di Bilancio che sarà imperniata, ancora una volta, sul binomio “austerità e riarmo”, ma per contribuire a creare le condizioni affinché emerga sempre più chiara, sempre più forte e sempre più percepibile un’alternativa politica credibile e un’altra idea di Paese.
Per riuscirci, dobbiamo saper tenere insieme la questione democratica con la questione sociale, perché senza risolvere la prima, senza migliorare le condizioni materiali di vita e di lavoro, non si farebbe altro che regalare, come sta succedendo in Europa, ampie fasce dei ceti popolari alla peggiore destra della storia repubblicana. Una destra che, proprio perché incapace di dare risposte alle persone in carne e ossa, pretende di comandare e non di governare.
In altri termini: fin qui abbiamo difeso la Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro, dal tentativo della maggioranza di sovvertirla, trasformando la nostra democrazia in una democratura. Adesso i principi che la Carta solennemente sancisce (sulla pace, sul lavoro, sulla giustizia sociale, sui diritti civili) dobbiamo batterci per attuarli.
È ciò che faremo.
