L’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV tratta dell’intelligenza artificiale non con sguardo rassegnato, ma con la forza di chi propone di scegliere cosa costruire.

L’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV entra nel tempo dell’intelligenza artificiale non con lo sguardo rassegnato di chi contempla una trasformazione inevitabile, ma con la forza di chi chiama a scegliere che cosa costruire. Le due immagini bibliche che la sorreggono ci guidano: la Torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme guidata da Neemia. Babele è la potenza tecnica che vuole istituirsi da sé, imporre una lingua unica, ridurre la pluralità a uniformità e sacrificare la dignità delle persone all’efficienza. Neemia, al contrario, è l’icona della responsabilità condivisa: nessuno salva la città da solo, ma ciascuno riceve il proprio tratto di muro, dentro un’opera comune che ricostruisce legami prima ancora che strutture.

Il lavoro è il luogo in cui questa alternativa diventa concreta. Non è una variabile tecnica, né una semplice voce di costo. È una dimensione essenziale della dignità umana, della partecipazione sociale, della creatività, della responsabilità e della costruzione del bene comune.

L’enciclica si colloca nella grande tradizione della Dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum novarum (Leone XIII, 1891) a Laborem exercens (Giovanni Paolo II, 1981), riaffermando il primato del lavoro sul capitale, il diritto a un salario giusto, il valore delle associazioni dei lavoratori, la funzione sociale della proprietà e la necessità che l’economia sia ordinata alla persona, non la persona piegata all’economia.

Nel tempo dell’Intelligenza artificiale, questa tradizione deve affrontare una sfida nuova. Gli algoritmi, le piattaforme, la robotica e l’automazione non si limitano a modificare gli strumenti del lavoro: possono trasformarne il senso, l’organizzazione, i rapporti di potere. Possono liberare da mansioni faticose o pericolose, migliorare servizi, sostenere conoscenza e cura. Ma possono anche dequalificare, sorvegliare, sostituire, frammentare, rendere opache le decisioni, imporre ai lavoratori il ritmo della macchina, trasformare la persona in dato, profilo, prestazione, punteggio.

E’ per questo che l’immagine di Babele acquista una centralità determinante. La nuova torre non è fatta di mattoni, ma di server, dati, capacità di calcolo, piattaforme globali e concentrazione economica. Essa promette una lingua unica: tutto può essere misurato, previsto, ottimizzato. Ma questa pretesa entra in tensione con una visione più umana della comprensione che possiamo leggere anche attraverso il filosofo Hans-Georg Gadamer, che aveva già utilizzato l’immagine di Babele a fondamento dell’ermeneutica.

Contro la lingua unica della tecnica, Gadamer ci ricorda che comprendere non significa possedere o classificare l’altro, ma entrare in dialogo, riconoscere la storia, il contesto, la pluralità degli orizzonti, la necessità della traduzione dell’altro per fare società. Il lavoro umano non può essere compreso davvero se ridotto a funzione produttiva: ogni lavoratrice e ogni lavoratore portano con sé una biografia, competenze tacite, legami, fragilità, desideri, responsabilità familiari e sociali.

Per questo l’enciclica mette in guardia da un uso dell’Intelligenza artificiale che venga presentato come neutrale. Nessuna tecnologia è neutra quando incide su assunzioni, licenziamenti, salari, reputazione, accesso ai servizi, credito, formazione, turni, ritmi, valutazioni. Ogni sistema incorpora scelte: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che premia, ciò che penalizza. Se un algoritmo decide chi è efficiente e chi è scartabile, senza trasparenza e senza responsabilità umana, allora non siamo davanti a progresso ma a una nuova forma di dominio.

Da qui emergono indicazioni pratiche molto precise. Prima di introdurre sistemi di Intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro, occorre valutarne l’impatto umano e sociale. Bisogna chiedersi se aumentino l’autonomia o la riducano, se rafforzino le competenze o le impoveriscano, se rendano il lavoro più sicuro e creativo o più controllato e alienante. È necessario garantire trasparenza algoritmica, possibilità di contestazione, responsabilità identificabili, vigilanza indipendente. Le decisioni che incidono sulla vita delle persone non possono essere affidate a sistemi automatici senza ricorso, senza spiegazione, senza volto.

La seconda indicazione riguarda la tutela dell’occupazione. L’enciclica non nega i cambiamenti prodotti dall’automazione, ma rifiuta l’idea che la disoccupazione tecnologica sia un destino naturale. Se l’innovazione viene guidata solo dalla riduzione dei costi e dall’aumento dei profitti, il rischio è una contrazione dei posti di lavoro, un indebolimento delle famiglie, una crescita delle disuguaglianze e un deterioramento della coesione sociale. Il lavoro dignitoso deve restare un obiettivo prioritario delle politiche pubbliche, dell’impresa e della società civile.

La terza indicazione è la formazione. Non si può chiedere ai singoli di “reinventarsi” mentre le trasformazioni vengono decise altrove. Servono politiche attive, diritto alla formazione continua, alfabetizzazione digitale, accompagnamento nelle transizioni, protezioni sociali, strumenti per non lasciare indietro chi ha meno risorse, meno tempo, meno accesso. La formazione non può essere un privilegio competitivo ma una condizione di giustizia.

La quarta indicazione riguarda la società civile organizzata. Qui torna Neemia. La trasformazione digitale non può essere lasciata ai soli proprietari delle infrastrutture tecnologiche. Devono entrare nel cantiere sindacati, associazioni, cooperative, università, comunità locali, movimenti popolari, terzo settore, istituzioni pubbliche, comunità religiose. La sussidiarietà chiede che le persone e i corpi intermedi non siano destinatari passivi di decisioni prese da pochi, ma soggetti attivi del discernimento e della vigilanza.

Infine, il Papa invita a guardare il lavoro invisibile che sostiene il digitale: moderatori di contenuti, etichettatori di dati, lavoratori delle filiere estrattive, logistica, data center, risorse ambientali consumate. Nulla è davvero immateriale. Dietro l’Intelligenza artificiale ci sono corpi, tempo, energia, territori. Per questo disarmare l’Ia significa sottrarla alla logica della potenza e restituirla alla democrazia, al lavoro dignitoso, alla giustizia sociale.

Restare umani, oggi, significa organizzarsi per impedire che il lavoro diventi una nuova Babele e per ricostruirlo invece come luogo di comunione, responsabilità e libertà.