In gioco la difesa della scuola della Costituzione contro ogni deriva utilitaristica.

La Flc Cgil ha proclamato per il 7 maggio scorso lo sciopero generale per l’intera giornata del personale (docente, ata, dirigenti) in servizio negli istituti tecnici, dopo il fallimento del tentativo di conciliazione al ministero del Lavoro del 27 aprile.

È una scelta di coerenza. A differenza di altre organizzazioni sindacali, che hanno scelto di accontentarsi delle promesse ministeriali di tamponare la situazione, noi riteniamo che la gravità dell’attacco in corso richieda una risposta ferma e determinata.

Si tratta, per gli istituti tecnici, di una riforma nata male – avviata dal ministro Bianchi sotto il governo Draghi in attuazione del famigerato Pnrr – e che rischia di finire ancora peggio. L’attuale gestione del ministro Valditara ha infatti accumulato ritardi inaccettabili, procedendo in totale assenza delle “linee guida” indispensabili alle scuole per poter adempiere ai nuovi obblighi. Una navigazione a vista talmente critica che il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (in cui la componente Cgil è minoritaria), nel parere espresso il 10 aprile 2026, è intervenuto con una durissima valutazione, evidenziando criticità che prefigurano un vero e proprio naufragio organizzativo (oltre che di ordine culturale).

Al tavolo di confronto, il ministero dell’Istruzione ha faticato a fornire i dati precisi sulle iscrizioni e sugli organici del personale, limitandosi ad alcune proiezioni esclusivamente per il primo biennio, ignorando gli effetti potenzialmente devastanti sul quinquennio.

Il tentativo dell’amministrazione di gestire l’esubero del personale – che rischia il soprannumero e il successivo taglio – scaricando sulle scuole l’onere di utilizzare la quota di autonomia o di costituire cattedre a orario ridotto, non è che un palliativo. Si tratta di soluzioni temporanee che non intervengono sull’impianto strutturale di una riforma che aggredisce gli organici e svuota i percorsi di studio.

Le ragioni dello sciopero, quindi, risultano tanto evidenti quanto ineludibili. La riforma, infatti, non si limita a imporre un taglio strutturale degli organici del personale, ma opera una sistematica svalutazione dell’istruzione tecnica. Attraverso la drastica riduzione di insegnamenti fondamentali – come l’italiano e le discipline scientifiche d’indirizzo – il ministero svuota di valore culturale il percorso di studi. Si sacrifica così la formazione integrale della persona sull’altare di una visione puramente utilitaristica, riducendo la scuola a un mero addestramento di manodopera da consegnare precocemente al mercato del lavoro.

La riforma dei tecnici non è un’azione isolata. Come denunciato dalla Flc Cgil, siamo di fronte ad una “riforma a pezzetti” che punta a una revisione complessiva e peggiorativa della scuola secondaria senza passare per una trasparente riforma ordinamentale. La recente istituzione della filiera tecnologico-professionale (con la riduzione del percorso di studio da cinque a quattro anni), e le precedenti sperimentazioni dei licei in quattro anni, sono solo gli antecedenti di un obiettivo finale ormai scoperto: la riduzione di un anno di scuola per tutti gli indirizzi delle superiori.

Si tratta di una visione che vorrebbe trasformare tutto in “licei” per celare non solo un taglio brutale del 20% degli organici, ma soprattutto un generale impoverimento della scuola statale. Quest’ultima viene costretta a rinunciare al mandato costituzionale di formare i cittadini per adattarsi a una logica di mercato, trasformando l’istruzione in uno strumento piegato alle mere esigenze delle imprese.

Contro tutto ciò la Flc Cgil ha proclamato lo sciopero del 7 maggio, chiedendo il ritiro della riforma e l’apertura di un confronto vero con il mondo della scuola e le parti sociali.