
Sempre più intricato il groviglio medio-orientale e quello curdo in particolare. Con il preannunciato smantellamento del Pkk e la determinazione di Fds, Ypg e Ypj nel nord est della Siria di non consegnare le armi ai tagliagole di Damasco.
Altro discorso (ma complementare) quanto potrebbe avvenire in Rojhilat (Rojhilatê Kurdistanê, il Kurdistan orientale, sotto amministrazione iraniana). Recentemente il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê – Pjak) sorto nel 2004, attivo in Iran e allineato sui principi del Confederalismo democratico, aveva diffuso un comunicato dichiarando la propria disponibilità a “sostenere l’apertura di una nuova fase della rivolta Jin Jiyan Azadî” (Donna, Vita, Libertà), il movimento da tempo attivo, ma letteralmente esploso nel 2022 dopo l’assassinio della ventiduenne curda Jina (Mahsa) Amini. Precisando comunque che quella condotta da Usa e Israele (i bombardamenti israeliani e statunitensi di giugno) è “una guerra di potere e interessi contrapposti, non una guerra di liberazione per i popoli e le nazioni”. “Solo una lotta popolare – proseguiva il comunicato del Pjak – può portare alla libertà in Iran: il popolo iraniano non deve essere costretto a scegliere tra la guerra e l’accettazione di un regime dittatoriale”.
Contemporaneamente si assisteva ad un ulteriore inasprimento della repressione e dell’utilizzo di metodi brutali da parte del regime. Per l’Ong curda Hengaw la macabra contabilità delle condanne a morte eseguite dall’inizio dell’anno arrivava a quantificare in più di mille le impiccagioni (1.002 quelle accertate al 20 settembre).
Tra i condannati una trentina le donne, altrettanti i prigionieri politici o ideologici e la cospicua presenza di esponenti delle minoranze: 148 curdi, 130 lur, 114 beluci, 106 turchi, 65 immigrati afgani … Sempre per Hengaw, 404 di tali esecuzioni sono avvenute dopo l’inizio della guerra israelo-iraniana (13 giugno scorso), con un aumento del 40% rispetto alla media dei due ultimi decenni.
Non nasceva quindi dal nulla la denuncia ai primi di settembre dalla sezione belga di Amnesty International, secondo cui attualmente in Iran “migliaia di persone rischiano l’esecuzione”.
Tra le condanne che potrebbero venir eseguite in qualsiasi momento, quella – riconfermata in luglio – di Sharifeh Mohammadi, femminista curda e militante di un sindacato legale. Condannata a morte per aver manifestato pubblicamente la sua opposizione alla tortura e all’uso sistematico delle esecuzioni capitali. Equiparandola prima a “propaganda contro lo Stato” e poi a “ribellione armata”. In carcere dal 2023, ha subito maltrattamenti e torture (sia fisiche che psichiche per estorcerle confessioni), e posta in isolamento per oltre tre mesi con la proibizione di visite e telefonate.
Mentre il capo del potere giudiziario iraniano, Hossein Mohseni Ejei, annunciava che oltre duemila persone erano state arrestate nel corso del recente conflitto tra Iran e Israele, la Rete dei diritti dell’uomo del Kurdistan denunciava che dall’inizio dei bombardamenti israeliani le forze di sicurezza e i servizi segreti avevano arrestato più di 335 militanti e cittadini curdi “senza mandato giudiziario”. In particolare nelle città di Ilam, Kermanshah (Kirmaşan), Urmia, Sanandaj (Sînê), Téhéran e Khorasan.
Sempre da un rapporto dell’Ong Hengaw (30 agosto) si ricava che “dal 1979 i prigionieri politici curdi sono diventati sistematicamente vittime di sparizioni forzate. Molti venivano fucilati per ordine di tribunali quantomeno improvvisati, spesso senza processo”. Dall’arresto alla sepoltura in fosse comuni segrete, i processi intentati diventavano di fatto propedeutici alla sparizione forzata.
Nel Rojhilat (così come in tutto l’Iran del resto) anche le libertà sindacali e individuali rischiano di subire ulteriori restrizioni. Come viene confermato dalle sanzioni disciplinari (spesso dal licenziamento in tronco) imposte alla fine di agosto dal ministero dell’Educazione a 14 insegnanti (curdi e militanti sindacali).
Il mese scorso inoltre Teheran annunciava l’arresto di 53 cristiani (altra probabile conseguenza della “guerra dei dodici giorni” di Israele). Di questi 11 venivano rilasciati dietro cauzione. Gli altri restavano in prigione insieme ai circa 60 cristiani già dietro le sbarre da prima del conflitto. Secondo il ministero dell’Intelligence sarebbero “mercenari del Mossad” addestrati all’estero negli Usa e in Israele. Mantenendo comunque una distinzione tra i cristiani evangelici (tacciati di “sionismo”) e le comunità cristiane di origine armena e assira (circa 100mila persone, tradizionalmente riconosciuti e rispettati).
Dallo stesso comunicato risultavano altre operazioni dell’intelligence contro bahá’í, curdi, beluci, monarchici e giornalisti accusati di aver svolto attività contro il regime. Nello stesso periodo la polizia della Repubblica islamica avrebbe fermato ben 21mila persone “sospette”.!
