Ci sono persone che se ti sono amiche per un attimo lo sono per tutta la vita. Una di queste era Carlo Petrini, che tutti chiamavano Carlin, diminutivo della sua terra, il Piemonte, o forse della sua patria, Bra. Conoscere Carlin voleva dire superare istantaneamente una soglia di autenticità che di solito non si supera mai con le nuove conoscenze: invece nel suo caso era diverso. Se ti presentavi dicendo da dove venivi, per prima cosa arrivava uno sguardo indagatore, poi una domanda imprevista (“Ma lo conosci quel salumiere all’angolo che ha quel formaggio…”) e poi – se la risposta era giusta – una risata contagiosa. Dopo, immancabile, un aneddoto (“Ma lo sai che quel salumiere mandava il formaggio al sindaco di Bra? E noi una volta lo scoprimmo. E intercettammo il formaggio”). E una seconda risata, più forte. A quel punto era impossibile non considerarsi amici, perché si condivideva un racconto a suo modo memorabile.

Carlin veniva alle riunioni dell’assemblea nazionale dell’Arci con una sua pattuglia di amici piemontesi. Era un giovane uomo che sembrava senza età, ma avrà avuto trent’anni. Già all’epoca era circondato da un’aura di leggenda: negli anni ’70 aveva militato nel Pdup. A Bra, dove Carlin capeggiava la lista ed era il factotum, il Pdup raggiungeva il 12%. Ogni cosa che Carlin intraprendeva aveva il pregio non solo di funzionare, ma di arrivare a tanta gente, e di entusiasmare. Di risvegliare energie sopite.

Già nei primi anni ‘80 si mise in testa di creare un’associazione che avesse a che fare con il cibo, e creò Arcigola. In quegli stessi anni usciva “La gola, mensile del cibo e delle tecniche di vita materiale”, promosso dallo stesso gruppo che aveva fondato il mensile Alfabeta, e il cui agitatore era Gianni Sassi, a sua volta amico di Carlin. Da queste iniziative prese forma un discorso sul cibo e sull’alimentazione che ebbe un avversario ovvio ed evidente nel meccanismo alimentare industriale, ovvero il fast food. Petrini moltiplicò le proprie energie associative scovando ovunque appassionati di un “cibo lento”, di ritmi di vita che potessero sposarsi con la convivialità, e la solidarietà, e la soddisfazione dei bisogni.

Ne uscì un progetto maestoso di omaggio alla nostra terra-madre, al nostro pianeta violentato da secoli di estrattivismo capitalistico. Cosa non si è fatto per il profitto, diceva Carlin negli incontri pubblici sempre più partecipati: quanto si è avvelenato, quanto si è rovinato, quanto si è sprecato. Venire a patti con il pianeta voleva dire non solo scusarsi, ma riparare i guasti, prendere il ritmo giusto delle cose, andare verso chi non ha, e insegnare a studiare per poi imparare a fare le cose. Ecco perché gli ultimi anni di impegno di Carlin sono stati dedicati all’Università degli studi di scienze gastronomiche di Pollenzo, che in qualche modo corona la sua utopia.

Ma l’obiettivo finale di quell’uomo straordinario era, credo, l’amicizia. Perché l’amicizia contiene tutte le altre possibilità di evoluzione sociale. Ed è un fine in sé, perché è in grado di offrire il profumo della condivisione. La cosa eccezionale di Carlin era che sapeva sentirsi a proprio agio con chiunque, dai più piccoli produttori di cibo di lande desolate agli intellettuali e agli artisti più raffinati, fino ai re e ai papi. E sapeva comunicare in modo formidabile, anche nelle lingue che non praticava: i suoi discorsi erano capiti da tutti, e spesso usava qualche parola nella lingua che lo ospitava per poi battere sull’italiano, che considerava una specie di esperanto.

Una volta gli dissi che doveva sentire della musica rap, che negli anni ‘90 si stava imponendo anche in Italia, e smetterla di ascoltare solo i cantautori. Mi chiese se conoscevo Afrika Bambataa. Trasecolai: Bambataa era praticamente un mito per chi amava il rap. Una leggenda. “Ci ho parlato tutta una sera a New York: molto simpatico”, mi disse Carlin. “Ma come diavolo hai fatto a parlare con lui, se mi dici sempre che non parli inglese?”. “Ma cosa vuoi che ti dica? Mi era simpatico, e abbiamo parlato di come il cibo dei ghetti andrebbe cambiato radicalmente!” “Ma come avete fatto a capirvi?” “Ma che ne so? Abbiamo bevuto un bel bicchiere di rosso…”.

Una volta mi fece conoscere una trattoria a Roma imbucata in mezzo a un mercato popolare. Quando entrò corse subito dall’oste a scusarsi perché non aveva prenotato, ma quello lo abbracciò come se fosse suo fratello e ci ordinò di sederci subito al primo tavolo. Arrivò in un attimo la carbonara più buona che avessi mai mangiato. Lo dissi a Carlin, che si stava godendo lo spettacolo del nostro divorare il piatto. “Da quanto abiti a Roma?” “Ma, saranno dieci anni” “E ancora non conoscevi ‘sto posto… Bravo sai, continua ad andare veloce, continua a correre, continua a non esplorare, poi ti perdi ‘sta meraviglia”. Risate. Anche l’oste rideva.

Ci sarà il tempo per studiare tutto quello che Carlin ha fatto e modo di apprezzare la vitalità delle sue creature associative che fortunatamente gli sopravvivranno: ma non ci sarà modo di sostituire la sua risata, il suo racconto, il suo genio socievole.