
Una giornata ricca di spunti il 7 luglio scorso, nella riunione del coordinamento regionale di Lavoro Società, aggregazione programmatica di sinistra sindacale di maggioranza. Una discussione a tutto tondo, che ha toccato i temi della Pace, dei diritti acquisiti e di quelli da riconquistare, delle povertà crescenti, della condizione giovanile, delle vertenze aziendali in atto in regione, della crisi di rappresentanza.
Sul tema della Pace, a ridosso delle grandi manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, vari interventi hanno rimarcato la necessità che la Cgil rafforzi ulteriormente la propria azione, con maggior coinvolgimento dei lavoratori e la partecipazione alle tante iniziative organizzate da vari soggetti sociali. Si è discusso dei nuovi assetti internazionali, del ritorno prepotente della guerra e della rincorsa agli armamenti, delle grandi sfide che caratterizzano la neo globalizzazione, dall’intelligenza artificiale, alle nuove solitudini, al prosperare di modelli culturali individualisti e competitivi.
Assistiamo ad un cambiamento profondo del concetto di democrazia: le destre del mondo sono sempre più insofferenti ai normali contrappesi democratici e spingono per modelli di governo sempre più autoritari (le democrature).
Ci siamo detti che, per capire quale modello di sindacato sia necessario in questa fase, bisogna alzare lo sguardo sul mondo: molto di quello che accade nei nostri territori è la conseguenza di un modello di sviluppo distorto che produce diseguaglianze, dei grandi processi che hanno modificato il rapporto economia-lavoro, di un’Europa priva di una legislazione univoca sul lavoro, di un governo nazionale senza un qualsivoglia piano industriale per il Paese.
Le destre al governo stanno rispolverando metodi appartenenti alla prima metà del ‘900, quella dei totalitarismi. La “patria” prima della persona, lo straniero come nemico, il colore della pelle o la religione come motivo di discriminazione, la colpa della povertà, lo sdoganamento della schiavitù come “rapporto di lavoro”.
Dalle questioni generali si è arrivati a discutere delle tante crisi aziendali nella nostra regione, spesso conseguenze proprio dei processi globali che producono fenomeni, come le delocalizzazioni, che appaiono inarrestabili. La Puglia vanta una lunga e importante tradizione industriale, con la presenza di settori ad alta specializzazione. Oggi, come dichiarato ai media dalla segretaria generale della Cgil, con la chiusura e la vendita di asset industriali strategici a soggetti esteri, si rischia una desertificazione industriale con ricadute disastrose sul piano occupazionale. Un esempio tra tutti la Natuzzi, principale azienda nel Mezzogiorno del mobile imbottito, che rischia la chiusura di tre stabilimenti, con lo spostamento di una parte della produzione in Romania; la vertenza coinvolge, tra Puglia e Basilicata, circa 1.850 dipendenti e mette a rischio 611 imprese dell’indotto.
Ma ci sono anche l’Ilva di Taranto, la Bosch di Bari e la crisi dell’automotive, il petrolchimico e la centrale Enel a Brindisi. Altre vertenze aperte, per le quali la Cgil Puglia sta lavorando senza sosta.
A nostro avviso è necessaria una maggiore spinta verso l’esterno, nei rapporti con altri soggetti sociali e politici e con le istituzioni, affinché la proposta politica per il futuro sia diversa da quella mal digerita sino ad ora. La consapevolezza della parzialità del sindacato ci indica la strada per costruire una politica delle alleanze. Un esempio di buone pratiche in tal senso è venuto lo scorso giugno dalla Cgil di Brindisi che ha organizzato due giornate di discussione sul futuro dell’industria della chimica, all’interno delle quali si è costituito il “Comitato per il lavoro” con la partecipazione di altri soggetti sociali, delle attività produttive, del mondo accademico e delle istituzioni.
Poi c’è una spinta interna da abbracciare con altrettanta convinzione. Siamo impegnati negli scioperi, nelle assemblee, nelle contrattazioni, nelle raccolte di firme, seguiamo le varie vertenze. Però a volte ci accorgiamo che questo quotidiano non basta più. Questo ci obbliga a ragionare su azioni di ampio respiro per risocializzare le masse, per creare spirito di appartenenza, per diffondere i nostri valori nei luoghi di lavoro. Continuare ad agire sulle leve della formazione, non tanto dei quadri e dei dirigenti sindacali ma proprio dei lavoratori. Dovremmo anche pensare ad una grande stagione di intervento pubblico nei dibattiti, nei luoghi della socialità, e dove questi luoghi non ci sono dovremmo crearli, aprendo le Camere del Lavoro anche comunali e riempiendole di attività politico-sindacali.
In alcuni degli interventi, e nelle conclusioni del nostro referente nazionale Enzo Greco, si è accennato alla necessità di approfondire l’analisi sullo stato di salute della democrazia interna alla Cgil, del rispetto dei pluralismi e delle regole, a partire dall’esercizio collettivo del pensiero critico tutelato dallo Statuto, fonte di ricchezza per la Cgil tutta.
