
Sintesi della relazione al convegno “La luna, la fabbrica, il socialismo. Affinità e divergenze tra Bruno Trentin e Pietro Ingrao”.
Affinità e divergenze tra Bruno Trentin e Pietro Ingrao: così abbiamo scelto di titolare l’incontro, parte delle attività per il centenario di Bruno Trentin, per riflettere sulla sua eredità politica e teorica. E, sollecitati dal Centro per la Riforma dello Stato, abbiamo ritenuto non aggirabile la messa in relazione dell’elaborazione di Trentin con quella di un altro gigante del movimento operaio del Novecento, Pietro Ingrao. Affinità e divergenze: perché alla sinistra interna al Pci entrambi hanno appartenuto per lunghissimo tempo, condividendo chiavi di lettura, presupposti strategici e concezione dell’agire politico e dell’azione collettiva. E, nonostante questa matrice condivisa, le difficoltà del movimento operaio, la crisi delle diverse forme di socialismo, le trasformazioni del capitalismo li avrebbero portati a fornire risposte anche molto diverse.
Le affinità: analisi del neocapitalismo e “modello di sviluppo alternativo”
Volgendo lo sguardo all’inizio degli anni ‘60 – quelli del boom che trasforma radicalmente il volto dell’economia e della società italiane – si delinea in maniera trasversale a Pci e Psi una vera e propria spaccatura sulla lettura delle direttrici di evoluzione del capitalismo italiano. Nel Pci la frattura interessa i due ‘revisionismi’ speculari del gruppo dirigente post-togliattiano. Il convegno organizzato nel 1962 dall’Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano rappresenta l’avvio di questa originale elaborazione intorno all’approccio strategico da adottare. La valutazione sullo stato di salute del capitalismo italiano separa la destra e la sinistra interne al Pci. Le ‘ali sinistre’ sottolineano il grande dinamismo del ‘neocapitalismo’ consumista, dirigista e automatizzato, portatore di nuove e più sofisticate contraddizioni, ma che al tempo stesso rimodula e rideclina quelle vecchie alla luce della “contraddizione fondamentale” fra capitale e lavoro. La trasformazione dei monopoli economici da “elemento anomalo e parassitario” ad “elemento ordinatore e propulsore”, per la sinistra interna al Pci annullerebbe l’efficacia della tradizionale lotta antimonopolistica, parziale e di ispirazione liberoscambista. Il loro dinamismo, così come la natura tendenzialmente ‘totalitaria’del loro controllo sull’insieme degli aspetti della vita associata, impongono un risoluto cambio di passo. Per la sinistra del Pci, va assunta come dirimente la “critica generale e radicale delle leggi dell’accumulazione capitalista”, così come la lotta per definire un “altro tipo di organizzazione sociale”. Il problema non è più quindi quello del completamento della “rivoluzione borghese”, ma quello della modificazione in senso socialista dello sviluppo economico in atto.
La necessità della prefigurazione di una società alternativa si riconnette anche alla evoluzione della stratificazione sociale: a partire dal mutamento del concetto di “ceti medi”, espressione – come metterà in evidenza nel convegno del ’62 Bruno Trentin, segretario della Fiom, comunista di ascendenza azionista e vicino in quella fase ad Ingrao – sempre meno riconducibile al lavoro autonomo, rinviando al ventaglio di figure professionali ingenerate dalla produzione di massa, ma diverse dalla classe operaia per la varietà di funzioni, cultura e reddito. Con una simile differenziazione, il semplice salarialismo e la convergenza in funzione antimonopolistica rischiano di essere inefficaci o di produrre frantumazione corporativa. L’unità tra ceti operai ed “intellettuali della produzione” deve far leva sulla contraddizione “fra la libera esplicazione dell’attività professionale e creativa” dei tecnici e “la logica del profitto”. Ad essere chiamata in causa, in maniera concreta, è la questione dell’alienazione. La lotta per forme e procedure di controllo operaio sarebbe quindi funzionale sia a fronteggiare la marginalizzazione delle istituzioni rappresentative, che a perseguire l’obiettivo della prefigurazione, sganciando la programmazione economica dalla “mitizzazione del capitalismo di Stato propria del vecchio riformismo” e indirizzandola verso forme di autogoverno socialista.
Questo insieme di analisi e suggestioni verrà ricondotto ad unità, nel quadro di una proposta politica organica, in occasione dell’XI congresso del Pci, animato dallo scontro di visioni tra Ingrao e Amendola, incentrato sulla proposta ingraiana di un “modello di sviluppo alternativo” per il tramite dell’azione concentrica delle leve statali e macroeconomiche, e delle forme di rappresentanza democratica sui luoghi di lavoro.
Il lungo ’68, il “sindacato dei consigli” e la democrazia organizzata di massa
Ma il principale canale attraverso cui prenderanno forma alcuni pezzi di questo “modello di sviluppo alternativo” non sarà tanto quello della battaglia parlamentare intorno alla programmazione economica. Gli elementi più rilevanti riusciranno ad imporsi sulla scia dei movimenti di massa che alla fine del decennio sconvolgeranno l’Italia e l’intero Occidente. A partire dal più rilevante: il ’69 operaio, l’autunno caldo anticipato dalla riscossa sindacale del biennio ‘62-’63 e generalizzato e radicalizzato in occasione della tornata di rinnovi contrattuali del 1969. L’esperienza dei consigli dei delegati espressione dei “gruppi omogenei” sulle linee produttive – i consigli di fabbrica -, insieme al fiorire e alla progressiva istituzionalizzazione di una serie di esperienze di democrazia assembleare e di base, rappresentano la concretizzazione della riflessione condotta nella prima metà del decennio da Trentin e Ingrao.
Le lotte operaie di fine anni ‘60 sono viste da Trentin proprio come la concretizzazione di quest’approccio, spingendosi oltre il solo momento salariale e giungendo ad investire “la struttura gerarchica dell’impresa capitalistica moderna, il lato ‘oppressivo’ del rapporto di lavoro”, l’eterodirezione ad esso connaturata. Nella nuova fase, afferma, “il nodo centrale del conflitto di classe” diviene “l’organizzazione capitalistica del lavoro e la struttura gerarchica che la motiva e la sorregge. E cioè il nodo del ‘potere’ […]. Il nodo della libertà”.
Inizia qui a delinearsi il tratto distintivo di quella che, ne “La città del lavoro”, Trentin definirà la ‘sinistra libertaria’, quella “altra anima” della sinistra che non è mai riuscita a darsi “forme compiute” ed un’organizzazione stabile e duratura, ma che ha agito assumendo le sembianze “di una ricerca e di una tensione”. Al centro sta appunto l’idea per cui la trasformazione della condizione di lavoro, il superamento dell’alienazione, non debba attendere la conquista del potere e il mutamento dei rapporti di proprietà, ma essere il fulcro di un’attività quotidiana.
Le divergenze: la crisi dei socialismi e il ripensamento della liberazione del lavoro
Gli sconvolgimenti degli anni ‘80 – la parallela e speculare crisi del comunismo sovietico e delle socialdemocrazie del compromesso keynesiano; la transizione dal fordismo al postfordismo; l’indebolimento della capacità regolativa degli Stati nazionali; l’emergere di movimenti post-acquistitivi e post-materialisti (femminismo, ecologismo, nuovo pacifismo) – producono una crescente divaricazione tra le prospettive di rinnovamento e ripensamento degli obiettivi di emancipazione perseguite da Ingrao e Trentin.
Per Trentin, questo bilancio della storia della sinistra raggiungerà il suo apice con “La città del lavoro”: la crisi dei grandi paradigmi del socialismo novecentesco lo spinge a riscoprire la propria formazione giovanile nel Partito d’Azione e nella componente proveniente da Giustizia e Libertà. Non è casuale che questa nuova formulazione della strategia sindacale giunga a definizione nel 1989, a ridosso del bicentenario della Rivoluzione francese. È infatti ponendosi oltre il tradizionale spartiacque del 1917 che Trentin maturerà le convinzioni che lo condurranno a ridefinire lo spazio e il ruolo dei diritti ‘civili’(e, a cascata, della ‘libertà’), nell’ambito della strategia della sinistra e del suo progetto di trasformazione. Ribaltando l’assunto tradizionale della sinistra socialcomunista secondo cui sarebbe il benessere a rendere possibile l’effettivo godimento della libertà, Trentin afferma come un benessere ottenuto passivamente e secondo modalità paternalistiche e “bismarckiane” non sia pieno e reale, e possa essere costantemente messo in discussione. Solo un benessere frutto del dispiegamento della libertà individuale e del conflitto sociale può essere pieno e duraturo.
È con il suo arrivo al vertice della Cgil e con la parole d’ordine del “sindacato dei diritti e della persona” che Trentin tenta di tradurre in pratica questo ambizioso progetto di autoriforma del sindacato e del movimento operaio. Il “sindacato dei diritti” diviene lo strumento principale tramite cui rispondere sia alla crisi delle concezioni quantitative dello sviluppo, sia alla crisi in cui versano il fordismo e la sua filosofia organizzativa, improntate alla logica dell’eterodirezione e ad una riduzione in senso esecutivo del lavoro operaio. Il sindacato dei diritti è la prospettiva strategica per affermare “la persona e il suo sviluppo” quali variabili indipendenti dell’attività produttiva, conciliando la lotta per il lavoro e l’occupazione con quella per la qualità e l’umanizzazione del lavoro. Il lavoro, insomma, come lo strumento per l’autorealizzazione della persona. La risposta alle difficoltà del sindacato nel contesto della frantumazione postfordista lo vede puntare sull’affermazione solidale dei diritti individuali di tutti coloro che, a prescindere dalla natura dell’inquadramento contrattuale o dall’ampiezza della realtà aziendale, vivono in una condizione di subordinazione e di eterodirezione.
La divergenza con Ingrao si palesa in relazione al bilancio dei socialismi novecenteschi, e al posto che al suo interno occupa il “fattore Stato”.
Prospettive, ricette, direttrici diverse, per rispondere – di fronte alla crisi dei grandi paradigmi e dei grandi sistemi ideologici del Novecento – ad una medesima esigenza: fronteggiare le nuove e più sottili sfide poste dal capitalismo globalizzato e finanziarizzato, alla lotta per l’emancipazione integrale dell’uomo e la realizzazione della persona che lavora.
(La relazione integrale: https://www.fondazionedivittorio.it/rivedi-levento-luna-fabbrica-socialismo-affinita-divergenze-bruno-trentin-pietro-ingrao)
