Il 12-14 settembre scorsi un proficuo seminario di confronto e riflessioni della Società della Ragione.

Il varo da parte del governo del decreto legge sicurezza (48/25), ex Ddl 1660, ha posto con urgenza la necessità di interrogarsi criticamente sulla questione relativa agli spazi che le posizioni dissenzienti possono occupare all’interno di un contesto improntato al populismo penale. L’introduzione di reati come la rivolta carceraria, le condanne per resistenza passiva (cosiddette “norme anti-Gandhi”), quelle per occupazioni di case, dipingono un quadro a tinte sempre più fosche, creando un contesto in cui l’articolazione delle domande sociali per rivendicare l’esercizio dei diritti fondamentali, sanciti dalla Costituzione, viene ristretto in anfratti sempre più angusti e poco agibili.
Non si tratta però soltanto di affrontare le strategie repressive, ma anche quelle preventive, come nel caso del decreto anti-rave, con cui l’esecutivo in carica si è presentato all’opinione pubblica, o l’istituzione delle zone rosse, aperta violazione di diritti come la libertà di circolazione e la presunzione di innocenza. Per non tacere dell’infiltrazione di partiti e movimenti della sinistra, delle umiliazioni e le vessazioni cui sono sottoposte le militanti di movimenti ambientalisti, delle manganellate a freddo su giovani non violenti che manifestano sulla Palestina. Con la premier a lasciare mano libera alle forze dell’ordine, quando afferma che “criticare i poliziotti è pericoloso”.
Ci troviamo davanti ad un contesto inquietante, dal quale bisogna assolutamente uscire. Ma quale exit strategy si può elaborare? Quali pratiche si possono mettere in atto per contrastare una carica repressiva che sa sempre più di autoritarismo? Si tratta di domande che necessitano risposte urgenti, in particolare in un contesto caratterizzato dalla crisi delle organizzazioni di massa, in primis partiti e sindacati. Un deperimento che marcia di pari passo alla frammentazione sociale, caratterizzato dal crollo della militanza, dalla conseguente incapacità di articolare le domande sociali, di elaborarle, e di trasformarle in progettualità concreta. Eppure, tra le tante difficoltà, esiste un diffuso tessuto di soggettività che si oppongono alla deriva autoritaria, che cercano di farsi strada all’interno di questo quadro sociopolitico sempre più critico, e cercano di trovare una via d’uscita che, per dirla con Bob Dylan, deve per forza esserci.
La Società della Ragione ha organizzato, tra il 12 e 14 settembre scorsi, un seminario residenziale a Paluzza, nella Carnia, per discutere di tutti questi aspetti, sia sotto forma della ‘pars destruens’, finalizzata a disperdere le nuvole che annebbiano l’oggi, sia come ‘pars construens’, destinata a ipotizzare nuovi scenari. Nello scenario di un paesaggio rimarchevole, col patrocinio del Comune, con l’iniziativa, intitolata appunto “Gli Spazi del Dissenso”, si è creato un vivace confronto di due giorni tra una pluralità di attori: attivisti, esponenti politici, esponenti del terzo settore, sindacalisti, giuristi, giornalisti, che si sono cimentati nello sforzo di uscire dal grigiore, in realtà tinto di nero, del presente.
La discussione della prima giornata dei lavori si è sviluppata attorno alle strategie repressive in atto, che hanno trovato compiutezza nel varo del decreto sicurezza. È stato messo in risalto come le misure varate dal governo intendano criminalizzare, marginalizzare, escludere le nuove classi descritte come “pericolose”, a partire dalla prevenzione della possibilità che si formi un nuovo agire collettivo, che faccia vacillare l’attuale cornice autoritaria, nella sua declinazione attuale del populismo penale.
E’ venuto fuori come, a partire dalla vicenda giudiziaria del 7 aprile 1979, le inchieste e gli arresti a carico dei militanti che gravitavano attorno all’area dell’allora Autonomia Operaia introdussero una logica binaria, secondo la quale non aderire al contenuto politico delle inchieste giudiziarie equivaleva ad essere un terrorista. In realtà, la vicenda del 7 aprile rappresenta il punto culminante di una parabola incominciata qualche anno prima, quando la legge Reale aveva puntato a restringere gli spazi delle iniziative pubbliche, a cui erano seguite le tragiche uccisioni di Giorgiana Masi e Francesco Lorusso. Nel 1977 erano arrivati i decreti e le ordinanze dell’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, che avevano ulteriormente limitato lo spazio per il dissenso.
Rispetto agli anni settanta, tuttavia, si è denotato l’impoverimento di un tessuto politico e associativo, catalizzato dall’affermarsi incalzante delle politiche neoliberiste a partire dagli anni ottanta. Lo sfrangiamento del tessuto sociale, la segmentazione delle classi ritenute pericolose, marcia di pari passo a progetti di riqualificazione urbana in funzione della rendita immobiliare, che distruggono lo spazio pubblico e inquadrano come disfunzionali ai loro progetti alcuni gruppi sociali come i migranti, i rifugiati, le sex workers, i disoccupati e i senzatetto, che pure sono una conseguenza di scelte politiche sempre più restrittive sotto il profilo dei diritti sociali.
Il secondo giorno del seminario ha provato a mettere in luce la possibilità di utilizzare i canali istituzionali esistenti per veicolare le posizioni politiche dissenzienti, nonché a valutare nuove esperienze e nuovi strumenti di pratica politica. In particolare, si è dato spazio all’analisi dell’istituto referendario, sempre più sminuito dalla necessità di raggiungere il quorum, e da rilanciare a partire dalla intrapresa di iniziative finalizzate ad abolire questa clausola vessatoria.
Un altro strumento possibile che è stato indagato è quello della ‘strategic litigation’, ovvero della possibilità di reclamare i diritti fondamentali avvalendosi degli strumenti del ricorso alle corti attraverso il sostegno di una rete legale e di settori dell’opinione pubblica, associazioni, Ong che appoggino la causa all’esterno e sensibilizzino il pubblico.
Nel pomeriggio del secondo giorno ci si è spostati in direzione del confronto con le associazioni e coi gruppi di militanti che, dall’ambientalismo alla questione palestinese, dai diritti dei migranti a quelli dei lavoratori, ogni giorno si battono per squarciare la cornice neoliberista e, spesso, si trovano a fare i conti con la repressione. E’ stata probabilmente la parte più feconda dell’incontro, poiché, oltre a fare conoscere l’esistenza di un tessuto diffuso di militanza che si oppone alle derive socio-politiche attuali, si è messa in rilievo la possibilità di agire a livello diffuso attraverso la messa in atto di pratiche non violente.
Soprattutto, è emersa la necessità di fare rete, attraverso il confronto, la progettazione di iniziative comuni, la loro messa in atto. Questa rappresenta la strada maestra per contrastare la strategia di disarticolazione del dissenso promossa dal governo attuale. Si tratta di un percorso ancora da delineare, certamente tortuoso, in un passaggio di tempo particolarmente stretto e buio. Tuttavia, esiste la possibilità di farlo.
Aveva ragione il menestrello di Duluth: ci deve essere una via d’uscita da qui. Anzi, c’è. Percorriamola.