
“Caro Ali”, così sono iniziate le tante lettere che a un anno dalla tua morte sono state scritte per comunicare con te. Le tante iniziative in tua memoria sono lì a testimoniare come tu sia ancora presente fra noi, così il tuo monito: “Tenete i riflettori aperti sulla Palestina, e su tutto quello che accade in Medio Oriente, fatte tutto quello che è nelle vostre possibilità per aiutare quelle popolazioni devastate e sotto un attacco genocida”.
Quando, dopo le manifestazioni dell’ottobre a Massa, arrivarono 37 denunce, con più capi di imputazione (poi ne sono arrivate altre), fra il fiume di telefonate, atti di solidarietà ne è mancata una, la tua. So che senza una parola avresti abbracciato me, Giuditta, Giulio, Paolo, Nicola e mi avresti chiesto di incontrare tutti i denunciati per esprimere tutto il tuo amorevole ringraziamento. Lo so, avresti pianto e noi con te. Quanto avevi aspettato quel risveglio, quell’insorgenza sociale, quel moto di solidarietà umana e internazionalista. È arrivato tardi ma è arrivato, e le iniziative di questi giorni intorno alla Flotilla, diventata un soggetto nella politica internazionale, stanno lì a dimostrare che tutto è fuorché un fuoco fatuo.
Il 24 gennaio scorso, alla manifestazione indetta dalla Cgil Toscana, Usb e Anpi, con la partecipazione di un ampio schieramento di forze sociali, dove oltre ventimila persone hanno partecipato e detto forte il loro “No alla guerra, fermate il genocidio”, immagino il tuo volto pieno di luce. Poi avremmo ascoltato le tue parole pacate commosse e sincere, piene d’amore “Per la terra più amata”. Sul palco tutti ti cercavamo con lo sguardo rivolto al cielo, con Rossano ci siamo detti: “Oggi Ali sarebbe contento”.
Noi, Ali, ringraziamo te, nel tuo ricordo rinnoviamo l’impegno quotidiano contro il crimine perpetuato da Israele e dagli Stati Uniti, con le terribili complicità europee, perché sei monito contro ogni indifferenza, ogni stanchezza. Ci aiuti a “restare umani”.
Sapere che finalmente è all’attenzione anche dei colpevoli media il dramma dei palestinesi sequestrati da Israele e con essi di Marwan Barghuti, ti avrebbe dato sollievo e acceso una luce negli occhi. Avresti con dovizia di particolari ricordato che dal 1969 al 2025 Israele ha incarcerato oltre 800mila uomini, donne, bambini della Cisgiordania, di Gerusalemme e della Striscia di Gaza, vale a dire circa il 20% della popolazione totale, circa il 40% di tutti gli uomini. E dopo il 7 ottobre tutto si è inasprito.
Ancora mi chiederesti di scrivere, parlare di come il genocidio non è un evento istantaneo, ma un’opera meticolosa, che richiede tempo, mette in campo burocrazia, è una costante manutenzione dell’orrore. È un processo di sottomissione e sottrazione sistemica che mira a cancellare non solo i corpi ma la memoria storica e lo spazio geografico dei popoli. In questo scenario, la Palestina emerge come laboratorio coloniale del ventunesimo secolo, un banco di prova per i suprematismi, dove il potere sperimenta forme di dominio che minacciano l’intera famiglia umana.
Sì, il dramma palestinese ci informa di come la guerra assume oggi più di ieri una funzione costituente, anche se implicita e rimossa. Significa riconoscere non solo che progettualità politico-sociale e progettualità militare vanno perfettamente d’accordo ma che, al limite, è la seconda a determinare il ritmo della prima.
Parlare di ruolo pubblico per il welfare appare scandaloso nello stesso momento in cui gli Stati foraggiano il più straordinario apparato di welfare militare che l’umanità abbia mai conosciuto.
Caro Ali, penso alle bellissime e commosse parole che la tua amata figlia Aida, Cristina, Luciano Neri, Giovanni e Teresa Russo Spena, Giuliano Santelli, Valentino, Vauro, Patrizio e i tanti compagni che nelle varie iniziative hanno speso per te e come impegno per il “popolo più amato”, in modi diversi e forme differenti. Molti sono al lavoro per trovare i linguaggi più opportuni per restituire la tua umanità a chi non ti ha conosciuto, il solo tracciare un profilo sarebbe qui impossibile, la tua vita si è intrinsecamente legata a quella del popolo di Palestina, un percorso durato un’intera esistenza e oltre perché tu sei cosa viva fra di noi.
Come ha detto Aida il giorno del tuo funerale, tu sei suo padre ma sei di tutti e così deve essere. E allora fammi mettere all’attenzione un passo di Marx a cui tenevi tanto, quello in cui Marx, in parole suggestive, definisce il “sogno di una cosa, il soggetto umano che attende il tempo che non c’è ancora, l’uomo inedito, in tensione verso il futuro, verso il suo adempimento per creare il futuro che non è più certezza ma è una pura ipotesi, il futuro ci sarà se lo avremo creato”.
