Non è una città per poveri. Lavoratrici e lavoratori, toglietevi dalla testa di poter abitare a Milano. Nella città che aveva accolto migliaia e migliaia di immigrati quando era la capitale industriale del paese, oggi gli affari si fanno con il mattone. Risultato: affitti e compravendite a prezzi stellari e progressiva espulsione non solo delle fasce più deboli ma anche della cosiddetta classe media della popolazione, impoverita dalle involuzioni della politica internazionale (leggi caro energia) e dalle sempiterne speculazioni, negli ultimi anni concentrate sul cosiddetto carrello della spesa. Milano mia, devo andar via. L’inchiesta giudiziaria sul sistema urbanistico milanese, al di là degli esiti che potranno avere eventuali processi, ha gettato un fascio di luce sui meccanismi di ‘riqualificazione’ urbana. E il caso Leoncavallo, con lo sgombero dello storico centro sociale per liberare l’area all’immobiliarista di turno, è la ciliegina amara su un torta incommestibile.

Luca Stanzione, segretario generale della Camera del Lavoro milanese, ha detto chiaramente che l’attacco al Leoncavallo è un’aggressione agli spazi democratici e come tale deve essere respinta al mittente da uno schieramento ampio e plurale che non può consentire questa ennesima restrizione dei diritti in città e nel paese. Nel salone Di Vittorio della Camera del Lavoro erano almeno seicento a inizio settembre, associazioni, società civile, esponenti politici e naturalmente la ‘padrona di casa’ Cgil per organizzare una prima manifestazione nazionale di protesta contro lo sgombero dello spazio sociale più famoso del paese, e per denunciare la deriva autoritaria del governo Meloni.

La via maestra è anche quella percorsa da chi sabato 6 settembre è sceso in piazza difendendo il Leoncavallo e quella Milano dal volto umano oggi messa a forte rischio dalle politiche urbanistiche dell’amministrazione Sala. Segretario Stanzione, voi avete denunciato prima di molti altri questa deriva: si potrebbe sintetizzare ‘dalla Milano da bere, alla Milano per i soli ricchi’?

“A Milano è in atto un processo di gentrificazione, un capitalismo predatorio transcontinentale cerca di mangiarsi pezzi di città a fini speculativi. Questo processo non riguarda solamente Milano, tocca diverse città europee, e mette a nudo la debolezza delle istituzioni nel non saper leggere quanto sta accadendo, nel non saper sottrarre risorse che potrebbero restare sul territorio per compensare l’amplificazione delle disuguaglianze che abbiamo sotto gli occhi, cercando di invertire questa tendenza”.

Chi lavora in questa città avrebbe il diritto di risiederci, non le sembra?

“Ci troviamo davanti una città disfunzionale. Milano ha bisogno di servizi alla persona, di servizi tout court, ma i turni di lavoro non consentono di vivere distanti dal posto in cui si è impiegati. Noi da tempo denunciamo questo grande problema, questa disfunzionalità che non viene corretta da una regia pubblica, da misure anticicliche, per giunta c’è un governo nazionale che lavora contro l’amministrazione milanese”.

L’impressione è che i buoi siano ormai scappati dalla stalla. Cosa si può fare per invertire la rotta?

“In questo anno e mezzo che la separano dalle elezioni, Milano deve avere delle priorità. La prima è quella di affrontare la grande crisi della casa con soluzioni che non siano solo dei pannicelli caldi, lo sgocciolio di risorse per le necessità abitative. Occorre invece una completa inversione di tendenza. La Cgil ha fatto una proposta precisa: un fondo di garanzia per l’edificazione a proprietà indivisa, sul modello di Vienna. Più in generale, il caro affitti e il prezzo sempre più alto delle case parlano della crisi dei salari, di un’inflazione che rende lavoratrici e lavoratori sempre più poveri. Le milanesi e i milanesi spendono più del 40% del loro stipendio per l’affitto o il mutuo della casa dove vivono. La seconda priorità per noi è quella di riprendere un rapporto fattivo con l’amministrazione comunale in tema di governo del territorio, che è uno degli strumenti più importanti che hanno le grandi città per essere coinvolte e non travolte dai processi economici in atto. Sono priorità che possono e devono rappresentare un obiettivo per l’intera comunità milanese. Lo sottolineiamo ancora una volta, dobbiamo riaprire un’interlocuzione con l’amministrazione comunale, fino a chiudere – ma questa potrebbe essere notizia dei prossimi giorni – il protocollo a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori durante le Olimpiadi invernali del 2026. Significherebbe riconnettere l’amministrazione con il blocco sociale di riferimento, protagonista di una stagione importante della città. Grazie al campo progressista Milano è cambiata, si è salvata, soltanto quindici anni fa era di fronte a una crisi di identità, soffriva di un isolamento internazionale che oggi non ha più. Le parole chiave sono tre: solidarietà, inclusione, sviluppo”.

Cosa ha significato per i milanesi il Leoncavallo, il Leonka come viene familiarmente chiamato?

“La vicenda del Leoncavallo è emblematica. Una città che si vede sgomberare mentre è in ferie uno dei simboli della Milano resistente, democratica. Una Milano che in questi cinquant’anni ne ha passate tante: dalla lotta alle droghe pesanti, all’eroina, alla lotta alle diseguaglianze. Una Milano democratica e inclusiva, che in una caldissima mattina d’agosto si è pensato di chiudere, cancellando uno spazio sociale. Uno spazio che è un’idea politica, quella di un’altra Milano che non è possibile cancellare con un’operazione di polizia. Con il Leoncavallo la Cgil ha sempre avuto un rapporto dialettico, un continuo confronto che ha prodotto cambiamenti positivi sia degli spazi sociali che della storia del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori. Il Leonka è stata una risorsa per Milano, insieme a tante altre cose. Io faccio parte della generazione di Genova 2001, per noi il Leoncavallo è stata anche la possibilità a Milano di rendere vitale una fase in cui, e avevamo ragione, sostenevamo che la globalizzazione avrebbe prodotto storture. Oggi siamo proprio in questa situazione”.

La città resta comunque ancora viva, lo provano le tante manifestazioni organizzate in questi ultimi due anni contro il genocidio a Gaza. La Camera del Lavoro di Milano non ha mai fatto mancare il suo sostegno a questa presa di posizione civile di fronte a un’autentica carneficina.

“La Camera del Lavoro di Milano fa la sua parte, nel solco della nostra storia, quella di un sindacato sempre in campo a difesa della pace. Un sindacato generale, confederale, che guarda necessariamente alla trasformazione della società. E quindi anche al cambiamento della propria area metropolitana, della propria città, come condizione necessaria per migliorare le vite delle persone che vivono e lavorano in un territorio con così tante contraddizioni”.

L’ultima domanda riguarda un monumento, quale è di fatto lo stadio Giuseppe Meazza in San Siro: pensi che si avvicini l’ennesima speculazione mascherata, oppure ci sarà un soprassalto di dignità da parte dell’amministrazione comunale?

“Credo che la vicenda dello stadio sia tecnicamente molto complessa, da approfondire. Penso che le scelte sullo stadio che dovranno essere compiute in queste settimane abbiano sullo sfondo le inchieste della procura sulla speculazione immobiliare. Ci sono indagini in corso, così io consiglio prudenza, penso che che Milano si debba prendere il tempo per riflettere su una scelta così importante, senza rimanere sotto ricatto da parte dei grandi fondi internazionali proprietari delle due squadre di calcio milanesi. Sono convinto che non si possa pensare di chiudere il ciclo di governo del campo progressista in una città come Milano registrando contemporaneamente questi tre dati: le inchieste aperte sulle vicende immobiliari, lo sgombero del Leoncavallo e la vendita dello stadio Meazza. Sarebbe davvero una triste conclusione”.