Ciò che accade alla Casa Bianca, con l’intervento di Donald Trump, è per definizione “storico”. Non poteva essere da meno l’annuncio dell’intesa, siglata l’8 agosto scorso a Washington, tra il premier armeno Nikol Pashinian e il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev. I due leader si impegnano a sottoscrivere un accordo definitivo di pace sotto l’egida Usa, con cui stipuleranno importanti accordi economici bilaterali.

Come già per l’ “accordo di pace” tra Rdc e Ruanda (vedi https://www.sinistrasindacale.it/2025/07/28/la-continuazione-dello-sfruttamento-delle-risorse-della-rdc-dietro-il-trumpiano-accordo-di-pace-con-il-ruanda-di-giovanni-monaci/), incurante del sostegno all’aggressione russa in Ucraina e, soprattutto, del suo piano genocida di deportare due milioni di palestinesi per fare di Gaza un’avveniristica “riviera” sotto il controllo Usa, Trump strombazza anche questa intesa come ulteriore passo verso il Nobel per la Pace (!?).

Ma ancor più della gloria valgono gli affari: nasce infatti la “Trump Route for International Peace and Prosperity”, il corridoio che collegherà l’Azerbaijan con la sua regione autonoma del Nakhchivan, un’exclave azera non collegata direttamente a Baku perché separata dal territorio armeno. Già noto come “corridoio di Zangezur”, il percorso dovrebbe essere realizzato concedendo alle aziende statunitensi diritti di sviluppo esclusivi per novantanove anni. Il testo completo dell’accordo non è ancora noto, ma, secondo fonti Usa, nel corridoio lungo circa 43 km le aziende statunitensi realizzeranno una linea ferroviaria, un oleodotto e un gasdotto, dato che l’Azerbaijan è particolarmente ricco di gas naturale.

Il corridoio sarebbe comunque sottoposto alle leggi armene, ma oltre a connettere Azerbaijan con la sua exclave, gli permetterà di commerciare direttamente con la Turchia, suo grande alleato, senza dover passare per gli Stati confinanti come Iran o Russia.

Si tratta quindi di un accordo dal quale ci guadagna sicuramente l’Azerbaijan, mentre l’Armenia – al cui interno si sono sollevate le proteste dei partiti di opposizione – spera di poter attrarre nuovi investimenti grazie agli accordi economici promessi da Washington, mantenendo il controllo formale sul corridoio con la garanzia di un intervento Usa nel caso l’Azerbaijan decidesse di riprendere le ostilità.

Armenia e Azerbaijan sono in conflitto dalla fine degli anni ’80 – quando ancora erano entrambi parte dell’Unione sovietica – per il Nagorno Karabakh, regione montuosa all’interno dell’Azerbaijan abitata da una maggioranza armena. Baku ha ripreso il pieno controllo della regione nel 2023, con l’ultima di una serie di guerre contro l’autoproclamata repubblica dell’Artsakh, spingendo quasi tutti i 100mila armeni del territorio a fuggire in Armenia.

Prima di concludere e ratificare un trattato di pace tra Armenia e Azerbaijan restano da soddisfare due condizioni: sciogliere il Gruppo di Minsk dell’Osce, ormai inattivo, che prima della guerra del 2020 aveva funto da mediatore tra le parti, e, più complesso e con tempi non brevi, rimuovere un preambolo dalla Costituzione armena che contiene le rivendicazioni territoriali sul Nagorno Karabakh. Il trattato definitivo implica il riconoscimento reciproco dei territori e dei confini, la reciproca rinuncia a rivendicazioni territoriali e all’uso della forza, la formalizzazione di relazioni diplomatiche, l’impegno a affrontare la questione delle persone scomparse a causa del conflitto e ad evitare la presenza di truppe di paesi terzi sul confine condiviso.

Se l’intesa di Washington è stata accolta in maniera positiva da quasi tutta la comunità internazionale, è proprio quest’ultimo punto a mettere in allarme l’Iran, che con l’Azerbaijan ha sempre avuto un rapporto caratterizzato da tensioni crescenti e ha fortemente criticato la costruzione del corridoio verso Nakhchivan, considerato un cambiamento geopolitico nella regione del Caucaso meridionale. L’Iran denuncia preoccupazione per le “conseguenze negative di qualsiasi intervento straniero in qualsiasi forma, in particolare in prossimità delle frontiere comuni”. Inizialmente anche la Russia si era opposta ad un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti, esortando l’Armenia e l’Azerbaijan a rimanere legati ad un gruppo di lavoro trilaterale per raggiungere un accordo sullo sblocco dei trasporti regionali che includesse Mosca.

In un commento per l’Atlantic Council, due ex ambasciatori statunitensi in Azerbaijan, Robert F. Cekuta e Richard L.Morningstar, sottolineano, tra l’altro, che la costruzione di strade, ferrovie, gasdotti e oleodotti nella regione da parte di imprese private statunitensi potrà portare sviluppo, e contrastare l’espansione logistica e commerciale della Cina. 

In tutto questo, Unione europea non pervenuta….