Il Servizio sanitario nazionale, da troppo tempo alle prese con un sottofinanziamento cronico e un personale insufficiente e allo stremo, sta vivendo una crisi senza precedenti. Tempi di attesa insostenibili, otto Regioni che non garantiscono i Lea, un decimo della popolazione che rinuncia a cure e prestazioni, una spesa sanitaria a carico delle famiglie che supera i 43 miliardi di euro, con profonde diseguaglianze tra persone e territori: sono i numeri dello stato in cui versa quella che dovrebbe essere la principale infrastruttura sociale del Paese, a tutela del diritto fondamentale alla salute. E mentre avanza lo smantellamento del Ssn e la privatizzazione della salute, le persone sono sempre meno titolari di diritti ma consumatori di prestazioni sanitarie offerte dal mercato, per chi le può pagare.
Più di una volta il Presidente della Repubblica è intervenuto per rimarcare che “il Servizio sanitario nazionale è un patrimonio da difendere e adeguare”. Parole inascoltate dal governo.
Il Ddl di bilancio 2026 prevede risorse del tutto insufficienti ad affrontare il drammatico sottofinanziamento della sanità pubblica. Il finanziamento del Ssn tocca il valore più basso degli ultimi decenni. Porta il fabbisogno sanitario nazionale del 2026 ad appena il 6,15% del Pil (142,9 miliardi di euro), prevedendo un incremento di 2,4 miliardi e 2,65 miliardi rispettivamente per il 2027 e 2028. Assolutamente insufficienti a garantire il diritto alla salute ed a rispondere ai bisogni urgenti delle persone. Allontana ulteriormente l’Italia dai paesi europei più avanzati per investimenti nella sanità pubblica.
Sono importi economici che non consentono né la valorizzazione del personale né le nuove assunzioni, prevedendone solo il 20% di quelle che sarebbero necessarie per garantire almeno l’assistenza territoriale. Oltretutto le risorse non sono destinate al sostegno e al rafforzamento dell’attività ordinaria del servizio pubblico, ma sono in gran parte vincolate a specifici progetti. In particolare, sono ancora destinate al privato e al lavoro extra del personale, già allo stremo, finanziando prestazioni aggiuntive come l’intervento per l’abbattimento delle liste di attesa già fallito nel 2025: valori che indicano chiaramente l’arretramento del servizio pubblico.
Questa è la verità dei numeri. Basti pensare che si innalzano ulteriormente i tetti alla spesa per il privato convenzionato e per la farmaceutica, mentre resta il vergognoso tetto alla spesa sul personale.
A fianco della propaganda governativa e delle roboanti dichiarazioni della presidente del Consiglio, c’è la realtà dei numeri della legge di bilancio 2026, e il mondo reale con il progressivo allontanamento delle persone dalla tutela della sanità pubblica, perché il governo decide dolosamente di ridurre la quota di ricchezza del Paese da destinare alla sanità pubblica imponendo alle persone di pagare per curarsi, se possono permetterselo.
L’insufficiente finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale è destinato ad ampliare la forbice rispetto alla spesa sanitaria, a cui contribuiscono anche le Regioni, stimata in 7,5 miliardi di euro per il 2025 e che arriverà a 10,8 miliardi di euro nel 2028.
Con il governo che riduce l’impegno sulla sanità pubblica e le Regioni costrette a intervenire per non tagliare servizi e prestazioni, si va delineando una prospettiva destinata ad aggravare irreversibilmente la loro già precaria condizione economico-finanziaria. Anche la Corte dei Conti ha evidenziato come stiano crescendo le Regioni con disavanzi prima delle coperture, un fenomeno che si estende anche a quelle che finora avevano garantito equilibrio economico ed elevata qualità dei servizi.
Occorre garantire al Ssn risorse adeguate, raggiungendo progressivamente il finanziamento allineato ai valori medi europei e fissandolo a un livello non inferiore al 7,5% del Pil, con incrementi che devono essere interamente destinati al potenziamento di servizi e cure direttamente erogati dalle strutture del Ssn.
In occasione di un anniversario della legge 833/78, Luigi Berlinguer, che ne fu uno dei protagonisti e di cui quest’anno ricorre il decimo anniversario dalla morte, riconobbe alla Cgil il merito di aver fatto, “all’inizio degli anni ‘60, la prima proposta operativa di Servizio sanitario nazionale (Ssn)”, evidenziando come la Cgil fosse “una fonte insolita, perché fino ad allora tutti i sindacati e tutte le associazioni avevano teso soprattutto a mantenere la loro influenza diretta nei consigli d’amministrazione delle mutue”.
La legge 833/1978 istitutiva del Servizio sanitario nazionale, pubblico e universale, è stata una grande conquista, frutto anche di una straordinaria stagione di lotte dei lavoratori e delle lavoratrici e di grande partecipazione. Oggi, come allora, siamo chiamati a fare la nostra parte.