
Non capita spesso che a scioperare siano ingegneri e tecnici di primo ordine. É successo in Capgemini, multinazionale francese che si occupa di fornire consulenza informatica ed ingegneristica a tanti grandi gruppi industriali che troviamo quotidianamente sulle pagine dei giornali. Si va da quelli che si occupano di aerospazio e difesa, come Leonardo e Finmeccanica, alle holding dell’automotive come Stellantis, fino a big player dell’energia, della salute, delle assicurazioni, dei media e della stessa finanza. Un colosso con la sede centrale a Parigi, che occupa oltre 340mila addetti, in più di 50 paesi ai quattro angoli del pianeta. Per Capgemini il futuro è oggi, visti i servizi offerti negli ambiti dell’intelligenza artificiale, del cloud, dell’ingegneria digitale e delle piattaforme.
In Italia Capgemini occupa quasi 10mila dipendenti, assunti sia con contratto metalmeccanico che del commercio, e distribuiti lungo l’asse della penisola. “A Torino siamo più di un migliaio”, racconta Stefano De Rossi, delegato sindacale per la Filcams Cgil, anima del riuscito sciopero che nella scorsa primavera ha segnato una vertenza che dà il senso della contemporaneità. Già, perché in discussione c’è quel lavoro da remoto che è diventato assoluto protagonista negli anni della pandemia. “Lo smart working non è un privilegio – puntualizza subito De Rossi – è una modalità ormai strutturale che va regolata con equità e lungimiranza. La proposta di Capgemini sullo smart working era un un passo indietro rispetto al recente passato, che non potevamo accettare”.
Proprio negli anni del Covid19 la multinazionale ha assunto centinaia e centinaia di giovani informatici, usciti per lo più dalle facoltà di ingegneria, per rispondere alle richieste di un numero sempre maggiore di clienti. “Da Palermo a Firenze, passando per Napoli e Roma, sono entrati a far parte della nostra ‘famiglia’ tanti colleghi che vivono fuori dal Piemonte. Fino a pochi mesi fa non ci sono stati problemi, anzi: il lavoro ad alta specializzazione grazie all’evoluzione tecnologica garantiva ottimi risultati in termini di produzioni, senza obblighi di presenza in sede. Bastava un giorno al mese, per tracciare le coordinate dei progetti in corso d’opera e poi si poteva tranquillamente lavorare da casa”.
Ma all’inizio dell’anno arriva una brutta sorpresa, l’azienda tira il freno a mano e impone una drastica riduzione del lavoro smart, chiedendo un elevato numero di rientri, accettando trattamenti di ‘miglior favore’ solo per le categorie più fragili e, per alcuni, come chi risiede in province diverse, solo per un periodo limitato di tempo, azzerando le giornate di smart working per chi non lavora su commessa. “A quel punto ci siamo riuniti in assemblea e abbiamo aperto la vertenza, perché era impossibile accettare un simile giro di vite”. Braccia incrociate in tutta Italia.
Stefano De Rossi lavora nella sede torinese di Capgemini dal 2019, quando la sua società, Altran, è stata assorbita dalla multinazionale. “Sono un consultant, un consulente, specializzato nel settore automotive. Ho iniziato come disegnatore di parti meccaniche per Stellantis, oggi ho un ruolo gestionale”. Dal suo punto di osservazione, il delegato sindacale De Rossi ha ‘canalizzato’ l’insofferenza dei colleghi. “Dalle nostre parti gli scioperi sono un evento piuttosto raro, ma questa volta la protesta è stata diffusa ed ha avuto successo. Abbiamo dato un segnale forte, a tal punto che l’azienda è tornata a più miti consigli, riaprendo una trattativa che sembrava chiusa”.
Non è stato facile, riunioni su riunioni, anche vere proprie maratone con discussioni dall’alba al tramonto. “Accettare le condizioni di Capgemini sarebbe stata un’assurda penalizzazione per tante e tanti di noi che hanno scelto un’organizzazione del lavoro ibrida, anche per conciliare tempi di vita e di lavoro. L’azienda chiedeva inizialmente di rientrare in sede 12 giorni al mese, senza offrire alcun supporto logistico. Siamo riusciti ad arrivare a un compromesso, dimezzando i giorni obbligatori di presenza, con la possibilità di concentrarli in una sola settimana, favorendo anche lo spostamento in sedi più vicine”.
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. “Chiedere a un collega di Palermo di venire a Torino per 12 giorni al mese voleva dire cercare di portarlo alle dimissioni volontarie – spiega De Rossi – In questa faticosa trattativa l’azienda non ha portato dati che giustificassero questo giro di vite. Al contrario noi sindacati abbiamo esibito numeri che dimostrano la gestione virtuosa del lavoro da remoto”. L’accordo sindacale sarà effettivo dal primo settembre prossimo. Un buon risultato, che fa il paio con altre iniziative legate alla miglior tradizione del movimento sindacale. “Il sindacato nasce come mutua assistenza fra lavoratori – rivendica la Rsa di Capgemini – abbiamo avviato due raccolte solidali, per il martoriato Sudan, una delle crisi internazionali meno conosciute e più tragiche, e a favore dei migranti ospitati nel centro di accoglienza ‘Rifugio Fraternità Massi’”. Perché si può fare di più.
