L’8 dicembre del 2024 le colonne della milizia Hayat Tahrir al Shām (Hts) entrarono a Damasco, ponendo fine a 61 anni di regime politico guidato dall’esercito e dal Partito nazionalista arabo al Ba’th, di cui la famiglia al Assad e i servizi di sicurezza tennero le redini per ben 54 anni. La sorpresa della popolazione siriana, della regione medio-orientale e del mondo fu tanta e mista allo sgomento: sia per la rapidità degli eventi, sia per la presa di potere da parte di una forza dell’Islam politico radicale e combattente, ossia jihadista, ex affiliata ad al Qaida. La felicità per la fine di un regime politico autoritario, repressivo e ormai profondamente degradato, si combinò con il timore per il futuro regime che Hts e il suo leader, Ahmad al Shara’a (alias al Julani) avrebbero imposto ad un Paese tanto ricco nella sua pluralità sociale quanto prostrato da tredici lunghi e sanguinosi anni di guerra.

Da quel momento sono seguiti molti eventi che combinano speranze di rinnovamento e timore di ricadere in un regime autoritario. Lungi dallo sciogliere i dubbi, le azioni simboliche e concrete della nuova dirigenza di Damasco continuano nel solco di questo bilanciamento tra l’apertura e il coordinamento delle diversità imposte dalla realtà sul campo e la matrice autoritaria di Hts; e del suo progetto di governare la Siria in modo socialmente conservatore, economicamente liberista ed a cavallo delle potenze conservatrici del Golfo e della Turchia.

Le forze ed eventi che portarono Hts a Damasco sono ancora da chiarire in modo esaustivo. Tuttavia, furono il risultato della spinta di Hts a rompere l’assedio nel quale si trovava nella provincia rurale di Idlib, sfruttando il contesto di debolezza militare e politica di al Assad. Il dominio militare imposto da Israele nella regione dopo il 7 ottobre 2023 aveva colpito duramente sia l’esercito siriano sia gli alleati iraniani e libanesi di Hizb’allah, che non erano più in grado di sostenere apertamente quello che era l’anello debole dell’Asse della Resistenza, l’alleanza che aveva tenuto testa ad Israele e Usa dopo l’invasione dell’Iraq nel marzo 2003. La Russia, che aveva già salvato al Assad nel 2015, ha investito tutto nella guerra in Ucraina dal 2022, sguarnendo il presidio in Siria.

Sostenuto sia dal grande alleato della Turchia del Partito Akp di Erdogan, anch’esso appartenente all’Islam politico conservatore, e dai servizi segreti britannici, Hts ha preso Aleppo il 29 novembre ed è giunto in dieci giorni a Damasco senza veramente scontrarsi con l’esercito siriano, decapitato della sua dirigenza e disarticolato nella catena di comando dagli attacchi israeliani.

Anche nella sua presa di potere si combinano tre elementi: le specificità delle forze locali della guerra civile siriana; lo scontro per le sfere di influenza regionali tra Israele, Iran e Turchia; infine lo scontro tra Regno Unito e Russia. Sono seguiti eventi che combinano trasformazioni radicali con elementi di continuità.

In primo luogo, la nuova dirigenza ha come obiettivo l’imposizione del dominio, ossia della violenza organizzata, contro ogni forza rivale in tutto il Paese. Finora i risultati sono modesti. Dalla provincia di Idlib, Hts ha conquistato le aree più popolate della Siria per poi sedare con violenza sistematica ogni forma di resistenza organizzata. Nella primavera 2025, Hts si è imposta con la forza nell’area costiera, facendo 1.700 vittime per lo più della comunità confessionale musulmana degli alawiti, tacciata di lealtà verso i correligionari al Assad e di “eresia” religiosa. Dall’autunno è iniziata poi la campagna militare per il controllo del sud del Paese, espugnando il bastione della comunità confessionale dei drusi: Hts non è però riuscito ad imporsi, non da ultimo per l’intervento di Israele che prende a pretesto la difesa dalla comunità drusa per estendere la propria sfera di influenza nel sud della Siria.

In parallelo, Hts ha cercato di forzare o negoziare il disarmo delle Forze Democratiche Siriane, a guida curda, che controllano i territori ad est del fiume Eufrate: ossia un terzo del Paese, e dove si trovano i giacimenti di petrolio e gas naturale e ricchi traffici transfrontalieri con l’Iraq. Nonostante la mobilitazione delle milizie filo-turche nel nord, anche qui Hts non ha finora avuto successo, perché i curdi delle milizie Ypg-Jpg godono ancora della tutela degli Usa, e ufficiosamente anche di Israele, in funzione sia anti-iraniana sia di controllo tanto della Siria quanto dell’Iraq, se non della stessa Turchia. Le richieste di disarmo e integrazione in un futuro esercito siriano a guida Hts si scontrano con il sospetto nei confronti di una forza che per anni ha combattuto, e perso, contro i curdi, ed è alleata della Turchia che desidera eliminare l’esperienza politica e militare della Rojava.

Infine, la Siria rimane un Paese occupato dagli stati confinanti: a nord dalla Turchia, a sud da Israele. L’alleanza con la Turchia ne garantisce la re-integrazione politica ed economica, mentre Damasco punta sulla mediazione Usa per contenere l’espansione di Israele. Il risultato è un Paese ancora diviso in zone di influenza, nelle quali il governo centrale interviene per lo più tramite l’intermediazione di forze locali che però non intendono desistere senza garanzie solide di partecipazione al processo decisionale, e in un quadro di decentramento istituzionale.

In secondo luogo, la direttrice politica vede un chiaro tentativo di accentrare il potere nella cerchia ristretta dei dirigenti di Hts. Le funzioni di governo sono esercitate dal leader Ahmad al Shara’a e da pochi collaboratori venuti anch’essi dal governo della provincia ribelle di Idlib; questi poi delegano ai loro lealisti il controllo dell’operato dei funzionari statali. Come in passato, alla formalità e legalità delle istituzioni statuali si sovrappone il potere sostanziale delle autorità para-religiose e comunque leali ad Hts, come prima era con i servizi di sicurezza.

Questo processo di occupazione del potere risponde anche alla volontà e alla necessità di remunerare i miliziani di Hts della lealtà nei lunghi anni di guerra, nonché di legittimare il potere agli occhi della sua base sociale più conservatrice, se non radicale, che costituisce il nocciolo duro del nuovo potere di Damasco.

Se questo processo delegittima le istituzioni statali, la nuova dirigenza si è impegnata a coinvolgere parte della popolazione nel processo di costruzione istituzionale. Il 5 ottobre scorso si è svolta l’elezione indiretta dell’Assemblea del Popolo: i 120 eletti sono stati votati da circa seimila elettori, tutti soggetti alla selezione di Hts, cui si aggiungono i 70 nominati dallo stesso presidente al Shara’a. L’Assemblea dovrà avallare l’operato del governo transitorio, mentre la redazione di una nuova costituzione resta in sospeso ed entro cinque anni dovranno svolgersi le elezioni generali. Anche questo processo sembra pilotato verso un regime che opera in modo accentrato e che lascia solo margini “di tribuna” alla pluralità, valore e risorsa strategica della Siria. Sorprende poco, allora, che i sette milioni di siriani della diaspora all’estero, vicino e lontano, viaggino nel Paese per tornare comunque nelle loro residenze estere: in attesa di vedere cosa succede.

In terzo luogo, la nuova dirigenza siriana si sta muovendo a tutto campo per diversificare le relazioni internazionali, con l’obiettivo di trovare legittimità politica e sostegno finanziario. Ordine e frequenza dei viaggi del leader al Shara’a sono emblematici: già nel febbraio 2025, dagli alleati tradizionali della Turchia e del Qatar all’Arabia saudita, che rappresentano le principali garanzie militari, diplomatiche, politiche e finanziarie della nuova Damasco. Seguono tra aprile e giugno le visite negli stati arabi del Golfo, con tappa in Francia il 7 maggio. A settembre al Shara’a viaggia negli Usa, prima all’Onu e poi a Washington, e a metà ottobre in Russia.

Entrambe le visite sono storiche: è stata la prima per un leader siriano alla Casa Bianca, oltretutto già membro di al Qaida e già detenuto in Iraq dagli stessi Usa; e infine già obiettivo dei bombardamenti russi in Siria fino al 2024. A Washington, al Shara’a cerca la fine delle sanzioni economiche e una mediazione per porre termine sia all’occupazione israeliana sia all’indipendenza curda. A Mosca, il leader cerca di negoziare la permanenza della base navale di Tartous in cambio del sostegno finanziario e, forse, di aiuto nel ricostituire un esercito nazionale o, quantomeno, di impedire azioni destabilizzanti ad opera di membri del passato regime in esilio in Russia.

La sfida principale della politica in Siria è la sua ricostruzione materiale e sociale come Paese unito nella pluralità. L’imposizione di un sistema sociale e politico omogeneo richiede un livello di coercizione che nessuna delle forze in campo è in grado di esercitare e contro il quale, peraltro, il Paese si era ribellato nel 2011 soffrendo tredici anni di guerra brutale. Da qui la necessità per Hts di bilanciare l’accentramento del potere con un livello controllato di partecipazione su basi corporative e confessionali.

Sul versante economico, gli appelli di Hts alla massima libertà di impresa, privatizzazioni incluse, sono diretti ad attrarre competenze e capitali degli espatriati o del Golfo. Ma è necessario un quadro politico e giuridico a garanzia degli investimenti contro espropri e ricatti delle milizie: anche il più sfrenato liberismo ha bisogno di uno stato forte a sua protezione.

Per chi scrive, il punto fondamentale è che la risorsa strategica della Siria è la sua popolazione: tanto plurale quanto “tecnologica” nel saper tradurre sapere e conoscenze, individuali e collettive, in opere concrete, che bilancino uso privato e pubblico. Le forze politiche che sapranno mettere a valore questa ricchezza sociale potranno ricostruire il Paese in velocità ed economia. Ai siriani spettano i modi di costruire istituzioni che coordinino la loro pluralità. Se invece prevarranno progetti di omogeneità sociale all’interno e allineamento unilaterale all’estero, e se continuerà l’occupazione dei territori, allora si pongono le basi per nuove guerre.