Pur con tutta la buona volontà, non si riesce a comprendere quale ruolo intenda assumere Ankara nel “processo di pace” che, con la pubblica “cerimonia” della distruzione di armi da parte del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan – Partîya Karkerén Kurdîstan) in luglio sembrava aver subito un’accelerazione.

Infatti proseguono – con una media nell’estate di un centinaio di raid settimanali, stando ai dati forniti dall’agenzia Mezopotamya – i bombardamenti con aerei e droni nelle zone del Bashur (Kurdistan meridionale, formalmente autonomo, entro i confini iracheni) in cui si trovano alcune basi della guerriglia.

La situazione permane a dir poco confusa anche nel nord-est della Siria. Dove, stando alle ultime dichiarazioni del presidente di Mhp (Partito del Movimento Nazionalista, Milliyetçi Hareket Partisi) potrebbe prendere il via un’operazione congiunta di Ankara e Damasco contro le Forze Democratiche Siriane (Sdf) e le Ypg che – secondo lui – non si sarebbero allineate all’appello di Öcalan a deporre le armi e procedere all’auto-dissoluzione.

Devlet Bahçeli (il principale alleato di Erdogan e tra i fondatori dei Lupi Grigi) è – di fatto – colui che aveva avviato la “soluzione politica” del conflitto turco-curdo. Chiedendo espressamente al prigioniero politico di lungo corso Öcalan il disarmo volontario del Pkk. Com’è poi avvenuto. Bahçeli si richiamava anche all’ultima dichiarazione dell’ambasciatore statunitense in Turchia e inviato speciale per la Siria, Tom Barrack: “Una nazione, un popolo, un esercito, una Siria”. Mentre definiva “problematica” la precisazione di Barrack secondo cui le altre organizzazioni presenti in Siria (Fds, Ypg e Ypj) “non sono in relazione con il Pkk”.

Resta aperta la spinosa, amara questione per cui, in questi tragici frangenti, a salvaguardia dell’amministrazione autonoma dei curdi del Rojava pare rimanga solo Washington (con cui i curdi mantengono sostanzialmente un’alleanza militare in chiave anti-Isis, rifiutando il ruolo di ‘proxy’).

Per Bahçeli “le Forze di autodifesa (Sdf, Hêzên Sûriya Demokratîk) e le Unità di Protezione Popolare (Ypg, Yekîneyên Parastina Gel) – non nomina nemmeno le Ypj (Yekîneyên Parastina Jin) – devono attenersi alla lettera al memorandum che firmarono con il governo siriano in marzo”. Altrimenti un intervento militare congiunto di Ankara e Damasco risulterà “inevitabile”.

Con una buona dose di preveggenza (oltre che di buon senso) il 14 agosto Çiğdem Doğu, esponente della Comunità delle Donne del Kurdistan (Kjk), nel corso di un’intervista su Medya Haber TV, aveva spiegato che “la Siria odierna si definisce attraverso una molteplicità di etnie e religioni diverse”. Sottolineando quanto sia altrettanto fondamentale il ruolo assunto dalle donne, in particolare nel nord e nell’est del Paese dove “assistiamo a una autentica rivoluzione con l’auto-organizzazione femminile, mentre nelle regioni alavite e druse avvengono ripetuti massacri contro la popolazione e ripetute violenze sulle donne”. In un contesto del genere “solo pensare di imporre la resa delle armi alle Forze democratiche siriane significa semplicemente dire ‘Venite a farvi sgozzare’”. Non esiste infatti “alcuna garanzia di sopravvivenza”. E fatalmente torna il mente il video della cattura di Cicek Kobane con le feccia jihadista che grida “Bisogna sgozzarla, bisogna sgozzarla” (http://uikionlus.org/siamo-tutti-cicek-kobane/).

Altrettanto priva di senso sarebbe “l’idea dell’integrazione delle Fds nell’esercito siriano”. In quanto semplicemente “oggi non esiste un vero esercito siriano, ma soltanto varie gang. Gruppi sanguinari che conducono attacchi contro le diverse identità nazionali, etniche e religiose”.

Çiğdem Doğu ricorda infine che le Ypj “sono un’organizzazione combattente e non possono cedere le armi” in quanto con le Ypg rappresentano una garanzia per “Armeni, Arabi, Curdi, Siriaci di poter continuare a vivere pacificamente insieme, senza che nessuno si senta autorizzato a parlare a nome loro”.

La presa di posizione di non deporre le armi non nasce dal nulla. Ci sono stati dei precedenti. Come quanto avvenuto il 28 maggio ad Aleppo. Dove un previsto scambio di prigionieri tra il regime di Damasco (sotto la supervisione turca) e le autorità curde del Rojava è andato a vuoto, in quanto le prigioniere di guerra curde Ypj non erano state liberate ma trasferite direttamente nelle galere turche.

Già in precedenza, in una intervista diffusa da al-Yaum Tv, anche il portavoce delle Fds, Farhad Shami, aveva dichiarato che “la consegna delle armi è una linea rossa”. Invalicabile. Quindi, almeno per ora, Fds, Ypg e Ypj non intendono sottoscrivere l’appello di Öcalan rivolto a tutte le organizzazioni curde combattenti. E tanto meno sottoscrivere la scelta di autoscioglimento del Pkk. Così come le Unità di Resistenza del Sinjar (Ybş/Hpe), milizie yazide che avevano imbracciato le armi per difendersi dall’Isis nell’area di Sinjar (nel Kurdistan “iracheno”, Bashur).

(3 settembre 2025)