La Camera dei Deputati ha approvato il 4 giugno scorso il disegno di legge del governo sull’energia nucleare, ora passato al Senato per l’approvazione definitiva. Si tratta di una proposta che delega l’esecutivo a emanare decreti legislativi per definire il quadro normativo e giuridico entro un anno dall’entrata in vigore della legge.

E’ da oltre un anno che si discute della possibilità di costruire in Italia nuove centrali nucleari, nonostante la chiara volontà del popolo, che si è espresso contro in ben due referendum. L’assurdità di questa proposta del governo Meloni, è stata ben spiegata dal premio Nobel per la Fisica, Giorgio Parisi, in un incontro del 14 aprile. Secondo Parisi il costo dell’energia nucleare è tre volte quella del fotovoltaico, mentre i rischi di incidenti (come Chernobyl e Fukushima) e di emissioni radioattive non sono cambiati rispetto alle centrali costruite nel passato.

Questa affermazione smentisce il ministro Pichetto Fratin, secondo cui il governo propone un nuovo nucleare e perciò è giuridicamente legittimo intervenire sulla materia senza alcun rischio che i precedenti referendari possano costituire un ostacolo normativo. Ma la Corte Costituzionale ha chiarito (sentenza 199/2012) che le materie abrogate con referendum non si possono riproporre con legge, e Parisi ha spiegato alla Camera che questo nucleare non è nuovo rispetto a quello oggetto dei referendum abrogativi, perché la tecnologia è sostanzialmente la stessa.

Inoltre le tecnologie su cui il governo punta oggi – i piccoli reattori modulari (Smr) e quelli a fusione – non esistono, nemmeno negli Usa, come spiega Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr, ricordando che l’azienda statunitense NuScale ha chiuso il suo progetto Smr dopo aver ammesso costi triplicati. Anche in Francia, Edf ha abbandonato il piano. Secondo Armaroli, il costo dichiarato degli Smr è pura fantasia perché nessuno sa quanto costeranno.

Ecco in sintesi, sulla base di un recente documento di Isde – Medici per l’Ambiente, le ragioni del No alla legge proposta dal governo.

Anzitutto l’attuale crisi climatica ed energetica richiede una riduzione rapida delle emissioni clima-alteranti. Questi obiettivi sono incompatibili con la realizzazione di nuovi impianti nucleari, che richiedono lunghi tempi e devierebbero risorse rispetto a fonti immediatamente disponibili e attuabili come le rinnovabili, l’efficienza energetica, l’ammodernamento della rete, lo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) e dei sistemi di accumulo.

Gli Smr, nati a livello militare per la propulsione di sottomarini e portaerei, non sono mai stati impiegati a livello civile e, anche se Pichetto Fratin assicura che non saranno usati a fini militari, la Marina Militare Italiana prevede di costruire una portaerei a propulsione nucleare entro il 2040 ed ha avviato nel 2023 il Programma Minerva (Marinizzazione di Impianto Nucleare per l’Energia a bordo di Vascelli Armati), che studia la fattibilità tecnica dell’integrazione di reattori su sommergibili e portaerei, ma anche su fregate e incrociatori.

Per quanto riguarda la fusione nucleare siamo ancora a livello di sperimentazione, con costi dilatati di 4-5 volte sulle stime iniziali e tempi incerti per difficoltà tecniche e carenza di materia prima. Stime ottimistiche prevedono la distribuzione su larga scala non prima del 2060.

Per quanto riguarda i rischi: anche escludendo gli incidenti più gravi, come Chernobyl o Fukushima, recenti evidenze scientifiche internazionali indicano che l’esposizione a basse dosi di radiazioni per i lavoratori e le comunità in prossimità delle centrali nucleari genera un incremento del rischio sanitario, in particolare per i bambini.

Vi è poi il problema della gestione delle scorie radioattive, ancora irrisolto soprattutto nel nostro Paese, che non dispone di un deposito nazionale sicuro neanche per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari prodotti dalle quattro centrali realizzate prima del 1986.

Ma davvero il governo pensa di trovare Comuni e popolazione disponibili ad accettare l’installazione di questi reattori nucleari? Secondo le intenzioni legislative sarebbe necessaria una quota di produzione da nucleare che copra tra l’11% e il 22% della richiesta di energia elettrica (tra gli 8 e i 16 Gw di capacità nucleare installata). Con la capacità degli impianti Smr di circa 100 Mwe, si dovrebbero realizzare ben 120 impianti, circa uno per provincia. Un’ipotesi del tutto irrealistica, visto che il 95% del territorio nazionale è a rischio idrogeologico e sismico.

Un nuovo modello energetico deve essere alternativo non solo al nucleare, ma a tutte le fonti fossili, verso una produzione di energia senza combustioni (e quindi senza utilizzo di inceneritori di rifiuti o di biomasse). Ciò richiede, oltre allo sviluppo di fonti veramente rinnovabili, anche una riduzione dei consumi attraverso risparmi ed efficienza energetica. Occorre pensare piani energetici che rispondano alla domanda di quale e quanta energia la nostra società ha bisogno, non per accontentare le imprese energetiche ma per rispondere alle reali esigenze dei cittadini.