Nella fase pandemica, essendo “tutti nella stessa barca”, lavoratrici e lavoratori in un modo o nell’altro hanno dovuto remare tutti, sia che fossero a reddito ridotto in cassa integrazione sia che fossero al lavoro negli ospedali, in fabbrica, nei servizi essenziali o anche a casa.
Nel marzo 2020 lo smart working, introdotto dal Jobs act e disciplinato dalla legge 81/2017, è esploso per forza di cose, quando il governo ha decretato l’accesso al lavoro agile senza accordo individuale nel settore privato e come forma di lavoro ordinario nella Pubblica amministrazione.
I colletti bianchi hanno velocemente dovuto imparare a destreggiarsi fra piattaforme per riunioni online e procedure per la riservatezza aziendale, lavorando in spazi grandi o piccoli, da soli o stretti a tutta la famiglia. È andata avanti così, con proroghe alla disciplina creata ad hoc per il Covid, fino al marzo 2024, quando la legge ordinaria è tornata in vigore e con essa la necessità degli accordi individuali tra azienda e lavoratore, in perfetta continuità con la logica del Jobs act.
Dal momento in cui la disciplina speciale non è più stata prorogata, la maggior parte delle aziende ha disapplicato o disdetto gli accordi sindacali che nel frattempo erano stati firmati sul lavoro agile, affermando la necessità di una maggiore presenza in sede.
La tendenza era stata precorsa dal sempre vivace Elon Musk, che non si (e ci) risparmia mai dichiarazioni e post sulla propria visione del mondo, compreso quello del lavoro. Già nel maggio 2022 aveva scritto ai lavoratori di Tesla che “chi non vuole stare in ufficio almeno 40 ore a settimana dovrebbe andare a lavorare altrove” e, in un’intervista del 2023 alla televisione Cnbc, spiegava la sua contrarietà al lavoro da remoto, una sorta di privilegio di classe, perché “non è giusto che chi lavora in ufficio stia a casa comodo mentre altri – operai, corrieri, cuochi – devono essere presenti fisicamente. È una questione morale”.
Del resto le perplessità sullo smart working sono molteplici. Il sociologo di ingegneria delle comunicaioni Antonio Casilli, in un’intervista a ‘il manifesto’ nel 2020, sottolineava come solo il 30% dei lavoratori potesse accedere allo smart working. Le perplessità sul lavoro da remoto riguardano anche il continuo monitoraggio dell’utilizzo del computer, delle singole app, delle pause, ma anche la reale possibilità di attuare il diritto alla disconnessione o di rimanere intrappolati in un lavoro senza orari e senza fine.
C’è da dire che anche in ufficio il monitoraggio dei lavoratori può facilmente trasformarsi in ‘bossware’, le nuove tecnologie hanno in potenza la possibilità di trasformare l’open-space in uno scenario da ‘Black Mirror’, cui la legislazione a protezione del lavoratore ha difficoltà a stare dietro. Tuttavia, di fronte alla riduzione dello smart working le proteste dei lavoratori si fanno sempre più frequenti. Dal dicembre 2024 ad oggi in Italia hanno scioperato o protestato in altro modo i lavoratori di Capgemini, Dhl, Unipol, Panini, Eni, TinextaCyber, Fibercop.
Se è vero che la produttività da remoto non si abbassa e che i controlli sono pervasivi, qual è il motivo reale che spinge le aziende a smantellare progressivamente lo smart working e i lavoratori a protestare? Viene da pensare che il problema sia la necessità del management, a quanto pare mai superata, di disciplinare e controllare i corpi, esigenza non soddisfatta a sufficienza dal lavoro da remoto. È come se la torre centrale del panopticon di cui ci parlava Foucault non fornisse, attraverso il computer, la stessa vista complessiva.
La dinamica di potere che si sviluppa negli uffici e che passa per mille piccoli segni – il codice di abbigliamento, il badge e i tornelli, l’impossibilità di occupare sempre la stessa scrivania e personalizzarla, quanto tempo si impiega e con chi si va a prendere il caffè o a pranzo, il controllo informale fra colleghi, le micro-espressioni e la disposizione dei posti in sala riunioni, la prossemica negli open space e negli ascensori – nel lavoro da casa si incrina, si apre una pericolosa piccola fenditura di libertà, di distanza psichica dal sistema azienda anche durante il tempo ad essa dedicato.
L’aggrapparsi dei lavoratori al lavoro da remoto, il rifiuto di tornare in ufficio appare una forma, seppur blanda, di diserzione dei dispositivi sistemici di comando dell’azienda, e il sindacato ne ha colto l’importanza permettendo, attraverso l’organizzazione di scioperi e proteste, una forma iniziale di politicizzazione di questo nuovo spazio. l