
Cosa può significare rappresentare i lavoratori in un mondo che cambia più velocemente delle nostre categorie per riuscire a comprenderlo? Il mondo, come lo conoscevamo fino a qualche anno fa è cambiato, ad una velocità impressionante. Abbiamo chiuso gli occhi un attimo e ci siamo trovati di fronte ad un film mai visto prima: abbiamo visto una pandemia globale, vecchie guerre riacutizzarsi, nuove guerre, crisi geopolitiche, l’avvento dell’Ia, una crisi climatica senza precedenti. In tutto questo abbiamo provato ad osservare le nostre vite, il nostro lavoro, le nostre risorse, il nostro stipendio sempre meno adeguato di fronte alla richiesta di produrre sempre di più.
Dentro a tutto questo ci sono persone, lavoratrici e lavoratori sovrastati dall’incertezza. Persone investite da grandi responsabilità, professionisti dell’educazione, della cura, dell’assistenza, privati della possibilità di arrivare a fine mese; perché un conto è arrancare, un conto è non riuscire proprio a vivere dignitosamente.
Io lavoro come Oss, ho un’esperienza ventennale e da questo minuscolo osservatorio rifletto sul futuro della Cgil. Credo che il futuro dell’organizzazione sindacale più importante della nostra nazione non possa essere costruito nelle sedi o nelle varie Camere del Lavoro: il futuro si costruisce nei luoghi di lavoro, nei luoghi in cui il lavoro accade. Il delegato è la cerniera in cui lavoratore e sindacato si incontrano.
Noi non vogliamo essere le persone che riportano nei luoghi di lavoro decisioni prese altrove, semmai vogliamo portare altrove ciò che nel lavoro viene vissuto, pensato, sofferto. Le organizzazioni possono fare delle scelte, essere una piramide, in cui le decisioni prese dall’alto ricadono verso il basso, o essere un cerchio dove le energie, le paure e i conflitti vengono condivise, supportate, comprese. Così si forma il vero pensiero collettivo.
Noi vogliamo che la Cgil non veda il delegato solo come un termine organizzativo ma come il motore di elaborazione, il data base, politico e sindacale, perché noi vediamo ciò che non è scritto in nessuna carta: vediamo i colleghi che non si esprimono durante le assemblee, vediamo il disagio quotidiano di una madre single che chiede un cambio turno per poter stare col figlio, vediamo lavoratori stranieri che non conoscono i propri diritti, la forza e la stanchezza, vediamo persone rinunciare ai propri diritti perché “tanto non cambia niente”. Vediamo i lavoratori giovani che non conoscono il sindacato e quelli anziani che non ci credono più.
Allo stesso tempo vediamo quando il sindacato funziona per davvero, quando si batte affinché una questione singola divenga un problema collettivo, quando fa formazione per i delegati, quando mette a disposizione la propria esperienza per aiutare i lavoratori, quando dopo un’assemblea i lavoratori ringraziano. Lì la Cgil non è solo organizzazione, è comunità, è conforto, è protezione. Noi, come persone e lavoratori, abbiamo bisogno di questo. Come delegati abbiamo bisogno di strumenti per saper leggere i cambiamenti nel mondo del lavoro, per saper gestire i conflitti e comprendere le dinamiche aziendali. Abbiamo bisogno di una rete di comunicazione, perché molte questioni non appartengono solo al nostro settore di appartenenza, sono trasversali. Ci serve tempo, tempo per discutere, tempo per parlare e costruire relazioni.
Poi c’è il momento più introspettivo, prima di chiederci cosa sarà il futuro, dovremmo chiederci dove abbiamo perso il passo, non tanto perché il sindacato abbia smesso di avere qualcosa da dire, ma perché spesso non sappiamo più come farci ascoltare. Abbiamo perso la capacità di parlare alla pancia dei lavoratori, che in fondo il più delle volte non riescono nemmeno a comprendere la nostra terminologia. Dobbiamo tornare alla genuinità degli albori, ad un linguaggio semplice e diretto. Perché per alcuni il sindacato è ancora casa. Dobbiamo cercare di comprendere in che modo cambiare perché i lavoratori si riconoscano ancora in questa casa.
Quindi “costruire il futuro” significa anche da dove deve partire il futuro: per me deve nascere dalla fusione del pensiero dell’organizzazione con l’esperienza dei lavoratori, e quindi ancora una volta la Cgil deve tenere insieme la forza della propria storia e la disponibilità a mettersi e rimettersi sempre in discussione, senza aver paura delle proprie contraddizioni, perché queste, dove sono presenti possono trasformarsi in pensiero e poi in azione.
Noi delegati dobbiamo essere il primo recettore del cambiamento sui luoghi di lavoro. Dovremmo quindi chiederci: cosa sta cercando di dirci il lavoro attraverso le persone che rappresentiamo? La massima espressione del sindacato si raggiunge ogni volta che nei luoghi di lavoro una persona scopre di non essere sola… e forse è proprio da li che il futuro deve cominciare.
