
La frammentazione del lavoro è diventata uno dei caratteri più evidenti del nostro sistema produttivo. Una stessa produzione può attraversare decine di imprese. Una realizza il prodotto, altre forniscono componenti e semilavorati, altre ancora si occupano della manutenzione, della logistica, dei servizi, della distribuzione. Attività che un tempo potevano convivere all’interno della stessa organizzazione vengono separate attraverso esternalizzazioni, appalti e subappalti e affidate a soggetti giuridicamente distinti. Il risultato è un apparente paradosso: mentre il lavoro viene frammentato, la produzione diventa sempre più interdipendente.
Lavoratrici e lavoratori che dipendono da aziende differenti, applicano contratti collettivi diversi e appartengono a categorie sindacali diverse, concorrono ogni giorno allo stesso processo produttivo. È da questa contraddizione che, da iscritto alla Cgil, credo valga la pena partire. Non per cercare immediatamente una nuova formula contrattuale ma per capire se gli strumenti che abbiamo costruito nel tempo riescano ancora a ricomporre una realtà del lavoro che il capitale tende continuamente a dividere.
Qualche elemento interessante arriva proprio dall’analisi statistica. Nel Censimento permanente delle imprese 2022, Istat ha osservato 28 filiere produttive. Non sono ventotto settori né, naturalmente, ventotto contratti collettivi. Sono aggregazioni attraverso le quali vengono osservate le relazioni tra imprese coinvolte nelle diverse fasi di un processo produttivo: materie prime, semilavorati e prodotti, macchinari e componenti specifici, distribuzione, ricerca e sviluppo, servizi digitali, consulenza, marketing, pulizia, manutenzione e altre attività collegate.
Per queste realtà Istat considera anche indicatori come addetti, valore aggiunto e costo del lavoro. E la stessa prospettiva continua a essere presente nell’ultima rilevazione del Censimento permanente delle imprese, svolta tra ottobre 2025 e marzo 2026 su circa 265mila imprese con almeno tre addetti, nella quale vengono nuovamente indagate le relazioni produttive e le filiere.
Il dato interessante, quindi, non è tanto il numero ventotto. È il metodo con cui si guarda alla produzione. Per comprenderne il funzionamento non basta necessariamente osservare la singola impresa: occorre ricostruire anche le relazioni che la collegano alle altre.
Se questo metodo ci aiuta a leggere l’economia, potrebbe aiutarci anche a formulare qualche domanda sulla contrattazione.
Il punto di partenza, a mio avviso, deve rimanere un contratto collettivo nazionale forte. Il Ccnl rappresenta anche uno strumento di ricomposizione: costruisce condizioni comuni tra lavoratrici e lavoratori che altrimenti avrebbero rapporti di forza profondamente differenti. Salario, classificazioni, orario, diritti, salute e sicurezza, formazione e tutele non possono dipendere dalla dimensione dell’impresa nella quale si ha la fortuna o la sfortuna di lavorare. La questione nasce quando dal livello nazionale passiamo alla capacità concreta di contrattare ulteriormente salario, organizzazione del lavoro e redistribuzione della ricchezza.
Il XXVII Rapporto Cnel mostra che, tra le imprese private extra-agricole con almeno dieci dipendenti, la contrattazione decentrata interessa il 23,1% delle imprese e il 55,1% dei dipendenti appartenenti a quella stessa classe dimensionale. Sono due dati che sarebbe sbagliato leggere separatamente. Il secondo dimostra che, dove esiste, il secondo livello raggiunge una parte consistente del lavoro dipendente. Il primo ci ricorda però quanto la possibilità concreta di contrattare rimanga distribuita in maniera diseguale nel sistema produttivo.
Ed è qui che la frammentazione torna a essere decisiva. Una piccola impresa può avere margini contrattuali ridotti se considerata isolatamente e, contemporaneamente, essere pienamente inserita in una catena produttiva che genera molto più valore. Un’impresa committente può ottenere efficienza esternalizzando una fase della produzione; quella scelta può però spostare lavoro, costi e rischi verso imprese nelle quali la capacità contrattuale dei lavoratori è inferiore. Guardare soltanto dentro i cancelli delle singole aziende rischia allora di mostrarci pezzi differenti di un processo che economicamente rimane unitario. Forse dovremmo cominciare da qui. Non chiedendoci come decentrare ulteriormente la contrattazione, ma come ricomporre ciò che la frammentazione produttiva ha separato.
Una possibilità da studiare potrebbe essere lo sviluppo di forme di contrattazione intercategoriale lungo le filiere produttive, capaci di affiancarsi al Ccnl e alla contrattazione aziendale senza sostituirli. Il contratto nazionale continuerebbe a garantire la base comune dei diritti e delle retribuzioni. La contrattazione aziendale continuerebbe a intervenire sulle condizioni e sui risultati specifici dell’impresa. Una dimensione intercategoriale potrebbe invece affrontare ciò che nasce precisamente dalle relazioni tra imprese diverse: appalti e subappalti, trasformazioni tecnologiche, occupazione, formazione, salute e sicurezza lungo l’intero processo produttivo e organizzazione complessiva del lavoro.
Qui si apre una questione ancora più delicata: la distribuzione della ricchezza prodotta. Se una parte crescente della produzione nasce dall’interdipendenza tra soggetti differenti, potrebbe essere utile studiare se anche una parte della crescita del valore possa diventare oggetto di contrattazione lungo quella stessa dimensione, evitando che la capacità di redistribuirlo dipenda esclusivamente dalla forza contrattuale presente nella singola azienda.
Non esiste una formula pronta. Misurare il valore prodotto lungo una catena, stabilire quali imprese ne facciano effettivamente parte, individuare indicatori trasparenti, rendere accessibili i dati ed evitare sovrapposizioni tra livelli contrattuali sarebbero problemi tutt’altro che semplici. Proprio per questo una proposta seria dovrebbe partire dallo studio, dalla sperimentazione e dalla verifica, non da una soluzione precostituita.
Ma c’è un’altra ragione per cui considero interessante questa prospettiva. Una contrattazione di questo tipo sarebbe necessariamente intercategoriale. Lavoratori dell’industria, della logistica, dei servizi, della manutenzione o del commercio possono concorrere allo stesso processo pur essendo rappresentati da categorie differenti. Le categorie possiedono competenze, storia e conoscenza specifica dei rispettivi mondi del lavoro che sarebbe sbagliato disperdere. La questione è capire come mettere quella forza in comune quando la produzione stessa attraversa i loro confini. Ed è precisamente qui che potrebbe acquistare ancora più significato la natura confederale della Cgil.
La confederalità non è la semplice somma delle categorie. È anche la capacità di ricondurre interessi differenti a una condizione comune del lavoro, impedendo che le divisioni prodotte dal mercato diventino divisioni tra lavoratrici e lavoratori. Vista in questa prospettiva, la contrattazione intercategoriale non rappresenterebbe necessariamente un nuovo livello da aggiungere agli altri. Potrebbe essere soprattutto uno strumento di ricomposizione.
Del resto, la dimensione di filiera non è estranea neppure al confronto sindacale. Nelle discussioni più recenti sul sistema contrattuale compare già, accanto alla dimensione aziendale, territoriale e di sito, quella di filiera e distretto. Il passaggio ulteriore sarebbe provare a comprendere fino a che punto questa intuizione possa essere sviluppata. Forse in alcuni casi sarà sufficiente coordinare meglio la contrattazione esistente. In altri potrebbero essere utili accordi intercategoriali. In filiere particolarmente integrate, un domani, potrebbe perfino diventare oggetto di studio il rapporto tra i perimetri reali della produzione e quelli entro i quali oggi costruiamo la contrattazione nazionale.
Non sappiamo quale di queste strade sia quella giusta, e sarebbe sbagliato deciderlo prima di averle studiate. Ma il problema esiste indipendentemente dalla soluzione che sceglieremo. Il capitale ha imparato da tempo a organizzare la produzione attraversando imprese, settori e territori. Il lavoro ha spesso vissuto lo stesso processo dalla parte opposta: sotto forma di esternalizzazione, appalto, divisione e perdita di forza contrattuale. Un sindacato confederale dovrebbe allora continuare a fare ciò che storicamente gli appartiene: trasformare la frammentazione in solidarietà e la debolezza individuale in forza collettiva.
Per questo forse il prossimo passo della contrattazione non va cercato soltanto più in alto o più in basso. Forse va cercato anche attraverso. Attraverso le aziende. Attraverso le categorie. Attraverso i diversi segmenti nei quali il lavoro è stato diviso. Per provare a ricomporlo là dove la produzione lo ha frammentato.
Il capitale ha imparato da tempo a organizzare la produzione attraversando confini aziendali, settoriali e territoriali. Forse, allora, il prossimo passo non è inseguire la frammentazione del lavoro, ma trovare la forza e gli strumenti per ricomporlo.
