Immaginate uno di quegli assembramenti oceanici, può essere stata una festa dell’Unità degli anni settanta, una grande manifestazione sindacale dell’autunno caldo, dove sul palco si alternano oratori, attori, cantanti. Un ometto buffo, con la barbetta curata, che sembra un perfetto incrocio fra una creatura un po’ magica dei boschi ed i ritratti del conte di Cavour, si fa avanti: non ha nulla della rockstar, veste sobriamente camicie a quadrettoni e pantaloni di velluto a coste, magari una giacca ma quasi mai la cravatta. Riservato, più che timido, avanza senza troppo guardare il pubblico. Un pochino dev’essere nervoso, perché la sua tecnica chitarristica prevede acrobazie armoniche, cambi vorticosi di ritmo, ed anche le sue melodie – semplici all’apparenza – si arrampicano su scale piuttosto ardite. I testi poi sono dei veri rompicapo di rime intrecciate con architettonica passione per gli equilibri (d’altronde per campare non fa il cantautore, ma per l’appunto l’architetto) e traggono il loro pathos o il loro umorismo, da un certo gusto per la parola rara, desueta. Insomma, non son canzoni semplici né da cantare né da suonare, e quindi si spera sempre che la memoria non faccia scherzi e che le dita non s’ingarbuglino.
Mentre lui prende posto sulla seggiola, si aggiusta il microfono per la voce e quello per la chitarra classica, qualche pezzo grosso del Partito lo presenta al grande pubblico: almeno una delle sue canzoni è celeberrima e probabilmente nella pur sterminata platea non c’è nessuno che non la conosca a memoria. Però è anche una canzone che s’impara per trasmissione orale, di bocca in bocca, storpiandola mentre la si canta in un corteo, durante l’occupazione di una fabbrica, ad un presidio antifascista, una ricorrenza partigiana. Insomma, tutti conoscono la canzone, ma non è affatto detto che conoscano il nome di chi l’ha scritta.
Ecco dunque che chi lo presenta lo fa con queste parole: “Ora canterà per voi Fausto Amodei, il compagno che ha fatto i ‘Morti di Reggio Emilia’”. Ovazione. Il cantante si avvicina al microfono e la con una vocetta sottile ma penetrante soggiunge: “Per la verità quei morti li ha fatti il governo di Tambroni, io mi sono limitato a celebrarli”. Quindi attacca: “Compagno cittadino, fratello partigiano / teniamoci per mano in questi giorni tristi / di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia / son morti dei compagni per colpa dei fascisti. // Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera / fischia il vento, infuria la bufera”.
Questo aneddoto lo raccontava ridacchiando, con quell’aria da scolaro malandrino un po’ cresciuto, lo stesso Fausto, ed è gustoso proprio perché sottolinea un dato di fatto: quella canzone ha colto così bene quella truce vicenda, che i cinque caduti del 7 luglio 1960, assassinati dalla polizia mentre manifestavano contro il fascismo redivivo, erano divenuti tutt’uno con la canzone. Quella canzone, più di ogni celebrazione, ogni fotografia, ogni articolo, ogni lapide infiorata di corone e di discorsi, aveva proiettato quei cinque martiri operai nella storia d’Italia e nella coscienza collettiva. L’eccidio di Reggio Emilia non è stato l’unico di quel periodo fosco, per esempio dieci anni prima – nel gennaio del 1950 – nella vicina Modena i carabinieri aprirono il fuoco durante uno sciopero uccidendo a freddo sei operai delle Fonderie Riunite. Ma quei poveri morti non trovarono una canzone che li ricordasse.
Non è dunque piccola la gratitudine che dobbiamo ai cantastorie solidali ed a Fausto Amodei in particolare.
Fausto, giovedì 18 settembre 2025, alla bella età di 91 anni, è morto all’improvviso, mentre accompagnava la moglie Gabriella ad una visita medica. Nonostante qualche acciacco dell’età si era conservato lucido, ironico, attentissimo alle vicende politiche del nostro paese e del mondo. Non suonava più in pubblico da qualche anno, ma continuava a comporre, seguire progetti di ricerca sui repertori musicali più disparati – l’ultima sua passione erano i Lied di Schubert, i cui testi stava adattando in italiano – e presenziava a concerti e incontri di colleghi più giovani che sosteneva e stimava.
Ridurlo alla sola canzone su cui mi sono dilungato sarebbe limitativo per la sua vena vivacissima, che va dalle canzoni ironiche contro Berlusconi (il disco “Per fortuna c’è il cavaliere” è del 2005) alle traduzioni da Brassens in italiano e in piemontese.
“I morti di Reggio Emilia” sono entrati nella nostra storia, il resto del suo repertorio resta tutto da (ri)scoprire.