Ora è a casa ma felice Federico Pellicano. Operaio Benetton da 31 anni, è finito nella lista dell’ottantina di addetti a cui è stato applicato un contratto di solidarietà al 90% dell’orario lavorativo. In pratica vuol dire lavorare un solo giorno ogni 10. Però nello stabilimento di Castrette di Villorba, nel trevigiano, lavoratrici e lavoratori hanno scioperato per la prima volta in trent’anni. Non era mai successo, non era scontato che accadesse. Invece davanti ai cancelli dello storico marchio di abbigliamento c’erano quasi tutti gli attuali 700 addetti. “Finalmente – esclama Pellicano – era ora che ci fosse una reazione di fronte alle imposizioni di Benetton. A metà ottobre ho ricevuto una e-mail che mi informava di far parte dei ‘cattivi’ per i quali era stata disposta la solidarietà al 90%. Rientrerò dopo le feste di Ognissanti”. Una decisione unilaterale, quella dell’azienda, che non stupisce Pellicano e ha provocato un’immediata reazione sindacale. “Non siamo critici a prescindere verso i contratti di solidarietà – puntualizza Massimo Messina della Filctem Cgil – ma il metodo è inaccettabile, non se ne è discusso prima, e hanno messo 80 lavoratori al 90%, senza preoccuparsi di ruotare il personale per ammortizzare gli effetti del provvedimento”.
All’inizio dell’anno l’azienda si era accordata con i sindacati per introdurre i contratti di solidarietà, ma la decisione di farli entrare in vigore è stata improvvisa, concentrata su pochi, con gravi ripercussioni sul salario. Dal 2012 le vendite si sono dimezzate: da 2 miliardi di euro sono scese a poco più di un miliardo nel 2023 e nel 2024. Difficoltà comuni a buona parte del settore dell’abbigliamento, aggravate da un modello di business che evidentemente non è più al passo con i tempi. “Lo sciopero è stato un successo – racconta Pellicano – nonostante l’azienda faccia di tutto per metterci l’uno contro l’altro. Non si respira una bell’aria in fabbrica, se ne sono accorti tutti. Fanno larghissimo uso di lavoratori ‘usa e getta’, i somministrati, quelli che dipendono da un’agenzia esterna e che devono lavorare a testa bassa senza mai protestare perché altrimenti non saranno confermati. In molti arrivano dai paesi dell’est, dal Sud America, dall’Africa, ragazze e ragazzi spesso in difficoltà con la lingua, stipati in 4/5 per appartamento. Poveri, quindi ricattabili”.
Pellicano lavora nel reparto imballaggio, anche se recentemente è stato spostato alla ‘service integration’. “Imbustiamo gli abiti, a me sembra tanto di essere finito su un binario morto, insieme ad altri ‘fissi’ come me, tutelati dall’articolo 18”, spiega. Nel corso degli anni Pellicano si è fatto la nomea di ‘rompiscatole’: “Sono fatto così, non sopporto i soprusi e non riesco a tenere la lingua a freno. Io rispetto tutti, ma il rispetto deve essere reciproco”. É stato soprannominato il Che Guevara della Benetton. Ne va fiero, fra un provvedimento disciplinare e l’altro, e trova modo di riderci su: “Mi piace la definizione ‘Che Guevara della Benetton’, il problema è che lui aveva un seguito, io invece se mi volto non ho nessuno alle spalle. Hanno troppa paura di finire nella lista nera”.
Ha 63 anni Pellicano, e una resistenza fuori dal comune che lo ha portato a lavorare per più di trent’anni senza cedimenti. “Quando il mercato era fiorente ed eravamo nel pieno del ciclo produttivo – ricorda – ci davano carichi di lavoro massacranti, quattro turni la settimana, due mesi di lavoro notturno per preparare le vendite natalizie. Montavamo la domenica sera a mezzanotte, e facevamo quel turno fino al sabato. Ne uscivamo come degli zombie. Settimanalmente dovevamo cambiare le nostre abitudini e le dinamiche di vita per tenere botta. All’epoca scaricavamo pure i container”. Potrebbe scrivere un libro, ripercorrendo per filo e per segno quello a cui ha assistito da testimone diretto: dagli esaurimenti nervosi alle furbate di colleghi che si accreditavano come più affidabili a scapito del compagno di reparto, poi i danni fisici legati al super lavoro, con sempre sullo sfondo la strategia del ‘divide et impera’ adottate dalle direzioni aziendali.
Pellicano è arrivato in Veneto dalla Calabria: “Da giovane lavoravo in un albergo ristorante a Pizzo Calabro con l’allora mia fidanzata. Oggi siamo marito e moglie, con un ragazzo di 19 anni. Prima di entrare in Benetton ho lavorato in Dolomite, Replay, Zara”. “Simpatizzo con la Cgil perché sono di sinistra, ma se c’è da fare una critica non sto zitto. I lavoratori sono deboli e ricattabili, è un dato di fatto. Però Benetton ha cambiato politica, si è affidata a un tagliatore di teste, così, al solito, a pagare gli sbagli e i fallimenti dei manager siamo noi operai. Poi loro se ne vanno con il portafogli gonfio, noi invece veniamo messi da parte senza riguardi”.
Nonostante tutto il lavoro alle spalle, Pellicano ha una previsione pensionistica da poco più di mille euro al mese, il che di questi tempi vuol dire essere poveri. Ma continua a non arrendersi di fronte alle ingiustizie. Altrimenti non l’avrebbero soprannominato il Guevara della Benetton.