
La scomparsa di Patrizia Arnaboldi, seguita due giorni dopo da quella di Emilio Molinari, ha funestato questo inizio luglio per chi, come chi scrive, ha imparato da loro la militanza politica e la costruzione di lotte e movimenti.
L’incedere del tempo vede scomparire quel nucleo demoproletario milanese che, all’indomani della sconfitta elettorale di Nuova Sinistra Unita, si mise sulle spalle l’intero partito spostando la direzione da Roma alla sede di Milano. La lunga serie di quel “nucleo dei resistenti” protagonisti della “traversata del deserto” che riuscì – primo ed unico caso di un partito nell’Italia repubblicana – a rientrare in Parlamento nel 1983 dopo esserne stato allontanato alle politiche del 1979.
Una impresa caparbia, capace di far uscire da un angolo una formazione politica legata a categorie come il proletariato in tempi in cui deflagrava la crisi d’identità operaia e avanzavano incessanti i processi di ristrutturazione produttiva del capitalismo neoliberista (la sconfitta alla Fiat e quella dei minatori inglesi furono spartiacque politico, sociale e culturale). Luigi Cipriani, Massimo Gorla, Maria Teresa Rossi, in tempi più recenti Franco Calamida e Vittorio Bellavite erano già perdite enormi di protagonisti di quella stagione. Adesso tocca a Patrizia ed Emilio (coordinatore nazionale di Dp dal 1979 al 1982).
Insieme a Mario Capanna, Basilio Rizzo e Luigi Vinci, dal capoluogo lombardo riuscirono a parlare al Paese, non solo per la presenza istituzionale demoproletaria a Palazzo Marino e al Pirellone mai venuta meno, ma anche e soprattutto per le lotte nazionali che riuscirono a mettere in campo, una su tutte i referendum sociali per il ripristino della contingenza nelle liquidazioni, e per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alle piccole aziende e al pubblico impiego.
A questi anni deve essere attribuita la nuova sensibilità ecologista e pacifista di Dp, protagonista contro le centrali nucleari e del movimento per la pace contro l’installazione degli euromissili a Comiso.
Farsi strada in un partito a dominanza maschile, per le compagne è sempre stato difficile. Patrizia, interna al movimento femminista e alle lotte delle donne, riuscì anche in questa impresa, rompendo il carattere monosessuato del gruppo parlamentare nel 1987 insieme a Bianca Guidetti Serra.
Durante la preparazione del libro “L’Agile Mangusta”, pranzando a casa sua, mi spiegò che alla politica c’era arrivata, ventenne, nel 1966 a Firenze. Era stata “un angelo del fango”, una delle migliaia tra ragazze e ragazzi venuti da tutto il mondo per salvare il patrimonio librario e artistico di Firenze seppellito dalla terribile alluvione. Un’esperienza costituente, che fece capire che le nuove generazioni non sarebbero state delle comparse, che l’impegno diretto, anche nello sporcarsi le mani e gli stivali nel fango, avrebbe connotato un nuovo e inedito attivismo politico. Sulle rive dell’Arno quei giovani annunciavano il ’68 in arrivo, e che tutto ciò che avveniva nel mondo, a cominciare dalla guerra in Vietnam, sarebbe stato motivo di mobilitazione, studio ed impegno.
All’università Statale di Milano è tra le fondatrici del Movimento Studentesco, in una città attraversata da lotte operaie e studentesche contro le quali si muove la strategia della tensione con la strage di Piazza Fontana. Si lega sentimentalmente con Mario Capanna, un matrimonio che finirà qualche anno più tardi, insieme affrontano quegli “anni formidabili” da cui nascono unificazioni e scissioni delle varie formazioni politiche. Aderisce al Partito di Unità Proletaria nel 1975, e a Dp nel 1978.
Esperta di comunicazione, è tra le venti firme dell’atto notarile in cui nasce Radio Popolare (ma la filiazione di radio libere e di movimento si svilupperà, anche grazie all’impegno di Patrizia, in tutta Italia). Nel 1987 è eletta nella circoscrizione Milano-Pavia alla Camera dei Deputati. È lei che espone dal balcone di Montecitorio un lungo striscione con la scritta “Referendum”, ricordando come la IX legislatura fosse stata sciolta anticipatamente per impedire di votare ai referendum antinucleari.
Si reca in Palestina durante la prima Intifada, mentre in Parlamento è nominata segretaria dell’Ufficio di presidenza (presidente è Nilde Jotti), e segue le vicende della scuola e della lotta dei precari.
Alla scissione dei Verdi Arcobaleno – rottura dolorosissima – assume la responsabilità di presidente del gruppo parlamentare di Dp. Una malattia silenziosa alla testa ne altera i comportamenti sociali. Alcuni di noi pensano che sia dovuta alla depressione per la divisione del partito, altri capiscono che invece c’è qualcosa di fisico. Viene operata al cervello di un tumore benigno che ne segnerà il corpo ma non lo spirito ribelle.
Patrizia si riprenderà e proseguirà con generosità e passione il suo impegno politico in Rifondazione Comunista, sempre attenta a mantenere i rapporti e le relazioni anche umane con quel collettivo milanese di quadri politici che aveva fatto la storia di Democrazia Proletaria.
