Detenuti da due settimane a Bengasi, undici volontari umanitari della Flotilla di terra sono da giorni in sciopero della fame. Una forma estrema di protesta contro l’inumano trattamento ricevuto da parte delle milizie del generale Khalifa Haftar, che controlla la Libia orientale. E che, in chiave antimigranti, ha istituito dei centri di detenzione attorno ai quali si aggirano, come avvoltoi, i trafficanti di esseri umani. “Lì non esistono diritti umani”, ricorda in proposito Maria Elena Delia, portavoce della Sumud Italia.
Proprio in uno di questi lager si trovano i pacifisti della Flotilla di terra. E alla pressante richiesta “di un immediato accesso di osservatori medici indipendenti, di rappresentanti consolari internazionali, e di un rilascio di tutti i volontari detenuti”, a rispondere è un silenzio che fa sempre più paura ogni giorno che passa.
Le autorità italiane ed europee, che pure finanziano generosamente la guardia costiera libica perché impedisca le partenze dei migranti verso la Fortezza Europa, giustificano la loro inerzia con le difficoltà nel trattare con Haftar, il cui sedicente governo nella Cirenaica è ai ferri corti con quello “ufficiale” di Tripoli. Ma le vergognose violenze subite dalla Flotilla di mare da parte dello Stato di Israele, e da quella di terra ad opera di Haftar, dimostrano una volta di più che i governi dell’Occidente considerano gli attivisti umanitari né più né meno che un fastidio. Meno se ne parla meglio è. Perché portare aiuti a una popolazione che sopravvive a stento fra le macerie della Striscia di Gaza, accende una luce sul buco nero del genocidio palestinese.
