Il governo Meloni conferma la sua linea antisindacale contro lavoratrici e lavoratori. Più in dettaglio l’attacco è alla contrattazione, al ruolo di autorità salariale del sindacato confederale e alla sua rappresentatività.

In luogo della proposta sul salario minimo orario, il governo conia il “salario giusto”. Aldilà delle parole, non casuali, l’obiettivo di Meloni rimane quello annunciato da invitata (sigh!) all’ultimo congresso della Cgil: le imprese generano la ricchezza, il governo la redistribuisce. In uno schema semplice scompare il ruolo del sindacato nella lotta per redistribuire la ricchezza. Qui la sintesi della visione che trova corpo nel dibattito del governo e della sua maggioranza parlamentare sugli aspetti contrattuali. Sostenere che il “salario giusto” corrisponde al trattamento economico complessivo non rappresenta soltanto un posizionamento falso e ipocrita a difesa della contrattazione collettiva, ma indirettamente rappresenta la funzione che si vuole consegnare all’azione contrattuale accentuando le forme di corporativismo che ne possono derivare per effetto delle diverse caratteristiche che contraddistinguono i settori economici. Un disegno sottile, pericoloso, teso a minare principi di universalismo e uguaglianza.

La riduzione della spesa sociale, l’arretramento delle politiche pubbliche nella coesione sociale, l’assenza di politiche industriali se non nel settore militare segnano il tratto più significativo dell’azione del governo. In questo quadro l’utilizzo della leva fiscale a favore delle retribuzioni non produce uguaglianza nei diritti né equità. Inoltre, il non voler definire regole sulla rappresentanza significa far ‘concorrere’ la contrattazione confederale con la contrattazione pirata. E dove non arriva la contrattazione pirata in questa insostenibile corsa al ribasso arriva l’illegalità del lavoro nero, del caporalato e dello sfruttamento.

Il prezzo più alto lo pagano le lavoratrici e i lavoratori nei settori più deboli dove la competizione tra le imprese è fatta prevalentemente sul costo del lavoro o dove sono più diffuse le condizioni di ricattabilità. Donne, giovani e migranti le persone più esposte.

In questo contesto matura la proposta unitaria Cgil-Cisl-Uil di piattaforma sindacale sottoposta alle associazioni datoriali per un’intesa interconfederale sul modello contrattuale. E’ un bene che ci sia una posizione unitaria per riallineare regole e obiettivi della contrattazione, senza la quale sarebbe tutto molto più difficile e complicato. Altrettanto è bene che la piattaforma unitaria abbia obiettivi chiari: crescita delle retribuzioni nel contratto nazionale; contrattazione di secondo livello per redistribuire produttività e negoziare l’organizzazione del lavoro con l’obiettivo della stabilità occupazionale; distinzione tra aumenti dei minimi e il costo complessivo del contratto (il salario è quello che lavoratrici e lavoratori percepiscono in busta paga!); recupero annuale nella vigenza del contratto nazionale dell’eventuale scostamento tra il valore dell’Ipca Nei a consuntivo e quanto contrattato in sede di rinnovo (clausola di riallineamento che si attiverebbe anche in caso di mancato rinnovo dei Ccnl).

Questi sono alcuni aspetti della piattaforma unitaria che si affiancano alla misurazione della rappresentanza e alla sua certificazione oggettiva come strumento per contrastare la contrattazione pirata. Altro elemento fondamentale. Complessivamente è positivo il posizionamento unitario, nonostante il permanere di una zona d’ombra: il riferimento all’Ipca Nei rischia di fare da tappo all’effettiva crescita delle retribuzioni nella contrattazione collettiva nazionale.

Nessun processo alle intenzioni, ma consapevolezza che bisogna superare la stagione iniziata nel luglio del 1992 con il congelamento della scala mobile, passata dall’accordo del luglio 1993 e da quelli a seguire che hanno fatto sì che i salari in Italia siano tra i più bassi d’Europa.

La chiarezza degli obiettivi deve essere accompagnata da una grande stagione di partecipazione: dare voce significa far prendere voce. L’unità sindacale deve essere sostenuta e difesa dall’unità di lavoratrici e lavoratori per evitare che sia unità di facciata.

Un sindacato che difende la democrazia costituzionale deve essere un sindacato democratico, capace di costruire unità e sintesi condivise per favorire l’apertura di una fase nuova per chi, con il proprio lavoro, contribuisce alla crescita economica e sociale del nostro Paese.

Che sia un luglio nuovo…