Mentre la scuola italiana precipita, il governo aumenta la spesa in armi.

Asettembre, come ogni anno, si rinnovano le notizie e i resoconti sulla riapertura delle scuole con tutto il portato di problemi e difficoltà che caratterizza ogni avvio di nuovo anno scolastico. Sempre a settembre, da un po’ di anni, viene diffusa anche l’indagine annuale dell’Ocse (Education at a glance 2025) relativa allo stato dei sistemi scolastici a livello internazionale.
Tra i tanti dati presenti nel report suscitano particolare clamore quelli relativi alla condizione salariale dei docenti italiani in rapporto ai colleghi del resto del mondo. Ciò che stupisce, ormai, non è più il fatto che i docenti italiani occupino le posizioni più basse nelle classifiche internazionali ma che questa condizione si confermi e – addirittura – peggiori di anno in anno. Solo per fare alcuni esempi: lo stipendio di un docente italiano risulta inferiore del 18% rispetto alla media delle retribuzioni dei docenti dell’Unione europea (addirittura meno della metà rispetto agli stipendi dei tedeschi), e risulta inferiore del 22% rispetto alla media Ocse. Inoltre, dal 2015 in poi, le retribuzioni dei docenti di molti paesi – nonostante le difficoltà della crisi sanitaria ed economica conseguente all’epidemia da Covid – sono cresciute in potere d’acquisto (Germania +1,33%, Francia +0,55%), quelle degli italiani, invece, sono fortemente regredite (-5,8%).
Tale esito è evidente conseguenza dei diversi livelli di investimento che i singoli paesi destinano ai sistemi educativi. In questo caso è la Commissione europea che (nel suo recente report “Investing in Education 2025”) ha evidenziato come l’Italia investa in istruzione molto meno rispetto a tutti gli altri paesi europei. L’Italia spende in istruzione il 3,9% del Pil mentre nell’Unione europea la media è del 4,7%, e addirittura l’Italia è ultima nella Ue per quanto riguarda la spesa pubblica in istruzione in rapporto alla spesa pubblica totale: mentre in Italia per l’istruzione si spende il 7,3%, nell’Unione si spende il 9,6%.
Ma se dall’Europa si volge lo sguardo all’interno del nostro paese la situazione per i docenti non è più rosea. Infatti, i lavoratori del comparto “Istruzione e ricerca” sono i meno pagati di tutta la Pubblica amministrazione, con una retribuzione inferiore del 19% rispetto alle media di tutti gli altri lavoratori pubblici (dati Conto annuale/Mef).
Il ministro della Pubblica amministrazione Zangrillo ha di recente annunciato di voler introdurre nella prossima legge di bilancio un fondo per perequare il livello stipendiale dei lavoratori degli enti locali con quello dei ministeri. La proposta è pienamente condivisibile ma non si capisce perché altrettanto non viene proposto per i lavoratori della scuola, i più poveri della Pubblica amministrazione, le cui retribuzioni, in assenza di interventi, sono destinate a regredire ulteriormente.
In realtà il principale e auspicabile intervento per valorizzare gli stipendi e il lavoro scolastico dovrebbe consistere nel rinnovo del contratto nazionale di lavoro. Senonché il contratto attende di essere rinnovato da ben 44 mesi, ma ad oggi non si vede alcuna soluzione all’orizzonte. La difficoltà consiste nel fatto che, come desumibile dalle cose sopra dette, mancano le risorse. Infatti, a fronte di un’inflazione relativa al triennio 2022-24 superiore al 16%, il governo offre un aumento retributivo di appena il 6%. In questo modo la posizione dei docenti italiani nei vari confronti nazionali e internazionali è destinata drammaticamente a peggiorare.
Il ministro dell’istruzione Valditara pensa di risolvere la questione offrendo, con il recente Dl 127/2025, una ‘una tantum’ di “ben” 120 euro (quando per recuperare la perdita del potere d’acquisto servirebbero aumenti strutturali di oltre 300 euro mensili). È evidente che c’è bisogno di ben altri investimenti che però questo governo non intende fare, anche perché è sempre più impegnato ad aumentare le spese per altre finalità, come quella per le armi fino al 5% del Pil.
Mai come in questo momento è palese l’alternativa fra i bisogni effettivi dei cittadini – come scuola, sanità, ecc. – e il rischio di sperperare ingenti risorse per una assurda corsa al riarmo. Allora la priorità per il movimento sindacale è una sola: impedire a questo governo di dissipare le risorse del paese in insensate spese militari. Abbiamo bisogno di scuole e non di armi, di pace e non di guerra!