A Bruxelles una grande manifestazione europea, sociale e pacifista.

Domenica 14 giugno, Bruxelles è stata teatro di una grande mobilitazione europea promossa dal movimento “Stop Rearm Europe”, insieme a più di ottocento associazioni per i diritti umani, organizzazioni pacifiste, ambientaliste e sindacali. L’obiettivo comune era opporsi con forza alle politiche di riarmo e ai continui tagli allo stato sociale portati avanti dall’Unione europea e dalla Nato. Dall’Italia hanno partecipato una nutrita delegazione della Cgil, referenti del movimento Stop Rearm Europe e una rappresentanza di Rifondazione Comunista.

La manifestazione è stata caratterizzata da una partecipazione prevalentemente giovanile. Ragazze e ragazzi giunti da ogni parte d’Europa hanno dato vita a un corteo vivace e rumoroso, riempiendolo di slogan, musica e striscioni colorati. Una generazione, quella scesa in piazza, che assiste quotidianamente al deterioramento dei propri diritti civili e sociali: un percorso che inizia tra i banchi di scuola e prosegue nelle prime, spesso precarie, esperienze lavorative. Lungo tutto il corteo e nei numerosi interventi che si sono succeduti – sia nella fase iniziale della partenza sia durante l’assemblea conclusiva – sono risuonate con forza parole di solidarietà, in particolare per la causa del popolo palestinese e per quella del popolo cubano.

Il corteo, partito alle 15 dalla zona della Stazione Nord, ha attraversato le strade della capitale fino a raggiungere il cuore pulsante del quartiere europeo. Successivamente, alle 18, l’assemblea si è riunita in una sala della Biblioteca Reale. Qui è stato tracciato un bilancio delle diverse questioni sul tavolo e, soprattutto, è stato annunciato l’avvio di un grande percorso di mobilitazione per l’autunno, con l’intento di allargare il più possibile la base del movimento.

L’obiettivo immediato dell’iniziativa era lanciare un segnale forte al Consiglio europeo in programma il 18 e 19 giugno. In quella sede, infatti, si intende pianificare il bilancio pluriennale dell’Unione per i prossimi sette anni, prevedendo stanziamenti per centinaia di miliardi di euro destinati alla spesa militare e contestuali tagli a settori cruciali come istruzione, sanità e welfare.

Si tratta dell’epilogo di una trasformazione radicale, un vero e proprio “cambio di pelle” dell’Unione europea senza precedenti. Una svolta che, insieme al mancato sostegno alla causa palestinese e alle nuove misure repressive contro i migranti, snatura profondamente il diritto internazionale su cui l’Unione europea stessa si è fondata dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Da un lato si comprime la spesa sociale, dall’altro si trovano risorse illimitate per gli armamenti: questa la denuncia ricorrente.

In molti interventi del mondo ambientalista è stato rimarcato con preoccupazione il mancato stanziamento di fondi adeguati per una transizione ecologica che possa almeno tamponare un cambiamento climatico ormai irreversibile. Non solo: si teme anche un’inquietante accelerazione verso il ritorno all’energia nucleare.

Le organizzazioni sindacali presenti – tra cui la Cgil – si sono dette concordi nel ritenere che un’economia di guerra sia destinata a ritorcersi contro la classe lavoratrice, poiché sottrae risorse alle infrastrutture innovative, come i trasporti, e subordina l’industria alle logiche belliche anziché metterla al servizio del benessere umano e della qualità della vita.

Non sono mancati interventi che hanno richiesto esplicitamente la rottura con il Patto Atlantico, accusato di trascinare i Paesi in un vortice di guerra e di impoverimento dei lavoratori. È stato denunciato, inoltre, il clima di crescente repressione: in tutta Europa, le proteste vengono soffocate, i manifestanti arrestati e multati. Si assiste a un processo inquietante in cui il binomio “guerra e sicurezza” entra sempre più nelle scuole, con l’intento di crescere generazioni di soldati-sudditi.

In sintesi, si denuncia la normalizzazione della guerra e la parallela criminalizzazione del dissenso e della pace.

Ad emergere come punto univoco in tutti gli interventi – da quelli dei giovani a quelli dei movimenti e dei sindacati – è stata la necessità di far convergere le lotte, in particolare quelle dei lavoratori per i diritti sociali, in un’unica grande mobilitazione contro un capitalismo predatorio e per l’unità del movimento per la pace.

Il lavoro che attende i manifestanti è ambizioso: l’obiettivo per l’autunno è costruire una mobilitazione che non abbia solo un respiro europeo, ma una dimensione autenticamente internazionale.

(17 giugno 2026)