Molto si è detto di Benni ultimamente, la sua dipartita secondo me è stata una liberazione, perché stava male da diverso tempo. Non era più lui. Era incatenato a una malattia che gli rendeva impossibile esprimersi, aveva perso la capacità di conversare. Era bloccato, ci sono dei mali che ti inchiodano la mente.
Arrivato alla fine di questo percorso terreno è tornato fra gli dei e i semidei, quelli che lui trattava confidenzialmente. Perché Stefano è stato un coerente politeista, nel senso che percepiva dentro la realtà il muoversi di elementi spirituali, come se ci fossero ninfe, satiri, appunto dei e semidei. Buoni e cattivi che dentro il nostro mondo, a volte sostituendosi a noi, a volte prendendo forme animali, giocavano una grande battaglia. Quella tra la gioia, la felicità, la bellezza di vivere e la tendenza a chiudere, a uccidere, a sacrificare, a censurare.
Potremmo definirla l’eterna lotta fra il bene e il male, e lui stava decisamente dalla parte della fantasia, di chi difende quella virtù che abbiamo tutti noi di scegliere la libertà, la gioia, la freschezza. Contro il male, che veniva raffigurato in personaggi che chiudevano gli spazi vitali. Tutte le sue opere sono come romanzi di formazione e i suoi protagonisti sono adolescenti, o comunque giovani, che combattono, in mezzo a questi spiriti e spiritelli, contro chi vuole soffocarli, e impedire loro di essere felici, di essere liberi. Sono gli stessi che distruggono le foreste, che cementificano paesi e città, che trasformano gli stili di vita dei paesi con la corruzione, fatta da chi vive nel mondo del denaro. É il dio più cattivo di tutti il denaro, porta con sé l’avidità, seduce. É la ‘civiltà’ che arriva, divora, mangia, cancella le campagne. É il nemico contro cui si ergono questi eroi fanciulli, quelli che Benni protegge, difende, esalta e sostiene.
Non era solo letteratura, era vita. Nella sua, di vite, non distingueva molto tra l’elemento letterario e l’elemento reale, queste cose che scriveva lui le vedeva davvero. Trasponeva in forma letteraria l’idea di uno scontro che avviene nella vita reale fra entità che ci possiedono, ci spingono, ci muovono, ci corrompono, ci esaltano, ci liberano, sotto forma soprattutto di apparizioni erotiche, sentimentali. L’amore, l’eros, ha una forte importanza in tutti i suoi romanzi, ci sono personaggi sempre innamorati, e magari si liberano inseguendo quella divinità, e trovano la strada per conservare la loro freschezza, la loro vitalità.
Benni si muove su un terreno molto vasto, queste sue visioni panteistiche le ritroviamo forse in Hillman, filosofo junghiano che ha scritto molto e che lui conosceva, così come conosceva i poeti francesi Baudelaire, Rimbaud, filosofi come Baudrillard, scrittori come Allan Poe. Poi Thelonious Monk, lui ha fatto un bello spettacolo sul jazzista Monk che si chiama ‘Tenebroso’.
Passava dalla musica alla letteratura, dal fantasy al romantico, e a queste cose molto divertenti sugli animali, che mantengono la loro molteplicità nella loro innocenza. Conservano un’altra caratteristica di Benni, che è l’allegria. L’allegria è quella che suggeriscono appunto gli animali nei paradossi che lui inventava. Citava Pennac, voleva fare degli ambulatori per animali, e il primo da curare era la formica individualista, un autentico paradosso. Quelli suoi tipici, come l’elefante che si vergognava della sua proboscide e ne faceva un problema psichico, o gli angeli con le vertigini. Questa fantasia che gli veniva dal mondo animale, dal mondo immaginario, dal mondo vegetale, era una grande riserva di gioia, di allegria. Un’allegria che pervadeva tutto, durante l’eterna battaglia fra bene e male che tratteggiava sempre in maniera malinconica, drammatica.
La vittoria del male era una cosa che in qualche modo lo deprimeva, infatti nei libri di Benni c’è sempre anche una gran dose di malinconia quando gli eroi perdono, l’effetto del male non è una violenta sciabolata piuttosto l’arrivo della depressione, che uccide la gioia, la gioia di vivere. Quella stessa gioia che invece il mondo animale e quello surreale costantemente riaccende. L’opera dello scrittore o della persona nella vita reale, e lui lo praticava con coerenza, era stare da una parte invece che dall’altra. Dalla parte del bene.