
La Conferenza nazionale di programma, una tappa importante per disegnare i prossimi dieci anni dell’associazione.
Siamo nel mezzo di una tempesta. Con questa immagine abbiamo percorso i mesi di preparazione verso la Conferenza nazionale di programma dell’Arci che si è tenuta a Padova a inizio luglio.
I diritti si erodono, lo spazio pubblico si restringe, la democrazia si svuota. Il mondo intorno a noi cambia a una velocità feroce. E, in questo scenario, abbiamo scelto di non restare fermi a guardare. La Conferenza nazionale di programma che si è appena conclusa nasce da qui: dalla consapevolezza che non basta amministrare l’esistente, ma che serve rilanciare, con coraggio e visione, la nostra funzione politica, sociale e culturale. Anche noi dobbiamo fare la nostra parte.
Negli ultimi anni, all’Arci è toccato sostituire iniziative e presìdi che nel secolo scorso erano affidati esclusivamente ai partiti. Abbiamo raccolto domande di partecipazione, bisogni sociali, istanze culturali e conflittuali che altrimenti sarebbero rimaste senza risposta. È anche per questo che cresciamo: nei numeri, nella fiducia, nella capacità di tenere insieme la radicalità del pensiero e il pragmatismo dell’azione. Non è una fiammata. È un lavoro quotidiano, dentro le contraddizioni del presente.
La destra che governa – in Italia e nel mondo – si nutre di paura e disuguaglianze. Spaccia l’egoismo per libertà, cancella il senso di comunità, ridefinisce le regole del vivere comune secondo una visione autoritaria. È un progetto culturale prima che politico. Un’ideologia antisociale che ha radici profonde e oggi assume i volti di Milei, Trump, Musk, Meloni. Una deriva che trova forza anche nella guerra, nel riarmo, nella costruzione di nemici interni ed esterni.
In questo sfacelo, serve un’alternativa popolare, autonoma, solidale. Un’Arci che non si accontenta di sopravvivere ma vuole incidere, dare forma a un nuovo blocco sociale e culturale, capace di restituire significato alla parola democrazia. Perché la democrazia che conoscevamo ha prodotto questo presente. E allora non basta difenderla: va ripensata, e forse rifondata, su basi nuove e più giuste. Uguaglianza, giustizia sociale, diritti, mutualismo: questi sono i mattoni della democrazia che vogliamo.
Per questo abbiamo costruito la Conferenza come un percorso vero: otto consigli nazionali tematici, quasi mille questionari ai presidenti di circolo, confronti territoriali, collaborazione con la Fondazione Di Vittorio, ascolto diffuso e rigoroso. Un lavoro utile a leggere il presente e a scegliere le priorità per il futuro.
Abbiamo individuato alcune parole-chiave: mutualismo, come dimensione concreta di risposta ai bisogni e di ricostruzione del legame sociale; partecipazione, da rilanciare come pratica quotidiana, popolare e accessibile; prossimità, che per noi non è una moda ma una scelta politica radicale. E poi antifascismo, transfemminismo, ecologia integrale, giustizia sociale: non solo valori, ma terreni su cui costruire alleanze e conflitti.
La Conferenza è stata anche un momento per interrogarsi su come funzioniamo. L’Arci cresce, ma non può farlo sulla fatica individuale. Servono strumenti nuovi, risorse adeguate, un’organizzazione che tenga insieme le specificità dei territori e una visione nazionale forte. Per questo abbiamo parlato di fiscalità, di trasparenza, di progettazione, di welfare associativo. Perché senza cura interna non regge nemmeno l’ambizione politica.
Ci siamo chiesti: di quale Arci c’è bisogno oggi? La risposta è una sola: di un’Arci che agisce, costruisce, si schiera. Che non si rifugia nella neutralità ma sceglie il campo. Che si assume la responsabilità di provare a cambiare lo stato di cose presenti, mettendo in connessione ciò che altrove è frammentato. Con umiltà, senza corporativismi di sorta ma anche con determinazione.
Due anni fa, al Congresso nazionale, ci siamo dati un compito: disegnare l’Arci dei prossimi dieci anni. Questa Conferenza è una tappa importante di quel cammino. Ora serve fare il passo successivo. Senza paura di cambiare, con la voglia di contare davvero. Perché oggi, più che mai, c’è bisogno di un’Arci che tenga insieme conflitto e costruzione, radicalità e popolarità, analisi e proposta.
Un’Arci che, controvento, continui a navigare.
