
L’Offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Poste italiane su Tim è un formidabile affare di quello che sembra l’amico di famiglia della destra, Larry Fink.
In sintesi, l’operazione consiste nella costruzione di un colosso in grado di integrare i servizi di telecomunicazione con la piattaforma logistico-finanziaria di Poste. Attraverso l’Opas, Poste acquisirà infatti il controllo totalitario di Tim per procedere al delistening. Una simile integrazione crea un colosso da oltre 25 miliardi di ricavi, capace di integrare reti di telecomunicazione, servizi finanziari e capillarità logistica.
Ma il dato interessante è un altro. Dopo il via libera di Consob e Banca d’Italia e l’approvazione unanime del Consiglio di amministrazione di Tim, l’offerta è partita ufficialmente il 20 luglio e si conclude, salvo proroghe, l’11 settembre 2026. Attualmente le adesioni sfiorano il 3% del totale, ma l’obiettivo è raggiungere la soglia di sbarramento del 66,67% del capitale.
In seguito a questa operazione, il peso dello Stato in Poste scenderà dal 64% al 50%, con l’acquisizione della quota venduta da parte dei grandi fondi, a cominciare da BlackRock, Vanguard e State Street. Gli stessi fondi sono però già azionisti di Tim: BlackRock ne possiede il 5%, Vanguard circa il 2% e State Street l’1,5%. Per effetto di tale partecipazione, con l’Opas trasformeranno quindi le loro azioni di Tim in azioni di Poste. Ciò significa che le Big Three arriveranno ad avere circa il 18% del colosso nato dalla aggregazione di Tim a Poste. In questo modo saranno determinanti nelle scelte di Poste – e nella gestione del succulento risparmio postale – e faranno una montagna di soldi, garantiti dalla presenza dello Stato. Oltre ad un incasso cash immediato di 300 milioni di euro, attraverso l’offerta di scambio (0,218 azioni Poste per ogni azione Tim), i fondi hanno convertito i loro titoli “improduttivi” di Tim in azioni Poste, che invece offrono un dividend yield tra i più alti del listino italiano. Di fatto, i fondi ricominciano a incassare cedole su quel capitale; nel 2026 la crescita del valore azionario di Poste è stata del 60%.
Inoltre, i fondi, che gestiscono migliaia di miliardi di dollari per conto di risparmiatori e fondi pensione, beneficiano direttamente della crescita del valore del titolo Poste nei loro portafogli, migliorando le performance dei loro Etf e fondi comuni, con conseguenti maggiori vendite e maggiori commissioni.
Essere azionisti rilevanti del gruppo che controlla la rete di telecomunicazioni, i dati del cloud (Noovle), l’identità digitale (Spid/Cie) e i pagamenti (PostePay) di un intero Paese del G7 ha poi un valore strategico immenso. Questi fondi non cercano solo profitto immediato, ma esposizione a infrastrutture critiche che garantiscono rendimenti a lungo termine e una posizione di rilievo nella capacità di condizionamento dei governi in merito alla trasformazione digitale europea.
Di questa operazione è necessario aggiungere un ulteriore specificazione, legata appunto alla “politica” delle privatizzazioni della destra. Il ministero dell’Economia e delle Finanze ha messo sul mercato una quota di circa il 14% di Poste Italiane. Prima di questa operazione, lo Stato deteneva, come ricordato, il 64,2% circa (ripartito tra il 29,2% in mano diretta al Mef e il 35% tramite Cassa Depositi e Prestiti). Con la vendita del 14% in un’Offerta pubblica di vendita (Opv) rivolta a investitori istituzionali, piccoli risparmiatori e dipendenti, la quota totale del settore pubblico è scesa esattamente alla soglia del 50% più un’azione. Poste Italiane, poi, per finanziare l’acquisizione di Tim, ha emesso nuove azioni da offrire in concambio ai soci Tim (la componente “Scambio” dell’Opas). Questa emissione di nuovi titoli ha generato un effetto di diluizione per i vecchi azionisti. Tuttavia, il governo ha calibrato la cessione del 14% proprio per far sì che, anche dopo l’emissione dei nuovi titoli necessari per comprare Tim, lo Stato non scendesse mai sotto la soglia psicologica e legale del 50%.
Dalla cessione del 14% di Poste, il Tesoro ha incassato una cifra stimata tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro (a seconda del prezzo di mercato al momento del collocamento). Simili proventi sono stati destinati alla riduzione del debito pubblico, rispettando i piani concordati con l’Unione europea. C’è da scommettere poi che nel giro di poco tempo la Melonomics procederà a cedere un’altra quota di Poste agli stessi fondi per fare cassa.
In sintesi, mentre si narra la creazione di un “campione nazionale” e il ritorno dello Stato nelle telecomunicazioni, la realtà dei fatti dimostra una profonda e radicata finanziarizzazione a stelle e strisce: l’infrastruttura strategica di rete è diventata di Kkr, mentre la nuova immensa capogruppo dei servizi dovrà rispondere in misura sempre maggiore alle aspettative dei giganti del risparmio americano, veri protagonisti delle dinamiche industriali italiane.
(27 agosto 2026)
