
Con Jurgen Habermas, scomparso lo scorso 14 marzo all’età di 96 anni, perdiamo l’ultimo dei grandissimi del secondo Novecento.
Nessuno come lui ha saputo porsi al centro di tutte le grandi questioni che hanno animato il dibattito politico e filosofico contemporaneo, all’insegna di quel confronto critico-razionale che nella sfera pubblica costituirà il suo tratto più tipico, sin dalla sua “Storia e critica dell’opinione pubblica”, del 1962.
I suoi esordi si iscrivono nell’alveo del marxismo e della teoria critica, fra Adorno e Abendroth, ma con Horkheimer – in fase conservatrice – che avversa il suo arrivo alla Scuola di Francoforte. Ne diverrà da lì a poco il suo maggiore interprete, guidando anche l’istituto Max Planck. Di quell’ascendenza troveremo importanti tracce nel suo ruolo nel ‘68 tedesco e nella sua polemica del ‘67 con Popper e Darhendorf, per la loro pretesa di mutuare i metodi dell’empirismo positivista in sociologia, con le sue “quisquilie di valore subalterno” (Adorno), in difesa del metodo dialettico. L’individuo viene assunto a-storicamente e decontestualizzato nel processo di rilevazione empirica, al di fuori di ogni complessità strutturale entro la quale andrebbe invece colto e interpretato. Piuttosto che porlo alla base delle interpretazioni empiriste, declassando la sociologia a una variante, solo un po’ più accorta, della ‘doxa’ da cui oggi veniamo travolti.
L’attenuazione del focus su lavoro e conflitto di classe, a vantaggio della sfera del consumo, della riproduzione sociale e delle dinamiche della comunicazione, gli costeranno gli strali del movimento studentesco di Krahl e Dutschke, verso il quale – in un’accalorata assemblea in tema di violenza – rivolgerà l’accusa, poi ritratta, di “fascismo di sinistra”.
La sua critica al capitalismo maturo non cesserà quando a metà anni ’70 ne denuncia la crisi di razionalità e legittimazione, indotta dal generare aspettative che non è in grado di soddisfare. Con Offe e vari altri, animerà il dibattito neo-marxista sul ruolo dell’interventismo dello Stato in economia al tempo del welfare, fra autonomia relativa e funzionalismo integrazionista delle rivendicazioni operaie e sindacali. Ai più ortodossi imputerà, oltre il vizio mai estinto dell’economicismo, una inadeguata tematizzazione dello Stato di diritto e della democrazia procedurale. Una critica che era già stata di Kelsen e che in Italia riprenderà Bobbio.
I temi dell’alienazione e della colonizzazione dei mondi vitali, generati dal sistema capitalistico e dagli apparati burocratico-amministrativi dello Stato, sono al centro delle sue riflessioni negli anni ’80, quando pubblica la sua “Teoria dell’agire comunicativo”. E’ lo snodo centrale di tutto il suo vasto e complesso impianto filosofico. Ispirato dall’ermeneutica e dalla svolta linguistica, tale agire concorre non meno del lavoro, nella sfera della riproduzione simbolica, al mantenimento in vita di una società. Tesi largamente anticipatoria, posto il rilievo che il comunicare e il mondo della vita hanno assunto oggi, distorti, nelle nuove forme estrattive del capitalismo digitalizzato.
Alla razionalità strumentale del sistema opporrà – ancora in “Fatti e norme” – l’etica di una sfera discorsiva pubblica alimentata da un pluralismo argomentativo orientato all’intendersi, libero dalla costrizione e dall’omologazione indotti dal denaro e dal potere.
E’ marcusiano, nel paventare il rischio di un ‘uomo a una dimensione’. Un’utopia, come gli verrà rimproverato, e di cui non negherà lui stesso l’aspirazione, rivendicando di fatto una vena ottimistica, proverbialmente assente nel pessimismo dei suoi maestri e, in seguito, dei suoi coevi più radicali. Ai primi contesterà la liquidazione del progetto moderno, che ritroverà più tardi nel post-modernismo e nel post-strutturalismo dei secondi: Foucault, Lyotard, Derrida. Nel suo “Discorso filosofico della modernità” rigetterà il relativismo e l’irrazionalismo di questi ultimi, rivendicando il valore e l’attualità del progetto illuminista, nella sua essenza kantiana di ricerca secolare e razionale di una autonomia del giudizio critico, fondamento imprescindibile di una democrazia deliberativa e di una pratica consapevole della cittadinanza. Il progetto moderno, lungi dall’essere responsabile del totalitarismo genocidario, secondo il noto assunto che nel ’44 aveva mosso i suoi maestri a scrivere “Dialettica dell’illuminismo”, fu piuttosto negato da quella catastrofe laddove il suo obiettivo resta, incompiuto, un ideale ancora da traguardare. Esso comprende un universalismo giuridico e della morale, incarnato nelle istituzioni degli Stati costituzionali, ossia in forme di educazione democratica della volontà, modelli individualistici di formazione dell’identità, sviluppo di una soggettività liberata dagli imperativi utilitaristici e convenzionali.
A fine anni ’80 animerà lo scontro storiografico con Nolte, intorno al tema della colpa tedesca e dell’unicità di Auschwitz, contro l’equiparazione fra nazismo e comunismo. Commenterà con timore la riunificazione tedesca, paventandone lì come altrove il rinascente nazionalismo, a favore di un’Europa sempre più unita, federale e centrata sul primato del Parlamento. In difesa di quest’ultima, pur così malamente edificata, polemizzerà con Dieter Grimm, evocando un patriottismo costituzionale sovranazionale, basato sul valore politico e cosmopolita di un ‘demos’ europeo, contro il sovranismo del giurista tedesco, che ne contestava alla base il carattere elitista e l’assenza di un ‘etnos’ sufficientemente coeso. Un tema che tornerà anche nella sua disputa con Streeck, nel 2013, che di quella critica, giudicata disfattista, ne interpreta tuttora la variante di sinistra. “Vuole tornare nostalgicamente alle fortezze nazionali degli anni ’60 e ‘70”. Sono però le diseguaglianze, più degli stessi sovranismi, ad avvelenare l’Europa, scriverà nel 2019. Il tema è come fare rinascere la politica dietro i mercati globalizzati, auspicando un allargamento della democrazia al di là dei confini del vecchio stato-nazionale. Da qui il suo credo in una “costellazione postnazionale”, con la Ue e con l’Onu, malgrado i loro chiari e persino clamorosi fallimenti.
Scettico, come i suoi maestri, sulle capacità della classe operaia di intestarsi un primato nella lotta contro le nuove forme del dominio tecnocratico, guarderà con interesse e simpatia ai nuovi movimenti femministi e ambientalisti, al nuovo ceto medio giovanile e istruito, e in difesa del carattere multiculturale delle società occidentali. Si interrogherà sul concetto di “guerra giusta”, prendendo posizione a favore di quella nel Kuwait, nella ex Jugoslavia e più di recente in Ucraina. Ma contro quelle scatenate più di recente in Medio Oriente. A un mese dal massacro del 7 ottobre 2023 firmò con due colleghi una lettera a sostegno del diritto di Israele a reagire, auspicando al contempo una reazione proporzionata, in vero già del tutto disattesa sin da quelle prime settimane, sotto la scure smisurata e devastatrice dell’Idf.
Gli ultimi anni della sua lunga vita sono stati dedicati alla stesura di una monumentale “Storia della filosofia”, nella quale fra l’altro tornerà a interrogarsi sul rapporto tra filosofia e fede, anticipato dal confronto col suo connazionale e amico teologo Ratzinger. Interprete di un pensiero post-metafisico, accoglie infine una ipotesi post-secolare dal momento che la ragione laica rischia oggi di scontare una “debolezza motivazionale”, laddove quella religiosa può offrire risorse civiche virtuose, necessarie dinanzi all’alienazione prodotta, ad esempio, dalle sfide inedite nella sfera bioetica e dell’Intelligenza Artificiale. Insomma, una fede alleata nella comune lotta contro l’alienazione disumanizzante del nuovo imperialismo tecnologico.
Pensatore poliedrico e anti-retorico, intellettuale pubblico e di sinistra, Habermas non è mai stato un militante organico. Ha certamente esplorato il mondo contemporaneo da prospettive diverse da quelle oggi egemoni nella sinistra radicale internazionale, che non gli ha perdonato il suo disinteresse per lotta di classe e per il Sud globale, col recente silenzio sul genocidio a Gaza. O il suo formalismo intorno a tematiche etiche, giuridiche o trascendentali, a scapito di una interpretazione più schiettamente anti-capitalista. Ciò nondimeno si commetterebbe un errore a liquidarne l’intero repertorio, tralasciandone le tante istanze critiche e originali riguardo ai pericoli di una “regressione nella barbarie”, ad opera del capitalismo e della sua ‘spirale tecnocratica’. “Fra capitalismo e democrazia – scrive nella sua “Teoria” del 1981 – sussiste un ‘insolubile’ rapporto di tensione”. Come ha osservato Maurizio Ferraris, la storia ha smentito Habermas, dimostrando come la comunicazione possa corrompersi ben oltre quanto lui stesso avesse paventato. Ma gli ha anche dato ragione, in quanto il sonno della ragione produce mostri, proprio come pensavano gli illuministi.
“Portare avanti la sua eredità – ha scritto Marina Calloni, fra le sue allieve e amiche italiane – significa non limitarsi a studiarlo nelle università, ma praticare la democrazia nella vita pubblica, come cittadini e cittadine attive, contro ogni dominio colonizzante”. Autonomia di giudizio, moralità civica, dialogo razionale, mondo della vita, stato democratico di diritto. Si possono fare tutte le critiche che vogliamo – teoriche ed empiriche – alla sua teoria dell’agire comunicativo e al suo ideale di democrazia, ma alternative migliori – sia teoriche che empiriche – che si sappia almeno, non ne sono state escogitate.
