
Ciò che mi ha colpito di Bose, la prima volta che ci ho messo piede a vent’anni, è stata la confettura di rosa e le verdure profumate. La prima volta che ho incontrato Enzo Bianchi nella particolarissima comunità che aveva fondato, brandiva un bouquet di ortaggi insieme a bellissime rose, le mani piene di terra, e un gran sorriso soddisfatto. Il grande mistico, il monaco biblista raffinato che non vedevo l’ora di ascoltare e che ci ha recentemente salutato, ci accolse con un sorriso sornione: “A Bose cuciniamo anche le rose – ci disse – le assaggerete a colazione”.
Nato nel 1943 a Castel Boglione, nell’astigiano, era cresciuto in una famiglia povera: il padre faceva lo stagnino e il barbiere. La madre Angela, malata di cuore, morì a 32 anni quando Enzo ne aveva otto. Metterlo al mondo era stato un rischio enorme d’amore.
Alla fine della terza media, invece di una bicicletta, Enzo aveva chiesto un orto: quando ce lo raccontò, in quell’incontro fatto di esperienza, ascolto e parola, c’era già tutto. A aprirgli uno spiraglio in una ricerca inquieta fu l’Abbé Pierre: nella Francia degli anni ‘60 Bianchi visse Cristo accanto ad alcolizzati, ex detenuti, senzatetto. E ci spiegò – come in tante interviste – di aver imparato una “carità intelligente”, di vicinanza, perché rifiutava, da laico, la retorica militante e parolaia che tanti leader della sua gioventù predicavano dall’alto, invece di stare accanto.
L’8 dicembre 1965, mentre il Concilio Vaticano II si chiudeva, Enzo Bianchi cominciò la sua comunità in una cascina semi abbandonata nel biellese: niente elettricità, il burro tenuto al fresco nel pozzo, una Vespa per andare in paese, traduzioni dal francese per vivere, una campana tre volte al giorno. Per tre anni rimase quasi solo. Poi arrivarono altri; tra i primi, un pastore riformato e una donna cattolica. La comunità di Bose era questo: uomini e donne, cattolici e protestanti, Scrittura e preghiera, ma soprattutto vita comune, lavoro e ospitalità.
La regola economica era radicale quanto quella spirituale: lavorare per non dipendere da offerte e finanziamenti. Nulla è tuo a Bose, nemmeno la cella: monache e monaci ruotavano per esercitare distanza e libertà dalle cose e da se stessi. “Non hai idea le liti per il tuo chiodo in una parete… anche con niente, siamo tutti povere persone”, mi confidò. Il vescovo Luigi Bettazzi, l’arcivescovo Carlo Maria Martini, vere icone del Vaticano II e della chiesa nella società, ma anche tante famiglie, persone, di tutte le età, presero spesso la via di Bose, non soltanto per pregare ma per ritrovarsi. Bose divenne un crocevia tra cristiani di diverse confessioni e persone “sulla soglia” della fede.
La sua proposta era concreta: una tavola, una cella, un mestiere, il tempo dato a chi bussava. Enzo era lì, e aveva la straordinaria capacità di ricordare tanto di così tante persone: in quella Bibbia meditata, contestualizzata con finezza nei suoi tempi, ma anche nei nostri, ti rincontrava dopo anni e rinveniva una traccia, una direzione che era proprio lì, davanti a te, e davanti alla comunità tutta cui si concedeva, intero, con grande semplicità. Fossero tre o tremila persone, su una sedia, un palco, dietro a un video.
Bose calava nel nostro mondo accessoriato, carico e fragile, con la nettezza di uno strappo che solleva dai bagagli, terrorizza e libera. Enzo Bianchi la percorre fino in fondo: lascia il priorato nel gennaio 2017. Dopo una visita apostolica e forti tensioni interne, nel maggio 2020 papa Francesco dispone il suo allontanamento dalla comunità. Per fratel Enzo è una ferita durissima: perdere la casa costruita per gli altri, subire la solitudine che aveva predicato. Per noi intorno, attoniti, una grande lezione sul potere, le istituzioni e l’illusione che ciò che abbiamo generato continui ad appartenerci.
A 80 anni Enzo Bianchi si ritrova con un pugno di fratelli e sorelle ad Albiano d’Ivrea, e ricomincia con la Casa della Madia: una biblioteca, la cucina e undici ettari di terra. Se papa Francesco era la speranza che fosse possibile cambiare la Chiesa e il mondo costruendo istituzioni nuove, la Casa della Madia è la parabola del nostro tempo imperfetto: le istituzioni falliscono, le comunità si disperdono, le appartenenze si allentano, la fede si riempie di domande, ma la terra resta sotto i piedi, potenzialmente fertile.
Negli ultimi anni Enzo Bianchi ripeteva che la sua fede era abitata dai dubbi, mentre restava “l’amore per il Signore”. È una formula religiosa, ma contiene una lezione civile: quando cadono le sicurezze restano le relazioni, il lavoro, la cura, ciò che abbiamo concretamente dato agli altri. Poco prima della morte aveva cercato una riconciliazione con Bose, desiderando poter “morire in pace”, ma non c’è stato abbastanza tempo.
Non è un santo, ma un uomo che ha provato a tenere insieme il Vangelo e la terra, la parola e il pane, la libertà e la comunità. Ha dovuto imparare che costruire non significa possedere. Ci lascia il suo orto: non sappiamo che cosa resterà, ma possiamo almeno continuare a mettere un seme nella terra.
