Da quando la multinazionale dell’elettrodomestico ha annunciato di volere tagliare 1.720 posti di lavoro, nemmeno fossero rami secchi di un albero, lavoratrici e lavoratori protestano ventiquattr’ore su ventiquattro. Resisteranno un minuto più del padrone. Non passa giorno senza presidi, assemblee, picchetti, manifestazioni. Se ne sono accorti anche i tanti appassionati di ciclismo, che durante il Giro d’Italia hanno visto sventolare bandiere rosse della Fiom Cgil e striscioni di condanna per il comportamento di Electrolux. “Non è un piano industriale ma un licenziamento a rate”. Giustificazioni risibili quelle dell’azienda, la solita minestra avvelenata a base di delocalizzazioni dove il costo del lavoro è inferiore, il prezzo dell’energia che in Italia è alle stelle (e questo è vero) è minore, e l’acciaio con cui si producono lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, congelatori, forni, piani cottura, cappe di aspirazione è più conveniente.

I licenziamenti previsti sono pari a circa la metà degli addetti complessivi di Electrolux in Italia: a Susegana (TV) si vuole passare da 728 a 418 dipendenti, a Porcia (PN) da 571 a 309, a Solaro (MI) da 615 a 398, a Forlì da 683 a 345. Per lo stabilimento di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, è prevista invece la chiusura con l’uscita di tutti i 170 dipendenti. Agli esuberi annunciati – 994 operai e 725 impiegati di staff – si aggiungono oltre 200 lavoratori a termine. Dietro questi numeri ci sono donne e uomini in carne ed ossa, che da un giorno all’altro vedono svanire il loro futuro.

Ascoltata attraverso le voci di chi ci lavora da 25 o 30 anni, la crisi dell’Electrolux può essere descritta come un castello fatto come il Lego che all’improvviso crolla, lasciando gli operai in braghe di tela, come se fossero mattoncini sparsi sul tavolo di gioco. “Non può finire così, lo devono capire. Non ci arrenderemo ai licenziamenti, alla chiusura degli stabilimenti e al dimezzamento delle produzioni”. Simone Preatoni lavora nella fabbrica milanese di Solaro, dove la produzione è interamente dedicata alle lavastoviglie, da ben 27 anni. “É stata una doccia gelata, non ce lo aspettavamo – racconta – il lavoro non mancava, la nostra fabbrica è all’avanguardia, avevano assunto giovani con contratti a termine per far fronte ai picchi di produzione. A che gioco stanno giocando? E dove sono finiti gli incentivi generosamente erogati dall’Ue e dal governo italiano per sostenere l’industria del ‘bianco’?”. Tutte domande che attendono risposta, a partire dal prossimo incontro al ministero. “Dietro ogni addetto a rischio c’è una famiglia con figli da mantenere, mutuo da pagare, la quotidianità di una vita che costa sempre di più”.

Preatoni ha 51 anni, decisamente pochi per poter arrivare alla pensione, eppure il sindacalista della Fiom si preoccupa anche di chi è più giovane: “Dobbiamo tutelare chi ha venti, trent’anni. Sono loro il futuro, non solo di Electrolux ma del paese. Lavorano alla catena di montaggio per l’intera giornata, senza battere ciglio e senza mai lamentarsi”. I più anziani ricordano i blocchi ai cancelli andati avanti per mesi nel 2014. “Lottando siamo riusciti a superare il momento difficile e a tornare a galla”.

Oggi non ci stanno ad assistere a una lenta ma continua emorragia dell’occupazione. “Andremo a Roma in massa, manifesteremo sotto le finestre del ministero, e anche davanti al palazzo della Regione, al Pirellone”. Il lavoro è il presente e soprattutto il futuro. “Se dovessi uscire da Electrolux, dove potrei andare? Chi mi potrebbe assumere? Dove potremmo andare tutti noi?”.

Gli operai di Electrolux sono disperati, lo choc è stato enorme, ma passato il primo momento di sconforto è venuta a galla una feroce determinazione a non accettare supinamente un destino fatto di cassa integrazione straordinaria e poi di Naspi. L’accusa è precisa: Electrolux vorrebbe produrre dove il lavoro costa meno, diritti e tutele quasi non esistono, per poi continuare a vendere in Italia a prezzi salati. “Produrre là e vendere qua”, detto con le parole di Preatoni che non capisce e non si adegua. “Abbiamo aumentato la produzione. Lavoravamo come dei matti. Non possono permettersi di prenderci a calci da un giorno all’altro”.

Resistere, resistere, resistere. Più di metà della propria vita dedicata al lavoro, con tutti i legami che si cementano fra chi condivide le otto ore quotidiane nello stesso stabilimento. Ora l’idea di dover lasciare tutto è insopportabile. “Siamo cresciuti insieme, siamo come una grande famiglia. Insieme vogliamo arrivare a una meritata pensione. E non lasceremo soli i più giovani, con contratti a termine che scadono il 28 agosto prossimo, un pugno di settimane. Quelli più vecchi di noi ci hanno dato una mano quando c’erano momenti difficili, e noi faremo lo stesso con i ragazzi entrati in fabbrica da poco, quelli di cui Electrolux vuole disfarsi con un arrivederci e grazie. É quel passaggio di testimone che contraddistingue la vita in fabbrica”. Una solidarietà operaia che ha fatto la storia migliore del paese.

Da Solaro a Cerreto d’Esi

Se Preatoni deve pensare a come evitare i tagli nella fabbrica di Solaro, a Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, Electrolux vuole proprio chiudere e abbandonare a se stesso lo storico stabilimento di cappe aspiranti da cucina. Giancarlo Brina lavora lì da 28 anni, il suo umore è nero come la pece. “Stiamo parlando di 170 famiglie che improvvisamente si trovano in mezzo a una strada, senza una prospettiva. Ci sono anche mariti e mogli che lavorano fianco a fianco nel nostro stabilimento. É una follia”.

Da queste parti trovare lavoro è diventata un’impresa, il territorio marchigiano è uno di quelli a maggior rischio di deindustrializzazione. “Qui si producevano cappe di alta gamma, quelle di lusso – sottolinea Brina – Lavoravamo bene e ci facevano pure i complimenti. Siamo operai specializzati, con alta professionalità. Ne realizzavamo massimo quattro, cinque l’ora, le sapevamo fare solo noi ed era la nostra forza. Ora invece ne facciamo trenta all’ora con la catena di montaggio, è tutto molto veloce e standardizzato, in questo modo si possono fare ovunque e infatti le faranno in Polonia”.

Vecchia storia, pur di fare profitti si passa sopra a tutto sacrificando il lavoro operaio e spostando le produzioni là dove costa meno. “Però gli incentivi li hanno presi – denuncia il sindacalista della Fiom Cgil – Dovrebbe intervenire il governo, anche a Bruxelles dovrebbero discutere di come si comportano le multinazionali. La loro spregiudicatezza è inaccettabile. Se ne vogliono andare? Restituiscano tutto quello che hanno preso in passato”.

Quando chiude una fabbrica va a scatafascio anche l’indotto, e Cerreto d’Esi non è un’eccezione. “Ho 58 anni – racconta Brina – sono troppo giovane per la pensione e troppo vecchio per essere ricollocato. Il terzista per cui lavorava mia moglie ha chiuso tempo fa e lei è da anni senza un’occupazione. Siamo una famiglia monoreddito. Hai voglia a fare risparmi, se anche io perdessi il lavoro non sapremmo proprio come andare avanti. Nostro malgrado potremmo essere costretti ad andarcene, a cercare fortuna altrove”.

Come il collega della fabbrica lombarda, anche Brina considera compagne e compagni di lavoro propri familiari, sono cresciuti insieme, messo su casa e lottato fianco a fianco ogni qual volta c’era un problema. “Le figlie dei nostri colleghi sono diventate grandi, le abbiamo viste diventare ragazzine, studiare, ci vediamo anche fuori da lavoro. Abbiamo superato insieme ‘riorganizzazioni’ e crisi. Non può finire così, non deve finire così. Voglio solo vivere sapendo che la mattina mi alzo per andare a lavoro, a sera torno a casa, stanco, soddisfatto o arrabbiato, ma comunque con la consapevolezza di avere fatto il mio dovere e portato a casa la giornata. Non possiamo lavorare con la pistola alla tempia. Non è più vivere, è un’agonia”.

Hanno montato un gazebo davanti ai cancelli della fabbrica, con un tavolo e alcune sedie, affisso striscioni e cartelli contro la chiusura. La presidiano a turno dall’11 maggio, quando l’azienda aveva comunicato ai sindacati durante un incontro a Venezia che l’impianto sarebbe stato dismesso, la produzione spostata in Polonia e loro licenziati. In blocco. “Ci hanno comunicato la chiusura da un giorno all’altro, manca poco sorridessero, come fosse un fatto normale. Siamo lavoratrici e lavoratori esperti, abbiamo una storia, vogliamo essere rispettati”. Poi una promessa, solenne: “Da qui non uscirà nemmeno un cacciavite, nemmeno un bullone”.

Negli anni novanta da queste parti si produceva il settanta per cento delle cappe che venivano vendute nel mondo. Ora non è rimasto quasi nulla. Pierpaolo Pullini, sindacalista della Fiom Cgil che sta seguendo la vertenza, spiega che se lo stabilimento di Cerreto d’Esi chiudesse “sarebbe l’ennesimo durissimo colpo al distretto degli elettrodomestici del fabrianese e un dramma per tanti lavoratori che hanno difficoltà a ricollocarsi, considerando le numerose crisi industriali degli ultimi anni in questo territorio”. Le immagini che arrivano da tutta Italia sono fotografie a pugno chiuso di una classe operaia che non ha alcuna intenzione di arrendersi.

(3 giugno 2026)