
Sotto l’egida del presidente Usa, Donald Trump, i ministri degli esteri della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e del Ruanda hanno firmato il 27 giugno scorso nello Studio Ovale un accordo di pace tra i due paesi, che pure formalmente non erano in guerra, dato che il Ruanda ha sempre negato la presenza di sue truppe nel Kivu.
L’accordo, mediato con l’aiuto del Qatar e di Massad Boulos – imprenditore libanese-americano, consigliere di Trump per l’Africa e suocero di sua figlia Tiffany – mira a porre fine al conflitto nella parte orientale della Rdc, un conflitto ultra trentennale che ha causato la morte di migliaia di persone. Un’intesa che Trump ha incluso nella lista di “successi” che, a suo dire, gli farebbero meritare il premio Nobel per la pace.
In una dichiarazione congiunta, i tre Paesi hanno affermato che l’accordo include l’impegno a rispettare l’integrità territoriale, a cessare le ostilità e a disarmare tutti i gruppi armati non statali. Si fa inoltre riferimento a un “quadro di integrazione economica regionale” e a un vertice che coinvolgerà Trump, il presidente ruandese Paul Kagame e quello della Rdc, Félix Tshisekedi.
Al di là della retorica “pacifista”, il “bullo” di Washington toglie all’imperialismo Usa il velo ideologico delle “guerre umanitarie” o dell’“esportazione della democrazia”: così come in Ucraina il “ricatto” di Trump riguarda le terre rare, il prezzo dell’ “accordo di pace” tra Rdc e Ruanda è lo sfruttamento da parte delle multinazionali statunitensi delle ricche miniere di materie prime e terre rare del Congo. Prima con la guerra, ora con la “pace”.
“L’impressione che affiora sulle labbra di diverse persone a Bukavu, estenuate da oltre quattro mesi d’occupazione, è la perplessità e il sentimento di essere stati ancora ingannati, anche se non si rinuncia alla speranza che qualcosa cambi sul terreno”. Così scrive all’Agenzia Fides, commentando l’accordo firmato a Washington, una fonte della Chiesa da Bukavu, il capoluogo del Sud Kivu occupato da metà febbraio dalle truppe ruandesi e dai guerriglieri del M23.
Secondo quanto comunicato dalle parti, l’accordo prevede la “revoca delle misure difensive del Ruanda” entro tre mesi, nonché la neutralizzazione da parte di Kinshasa delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr), create da ex leader hutu legati al genocidio ruandese del 1994 e considerate da Kigali una minaccia esistenziale.
L’accordo include una componente economica che prevede lo sfruttamento delle risorse minerarie congolesi da parte di industrie statunitensi. “Molta gente era disposta a perdere i minerali del Paese pur di ritrovare la pace, ma anche quest’ultima è in dubbio”, riferisce Fides. Il Ruanda occupa e sfrutta le province del nord e sud Kivu sotto le sembianze del M23, che non ha partecipato ai negoziati e non sembra essere toccato direttamente dall’accordo. Né pare ben avviato il negoziato tra Rdc e M23 successivamente aperto a Doha a metà luglio.
Il cambiamento che tutti aspettano, la partenza di tutti i militari ruandesi, non sarebbe apertamente menzionato nell’accordo, che parla di “cessazione delle ostilità”, anche se cita la risoluzione Onu 2773 che chiedeva tale rientro.
Sembrerebbe un testo pieno di trappole, come il fatto che si parli più volte della neutralizzazione del Fdlr, che ha costituito il pretesto per l’aggressione da parte del Ruanda di un Paese indipendente. Le Fdlr contano su poche milizie, a più riprese rimpatriate, assolutamente inadeguate per un attacco al Ruanda, ma comode per giustificare la presenza in Congo dell’esercito ruandese, peraltro sempre negata.
Altra trappola, il ritorno dei rifugiati: non ci sono quasi rifugiati congolesi in Ruanda, piuttosto ci sono folle di sedicenti rifugiati ruandesi che aspettano di entrare in Congo per continuare ad alimentare il sogno di un grande Ruanda.
E che dire della cooperazione economica della Rdc con il Ruanda? La prospettiva, come diversi dicono, sarà che il Congo rimanga la grande miniera, dove la gente tribola e muore per pochi soldi, mentre il Ruanda il luogo delle industrie di raffinazione, e le grandi multinazionali e gli Stati che le sostengono – compresa l’Unione europea – saranno i grandi vincitori.
E quale giustizia o riparazione per i milioni di vittime, morti e sopravvissuti traumatizzati, bambini privati di scuola, donne e uomini privati del minimo vitale?
Eppure la società civile congolese aveva rivolto alle autorità numerosi documenti, esprimendo le proprie preoccupazioni. Denis Mukwege, il medico congolese che ha condiviso il premio Nobel per la pace nel 2018 per i suoi sforzi per porre fine alla violenza sessuale nei conflitti armati, ha criticato l’accordo, sostenendo che “premia l’aggressione”. In una dichiarazione, ha affermato che l’accordo “equivarrebbe a concedere una ricompensa per l’aggressione, legittimando il saccheggio delle risorse naturali congolesi e costringendo la vittima ad alienare il proprio patrimonio nazionale, sacrificando la giustizia per garantire una pace precaria e fragile”.
