Nel cuore del XXI secolo, mentre la tecnologia avanza e le società si globalizzano, un’antica ombra continua a proiettarsi sul nostro presente: la guerra. Non solo come evento bellico, ma come modello mentale, come linguaggio dominante che plasma il modo in cui pensiamo, decidiamo, ci schieriamo. La polarizzazione crescente, che divide il mondo in blocchi contrapposti, è il sintomo più evidente di questa deriva: “Stai con l’Ucraina o con Putin? Stai con Israele o con Hamas?” Eppure esiste un’altra via, quella della politica della pace che prende atto dei perniciosi dualismi.
La retorica bellicista si nutre di ideologie pericolose: autoritarismo, suprematismo, nazionalismo, fatalismo. La guerra, ancor prima di essere una scelta politica, è un modello culturale: si pensi a D’Annunzio che esaltava la guerra come evento estetico e spirituale. Il futurista Marinetti è andato ben oltre: considerava la guerra “l’unica igiene del mondo”. C’è una cultura del bellicismo che è il risultato di modelli interiorizzati e sedimentati: esemplare è lo scritto di Virginia Woolf, “Pensare alla pace durante un raid aereo”, qui l’aviere in battaglia sente emergere dentro sé “istinti antichi, coltivati dalla scuola e dalla tradizione”.
Prendere coscienza di questi meccanismi è importante per smantellare la retorica bellicista, quella che sottende per esempio il programma “ReArm Europe”, che porta i Paesi ad investire in armamenti piuttosto che in sanità, istruzione, servizi sociali..
Anche oggi, come in passato, ci sono stati intellettuali che hanno sostenuto ideologicamente il programma di riarmo europeo: Galimberti, noto filosofo, ha dichiarato che “la pace intorpidisce” suggerendo che la guerra sia utile a mantenere vigile la coscienza europea; Antonio Scurati, scrittore ed editorialista, ha invocato “lo spirito combattivo” dell’Europa. Queste voci, pur diverse per formazione e toni, convergono su un punto: “L’Europa deve difendersi”. Ma da chi? Dov’è il nemico? Fortunatamente si sono levate anche voci contrarie che sono arrivate a definire “ReArm Europe” una ridicola e costosissima tragedia.
Si gioca col fuoco, perché non solo l’ipotesi di un terzo conflitto mondiale ma la devastazione ambientale attuata, l’investimento su armi ultrasofisticate e dal deflagrante potere distruttivo, l’incapacità dei leader politici di dialogo e diplomazia, le diseguaglianze macroscopiche esistenti, mettono a rischio il mondo intero. Siamo stati sedotti da Thanatos?
Freud vede la guerra come manifestazione di Thanatos, la pulsione di morte insita nella natura umana, ma, pur non definendo esplicitamente la “pulsione politica della pace”, attribuisce alla politica la responsabilità del suo raggiungimento e mantenimento, ovvero la politica ha la responsabilità della “Kultur”, del terreno su cui costruire società civili pacifiche. “Tutto ciò che promuove l’evoluzione civile, lavora anche contro la guerra”, questa è l’idea centrale del carteggio intercorso tra Freud e Einstein nel 1932. Questo carteggio, conosciuto con il titolo “Perché la guerra?”, dovrebbe essere proposto ai nostri leader politici per prendere coscienza del proprio dovere verso la società civile: la pace non è assenza di conflitto, ma frutto di consapevolezza e di un lungo, delicato lavoro che dia ai conflitti forme ed esiti costruttivi.
L’Europa ha la possibilità di uscire dalla logica binaria del bellicismo, di scegliere un’altra strada: quella della diplomazia multilaterale, della solidarietà globale: a 80 anni dalla fine della II guerra mondiale, sarebbe un grave errore dimenticare cosa significhi un conflitto mondiale, per questo l’Europa dovrebbe giocare il ruolo di mediatore globale e non quello di soggetto guerrafondaio.
Se l’Europa vuole combattere, combatta la diseguaglianza, la povertà, la deprivazione culturale, il degrado ambientale.