
L’8 settembre scorso è caduto anche il governo di François Bayrou, che aveva proposto una manovra finanziaria di 43 miliardi basata sui tagli ai servizi, alle pensioni, alle indennità di malattia e di disoccupazione e sulla soppressione di due giorni festivi. Il 9 settembre l’incarico è stato affidato a Sebastien Lecornu, attuale ministro della Difesa, all’insegna della continuità delle politiche antipopolari. Una provocazione.
Il 10 è sceso in piazza il movimento “Bloquons tout!”. Se Emanuel Macron ripete “moi ou le chaos” (io o il caos), la maggior parte dei francesi ha inteso più correttamente “moi, le chaos” (io, il caos). Centinaia di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza: raduni, scioperi indetti da strutture sindacali di categoria o di base, blocchi stradali e davanti alle stazioni, i depositi dei bus o sulle rotatorie.
Il 18 settembre è stato il turno dello sciopero generale indetto dall’intersindacale che raggruppa tutte le sigle incluse quelle più moderate come la Cfdt (una sorta di Cisl francese), una giornata di lotta nel corso della quale è sceso in piazza un milione di persone. Si sono mobilitati soprattutto i settori dell’educazione, dei trasporti e della sanità.
Il primo aspetto che salta immediatamente agli occhi in tutte e due le giornate di lotta è la grande presenza della gioventù, pro-Palestina e antifascista: uno degli slogan più scanditi è stato in italiano, “Siamo tutti antifascisti!”. Il riferimento è ovviamente al Rassemblement national di Marine Le Pen.
Ciò che ha unificato le diverse mobilitazioni è stato la rabbia verso Macron. D’altronde dai sondaggi emerge che il 67% dei francesi auspica le sue dimissioni. “Taxer les riches” (tassare i ricchi) è stato l’altro slogan unificante, anche in riferimento alla tassa proposta dall’economista Gabriel Zucman (prelievo del 2% sul patrimonio dei più ricchi).
Da dove nasce la rabbia popolare
Otto anni di presidenza di Macron e delle sue politiche liberiste hanno causato l’esplosione della miseria: quasi 11,8 milioni di persone vivono attualmente al di sotto della soglia di povertà. La disoccupazione è in aumento, mentre i salari reali sono in costante calo dal 2017. Per la prima volta dal 1945, la quota dell’industria è scesa al di sotto del 10% del Pil (in Italia rappresenta il 18,6%).
Nel governo la presenza di ministri che sposano idee di estrema destra ha contribuito alla discriminazione e alla violenza nei confronti di molti francesi, in particolare di quelli di fede musulmana (il 9% della popolazione).
Non è stata attuata nessuna seria strategia di adattamento ai cambiamenti climatici mentre si susseguono catastrofi ambientali. Una petizione contro la legge Duplomb, che autorizza l’utilizzo dei pesticidi in agricoltura, ha raccolto in pochi giorni più di due milioni di firme.
Macron ha aumentato il debito pubblico di mille miliardi di euro dal 2017, raggiungendo il 114% del Pil, una conseguenza diretta delle agevolazioni fiscali, concesse ai benestanti e alle multinazionali, che hanno permesso alle cinquecento persone più ricche di Francia di raddoppiare la propria ricchezza in otto anni.
Il capo dello Stato ha anche intrapreso una svolta autoritaria con la violenta repressione dei gilets jaunes e l’imposizione di una riforma delle pensioni mai votata dal Parlamento.
Dopo aver sciolto l’Assemblea nazionale, Macron si è rifiutato di nominare un primo ministro appartenente alla coalizione del Nuovo Fronte Popolare, classificatasi prima, scegliendo a più riprese premier appartenenti a forze politiche minoritarie. Macron, ex manager della banca d’affari Rothschild, difende anche così gli interessi del capitalismo finanziario.
E adesso?
Nessuno vuole ripetere l’esperienza della lotta contro la riforma delle pensioni con milioni di lavoratori in piazza senza aver ottenuto risultati concreti. In questi giorni si riuniscono le Assemblee cittadine per decidere come proseguire la lotta. I sindacati hanno dato un ultimatum al governo: deve accettare le richieste sindacali entro il 24 settembre. In caso contrario si ritorna a scioperare.
Il problema politico consiste nel riuscire a trasformare questa rivolta in un progetto alternativo di politica economica, sostituire, cioè, il “vincolo esterno” della finanza e dei mercati con il “vincolo interno” del benessere popolare e della conversione ecologica.
Più di cento deputati della ‘gauche’ su iniziativa della France insoumise hanno presentato una mozione al Parlamento per la destituzione del presidente, mentre i socialisti sono tentati da un accordo con Macron per evitare lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni che li penalizzerebbero. Ma tutti dovranno fare i conti con l’autunno caldo che è appena iniziato.
(22 settembre 2025)
