Chi sono i partigiani di Allah? Perché in Medio Oriente si giocano gran parte degli equilibri mondiali? Giornalista e profonda conoscitrice del mondo arabo, Laura Silvia Battaglia ci aiuta a capire cosa stia succedendo nell’infuocato scacchiere mediorientale, all’indomani di una ‘tregua’, pur precaria, tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Iran. Mentre Israele sembra voler proseguire la sua offensiva militare in Libano, e continua ad occupare le terre dei palestinesi in Cisgiordania e a considerare la popolazione civile della Striscia di Gaza alla stregua di rifiuti da smaltire. Dall’ascesa dei partigiani di dio yemeniti alla rinnovata importanza dei Paesi del Golfo, dal crollo del regime siriano al fallimento dell’Isis, Battaglia descrive un territorio infiammabile quanto una scatola di cerini. Ma non dimentica la voce di donne e uomini che in questi luoghi vivono, con le loro storie e testimonianze.

Battaglia si è occupata negli anni di minoranze etniche, religiose e di genere, migrazioni, terrorismo e traffico di esseri umani e di armi. È autrice e conduttrice per Radio3 (Radio3Mondo) e documentarista. Collabora con molti media italiani e stranieri tra cui il quotidiano Washington Post. Ha pubblicato la graphic novel “La sposa yemenita” con Paola Cannatella (Beccogiallo 2018) e il libro-inchiesta “Lettere da Guantanamo” (Castelvecchi editore 2021). L’ultimo suo documentario, “Yemen nonostante la guerra” (2019-2020), è stato prodotto e distribuito da RaiDoc, Zdf, Al Jazeera Documentary, e ha vinto l’Europe Film Festival Uk 2021.

Sono da poco arrivati in libreria ‘I partigiani di Allah’, dall’Iran all’Arabia Saudita, la lotta per il controllo del Medio Oriente (Mondadori Strade blu). Perché questo titolo?

“Partigiani di Allah è la traduzione letterale del nome dell’ultima milizia dell’asse della resistenza filo iraniana, in ordine di tempo, cioè Ansar Allah. Sono i cosiddetti Huthi, gli yemeniti che prendono il nome da Husayn Badr al-Din al-Huthi, ucciso dall’esercito regolare nel settembre del 2004. Ansar Allah si traduce con ‘I partigiani di Dio’, nome che rende molto bene il tema della resistenza, una postura ideologica che li accomuna agli Hezbollah libanesi e siriani, ad Hamas nella Striscia di Gaza, agli iracheni del Hashd as-Shaab ed ha la stessa matrice delle Guardie della repubblica islamica iraniana. Tutte le loro denominazioni parlano di resistenza. In questo libro parto dallo Yemen non solo perché è la milizia più recente, ma anche quella che è stata più sottostimata. L’unica che è entrata a gamba tesa, in modo plateale, nella guerra di Israele contro la popolazione della Striscia. Così si è fatta conoscere in Occidente e nella regione. Soprattutto ha fatto pesare la sua strategia tesa al controllo degli stretti, e con il blocco di Hormuz abbiamo scoperto quanto queste azioni siano gravide di conseguenze”.

Parafrasando Cicerone, la domanda viene spontanea: fino a quando dovremo sopportare la follia di una guerra permanente che si è ancora più incrudelita negli ultimi anni, non risparmiando donne e bambini e chiudendo la Striscia di Gaza in una morsa senza alcuna via di fuga?

“Bisogna capire la visione di chi guerreggia e quella di chi osserva, e che nei fatti si limita a questo. A guerreggiare sono statunitensi e israeliani, con Washington garante della presenza di Tel Aviv nell’area. L’obiettivo è quello di far siglare a tutti i governi dell’area gli accordi di Abramo, con il riconoscimento della supremazia di Israele come potenza regionale e l’eliminazione di tutte le realtà che non accettano l’esistenza di Israele, oppure la dominazione di Israele all’interno della regione. Se questo non accadrà, la guerra sarà sempre permanente. Si tratta di una visione delle cose che non contempla assolutamente alcun riconoscimento dell’esistenza del popolo palestinese, tanto meno dell’ipotesi di uno Stato palestinese. Insomma, non concepisce l’esistenza di oppositori. Ecco perché devono essere schiacciate sia la Repubblica islamica dell’Iran che le milizie che si riconducono ad essa. Di conseguenza Israele esercita una grande pressione sui paesi che le ospitano. Quel che sta accadendo in Libano è la dimostrazione oggettiva, plastica, di questa strategia”.

Eppure l’Iran è un attore centrale dell’area. E per gli addetti ai lavori è stato un errore strategico l’attacco di Trump e Netanyahu a Tehran. Che ne pensa?

“L’Iran non si sente superiore tecnologicamente ai suoi avversari, si sente superiore in termini filosofici, strategici e di competenza territoriale. Di controllo su quell’area. La sua è una strategia di lungo periodo, con l’obiettivo di sfiancare l’avversario. Tehran non abbandonerà mai uno dei suoi principi basilari. Per l’Iran gli Stati Uniti sono il grande satana e Israele è il piccolo satana – alshaytan al’akbar, walshaytan alsaghir – nemici non solo della della Repubblica islamica ma di tutto il Medio Oriente. Quello che le bombe potrebbero cancellare è destinato a risorgere da qualche altra parte, questo è il senso dell’esistenza delle milizie. E anche il sacrificio dei miliziani di Hezbollah, della popolazione di Gaza, eccetera, eccetera, si risolve con questa visione apocalittica per cui Israele può anche raggiungere nel breve periodo l’obiettivo che si è proposta, ma domani sarà diverso. Questo è il tema: una dimensione filosofica che si sposta sul confronto finale, l’armageddon, il duello fra il bene e il male. Entrambe le potenze, Israele e l’Iran, hanno questa ideologia di base, che come un incendio viene alimentata dalla loro dirigenze politiche e si riflette all’interno delle loro società, che sono state nutrite di propaganda per anni, anni e anni. In sintesi, questa sarà sicuramente una guerra permanente, che potrebbe anche non riguardare solo la nostra generazione. Potrebbe anche ripresentarsi in futuro. Certo possono esistere anche accordi di temporaneo cessate il fuoco, di tregua, di una soluzione pacifica della questione palestinese”.

Le bombe lasciano sotto le macerie decine e decine di migliaia di vite comuni. Cancellano storie, testimonianze, speranze che sono la chiave per capire le società arabe. Ma nulla o quasi di tutto questo arriva tramite i media occidentali…

“Nonostante la carneficina di operatori dell’informazione a Gaza e in Libano, per fortuna la presenza di giornalisti locali resta notevole. Piuttosto c’è da dire che l’informazione mainstream non registra, non incentiva le testimonianze di quanto sta accadendo. Ma ormai l’informazione passa anche attraverso comunicazioni di altro genere, newsletter e social media in primis. É grazie a questi canali che noi siamo riusciti ad osservare il lavoro coraggiosissimo dei nostri colleghi a Gaza e in Libano. Inoltre le emittenti panarabe non hanno mai smesso di raccontare quello che succede, in particolar modo Al Jazeera Arabic. Così nessuno potrà dire, diversamente da quanto accaduto nel corso della seconda guerra mondiale, ‘Io non sapevo’. Della Shoah e di quanto realmente accadeva nei teatri di guerra”.

Troverà nuovamente cittadinanza il diritto internazionale in questa epoca di barbarie?

“Il diritto internazionale funziona con un doppio standard. Vale per alcuni paesi, non vale per altri. Quando viene violato dagli Stati Uniti o Israele, fondamentalmente non viene applicato. Di conseguenza, o gli altri paesi che fanno parte dei consessi internazionali iniziano a muoversi, e nonostante tutte le loro paure, soprattutto le loro convenienze economiche, decidono di riesumare delle regole che ci siamo dati dopo la seconda guerra mondiale e di applicarle a tutti, oppure non se ne esce. Personalmente continuo ad avere speranze, non condivido chi sostiene che il diritto internazionale sia morto. Abbiamo Corti internazionali che si sono pronunciate con sanzioni, con mandati di cattura nei confronti di Netanyahu, Smotrich, Ben-Gvir, contro i coloni, i settlers. Il punto è la politica: se stabiliamo delle regole ma poi queste non vengono applicate, abbiamo un problema”.

Il caso della Global sumud flotilla abbordata e sequestrata in acque internazionali fa riflettere …

“Se permetto a uno Stato di fare quel che vuole in acque internazionali, in pieno Mediterraneo, è evidente che poi si sentirà legittimato ad andare oltre. Israele sta già pretendendo l’insediamento di colonie a Cipro, a Creta, perfino in Italia. Benzina sul fuoco di società che hanno già sufficienti problemi con le migrazioni, di fronte alle quali ci sono esponenti politici che chiedono la remigrazione e incitano a bruciare le moschee. Il rischio è quello di trasformare l’Europa in un potenziale campo di battaglia, e non so fino a che punto le dirigenze europee si rendano conto di quello che sta accadendo”.

La pace dunque resta un sogno irrealizzabile?

“Purtroppo siamo abbastanza lontani da quei momenti storici, per quanto complicati, nei quali attori importanti come il sovietico Kruscev, o lo statunitense Reagan, riuscirono in qualche modo a scongiurare una guerra atomica fra le grandi potenze. Ora siamo al trentanovesimo annuncio di un accordo fra Stati Uniti e Iran. Ma il vero nodo da sciogliere è il ruolo di Netanyahu, che secondo molti tiene per la giacchetta Trump. C’entrano anche gli Epstein Files. Per certo comunque al momento l’obiettivo diretto di Israele non è stato raggiunto, al suo interno la Repubblica islamica dell’Iran si è rafforzata e si permette anche delle concessioni, come quelle di permettere alle ragazze di andare in giro senza velo. La caduta del regime non è avvenuta, e dopo l’accordo l’Iran riceverà i miliardi che sono stati ‘congelati’ in occidente per avviare la ricostruzione. Per non farsi attaccare, anche le monarchie del Golfo hanno stretto accordi versando miliardi all’Iran. Di fatto Teheran ha vinto, e quindi la partita è soltanto rimandata”.

(16 giugno 2026)