Il 6 agosto 1980 oltre centomila persone a Bologna salutavano le vittime della strage alla Stazione di quattro giorni prima. Le bare erano solo sette, dato che molti parenti rifiutarono i funerali di Stato. Non fu così per Anna Maria Montani, che la bomba aveva reso orfana di madre. Si rifiutò di stringere la mano al presidente Pertini. “Mica per lui, che è una bravissima persona – disse – ma per quello che rappresenta. Ai politici, agli uomini dello Stato, io la mano la stringerò quando avranno fatto di tutto per trovare gli assassini di mia madre”. Oggi quelle mani potrebbero finalmente stringersi.

Il primo luglio scorso l’ergastolo comminato dalla Corte d’Assise d’appello e confermato dalla Corte di Cassazione a Paolo Bellini ha messo a posto l’ultima tessera del mosaico nell’infinita vicenda giudiziaria della strage del 2 agosto, la più spaventosa della storia della Repubblica.

I circa 15 chili di esplosivo che devastarono la sala d’aspetto di seconda classe della Stazione, cancellando 85 vite e causando oltre 200 feriti, furono trovati, assemblati, trasportati e fatti saltare da esponenti dell’estrema destra, guidati da P2 e pezzi di apparati dello Stato. La strage è fascista e piduista, ora a sancirlo anche la giustizia che si è fatta strada, superando anni di depistaggi, revisionismi, ricostruzioni fantasiose, vittimismi della destra.

Nato a Reggio Emilia nel 1953, Paolo Bellini ha vissuto una lunga storia criminale, dall’omicidio del militante di Lc, Alceste Campanile, nel 1975 – da lui stesso confessato molti anni dopo – a contatti con la mafia negli anni ‘90. Ex Avanguardia Nazionale, ha attraversato i mondi della peggiore criminalità organizzata, è stato trafficante di opere d’arte, depistatore, appare nelle carte dei processi di mafia e oggi tre gradi di giudizio segnano il punto finale della sua parabola: colpevole della strage di Bologna, il quinto dopo Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini. La prova decisiva arriva dalla testimonianza di Maurizia Bonini, sua ex moglie, che in un frammento di video super8 girato dal turista Harald Polzer riconosce quel volto familiare.

Le indagini e le sentenze hanno individuato anche i “mandanti occulti” che hanno ordinato, diretto, finanziato e depistato: Licio Gelli, venerabile maestro della loggia P2, Umberto Ortolani, massone e finanziere in grado di dirigere fiumi di denaro laddove serviva, Federico Umberto d’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, e Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese. La Loggia P2 e pezzi di apparati dello Stato agivano per destabilizzare il paese e favorire l’insediamento di un governo autoritario. La strategia della tensione, cominciata con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, aveva l’obiettivo di fermare le lotte di operai e studenti, e impedire con ogni mezzo una svolta a sinistra del paese.

Ormai non vi è alcun dubbio, la mano che ha deposto la bomba è fascista, con il coinvolgimento non solo dei Nuclei armati rivoluzionari ma anche di Avanguardia Nazionale e Terza Posizione. Una pietra tombale su tutti i tentativi di sviare le responsabilità della strage costruiti a tavolino fin dalle prime ore, mentre la città sconvolta si mobilitava per salvare le centinaia di feriti, e sull’autobus di linea 37 venivano caricati i corpi di 85 innocenti per il trasporto all’obitorio.

Uno dei depistaggi più noti è stato quello della ‘pista palestinese’, alimentata da notizie false, manipolazione di prove e creazione di veri e propri scenari alternativi: cioè che la strage fosse opera di gruppi terroristici palestinesi come rappresaglia per accordi segreti non rispettati tra Italia e Olp. Le indagini e le sentenze hanno smontato completamente questa ipotesi, sostenuta da ambienti politici e dei servizi segreti, costruita a tavolino per allontanare l’attenzione dalla vera matrice, quella neofascista.

E’ utile ricordare le posizioni di alcuni esponenti della destra nel corso degli anni. Attestazioni di solidarietà e manifestazioni pubbliche a sostegno di Fioravanti, Mambro e Ciavardini hanno costellato gli anniversari della strage. Paola Frassinetti, Fratelli d’Italia, ora sottosegretaria all’Istruzione, ha espresso in più occasioni opinioni interpretate come vicinanza o difesa di Luigi Ciavardini. Federico Mollicone, attuale presidente della Commissione cultura della Camera, Fratelli d’Italia, ha chiesto più volte l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta su aspetti, a suo dire, non chiariti dalle sentenze. Tentativi respinti dalle associazioni dei familiari delle vittime come manovre per mettere in discussione la verità giudiziaria e storica. Una verità che la stessa Giorgia Meloni non ha mai citato, e che la destra istituzionale tenta di far dimenticare riscrivendo la storia attraverso una sconfinata pubblicistica d’area, che oscura le responsabilità del Movimento Sociale Italiano negli anni bui delle bombe.

La condanna definitiva di Bellini e l’individuazione dei mandanti sono il punto di arrivo di anni di lavoro della magistratura, e di un impegno indomabile dei familiari delle vittime.