
L’8 marzo scorso, data evocativa, il governo Meloni ha presentato lo schema di disegno di legge per l’introduzione del delitto di femminicidio, che prevede l’introduzione di un nuovo reato – non un’aggravante del reato di omicidio ma una fattispecie autonoma -, appunto il femminicidio, punito con la sola e obbligata pena dell’ergastolo, oltre ad una serie di altre disposizioni relative alla richiesta di patteggiamento, alle alternative, ai benefici per gli autori di reati da codice rosso.
Il disegno di legge è stato approvato all’unanimità dal Senato il 23 luglio, ed è attualmente in esame in commissione giustizia alla Camera.
Il disegno di legge, con la perfetta espressione utilizzata dall’avvocata Maria Milli Virgilio sulle pagine del “Blog di Studi sulla Questione Criminale”, è una “polpetta avvelenata”. Si tratta infatti dell’ennesima prova di una lunga e scoordinata serie di politiche di inasprimento penale in materia di violenza di genere, a costo zero, inefficaci nel ridurre i femminicidi e la violenza fisica o le varie forme di persecuzione. Ma efficacissime nel continuare a portare acqua al mulino del panpenalismo e del punitivismo, della rinuncia ai principi del garantismo penale, della negazione dei diritti delle persone che stanno scontando una pena e del “buttare via la chiave”. Un mulino che è già ampiamente produttivo e che vanta tra le sue più recenti e rappresentative “farine” il decreto (ormai legge) sicurezza, che colpisce con ferocia dissidenti, migranti, poveri e nemici vari.
La violenza di genere è un fenomeno grave che deve essere contrastato con determinazione, ma nella consapevolezza che – come ha scritto Grazia Zuffa in un numero della Rivista ‘Il vaso di Pandora’- “il femminicidio è parte della cultura patriarcale, in un continuum di subordinazione della donna fino alla sopraffazione violenta e, all’estremo limite, alla sua uccisione. In questo senso, il femminicida non è un ‘mostro’, anzi incarna la ‘normalità’ del Male dell’oppressione femminile”.
Di fronte ad un fenomeno strutturale frutto della cultura patriarcale che permea la nostra società, le politiche penali – che non per caso rappresentano soltanto uno dei quattro pilastri (le quattro “P”) per il contrasto alla violenza di genere previsti dalla Convenzione di Istanbul – non hanno alcuna efficacia deterrente.
Ma l’inasprimento penale costa poco (e “val quel che vale”, prendendo in prestito da Guccini), mentre le politiche educative, sociali, culturali, di supporto e di sostegno per la fuoriuscita dalle relazioni improntate alla violenza hanno un costo. Inoltre il diritto penale consente di mettere sotto il tappeto il problema strutturale, e trasformare le questioni di genere in questioni di meri rapporti individuali sbagliati.
In perfetta sintonia con il paradigma vittimario, definito da Tamar Pitch, lo slittamento dalla diade oppresso/oppressore a quella vittima/colpevole permette di semplificare la complessità e di evitare ogni messa in discussione delle relazioni di potere, mantenendo intatto l’ordine simbolico e materiale che le produce.
Del resto, il nuovo reato di femminicidio si inserisce in un Codice penale che porta ancora evidenti tracce della cultura patriarcale e autoritaria da cui è nato. Non è un dettaglio linguistico che l’articolo sull’omicidio faccia ancora riferimento all’“uomo” e non alla “persona” (chiunque cagiona la morte di un uomo, recita l’art 575 c.p.). Così, paradossalmente, mentre si introduce il termine “femminicidio”, la morte di una donna che non rientri nella nuova fattispecie continuerà a essere rubricata come “uccisione di un uomo”.
Mentre si invoca il pugno di ferro contro i responsabili della violenza, si rifiuta di affrontare la questione alla radice, negando strumenti di conoscenza, rispetto e consapevolezza affettiva, con l’emendamento al disegno di legge Valditara, approvato dalla Commissione Istruzione della Camera, che vieta l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole secondarie di primo grado.
È in questo quadro che la Società della Ragione ha lanciato un appello pubblico alle deputate e ai deputati, invitandoli a respingere l’impianto autoritario della riforma. Tra le richieste dell’appello: la cancellazione dell’ergastolo come pena obbligatoria, la modifica della norma sull’omicidio per sostituire il termine “uomo” con “persona”, e la soppressione delle disposizioni che limitano l’accesso ai benefici penitenziari o che prevedono il coinvolgimento dei familiari delle vittime nelle decisioni sui condannati.
L’appello è disponibile sul sito de la Società della Ragione (https://www.societadellaragione.it/documenti/femminicidio-il-patriarcato-non-si-combatte-con-il-populismo-penale/) ed è ancora possibile firmarlo, per riaffermare con le parole della poeta Audre Lorde che “non si può smantellare la casa del padrone con gli strumenti del padrone” e che il patriarcato non si combatte con il populismo penale.
