
Si è svolta a Palermo, dal 23 al 25 ottobre, l’11esima edizione di Sabir Festival, nato un anno dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, per “dare voce a quel Mediterraneo che non vuole arrendersi alle morti di frontiera e alla criminalizzazione delle persone in movimento”. Sono trascorsi dodici anni da quel 3 ottobre, e questo tempo è stato scandito da un susseguirsi di stragi e morti in mare. Lo stesso giorno di apertura del festival è giunta la notizia di un naufragio avvenuto nella notte al largo della Tunisia, con quaranta morti.
Tutto questo perché da quella strage, che si è consumata non al largo ma a poche bracciate dalla banchina del porto di Lampedusa, ogni lacrima e ogni parola spesa, anche dalle istituzioni, davanti alle centinaia di bare, è caduta nel vuoto. Ma le stragi nel Mediterraneo non possono cadere nel dimenticatoio, a rinnovare la memoria ci pensano i naufragi che avvengono di continuo, in una situazione sempre peggiore, con le frontiere dell’Europa sempre più rafforzate, il soccorso in mare diventato un crimine.
Le operazioni di salvataggio per anni condotte dalle navi di Guardia Costiera, Marina Militare e forze dell’ordine, sono state sostituite da operazioni di pattugliamento e respingimento con il coinvolgimento operativo della Libia e della Tunisia. Una situazione cambiata in peggio con la guerra ai migranti portata avanti dalle destre a livello europeo, che da anni diffondono la cultura dell’odio e la propaganda che allinea l’immigrazione ai problemi di sicurezza dei cittadini, alla concorrenza sul welfare e sul lavoro. Una guerra e una criminalizzazione fatta in mare e in terra, perché chi sbarca toccando il suolo europeo non deve avere vita facile.
Il diritto e le convenzioni internazionali a tutela delle persone in movimento hanno subito un duro colpo per volontà di molti Stati europei e della stessa Unione europea. Di fatto l’asilo politico, la protezione umanitaria, sono inapplicati in moltissimi casi e in diversi Paesi, per non parlare della guerra nei confronti di chi viene considerato “migrante economico”, perché anche fuggire dalla miseria è diventato un crimine.
In questa edizione di Sabir, piena di contenuti espressi in diversi linguaggi, si è parlato di asilo, accoglienza, della disumanità dei Cpr italiani, di esternalizzazione delle frontiere, dell’Albania, della pace e del lavoro.
La Cgil ha portato un contributo sul lavoro organizzando un panel dal titolo “Confini e muri: un Europa aperta solo allo sfruttamento?”. L’incontro è stato organizzato insieme a Solidar, rete europea di organizzazioni della società civile che opera per promuovere la giustizia sociale. Il tema è stato la relazione tra condizioni di lavoro e lo status delle persone migranti, dove la precarietà dei permessi di soggiorno, o la loro totale assenza, apre la strada allo sfruttamento dovuto alla ricattabilità di chi lavora, in un modello economico che tende a svuotare del tutto il valore sociale e umano del lavoro per il profitto. Una realtà diffusa e comune a tutti i Paesi dell’Ue, ancor di più aggravata dall’idea che la migrazione regolare debba essere solo consentita in relazione al fabbisogno di manodopera e di lavoro. Infatti, abbiamo da un lato il programma europeo “Talent Pool” fortemente criticato dal sindacato, e ci sono le leggi nazionali, Italia in primis, dove l’ingresso regolare è consentito solo per quote assegnate nei diversi settori produttivi e con la chiamata diretta dell’azienda. È l’idea di un’immigrazione da utilizzare, e spesso sfruttare, per esigenze produttive interne che nega il diritto di movimento delle persone.
Il confronto organizzato dalla Cgil ha visto coinvolte tre realtà europee; Solidar, Centro studi per la Pace della Croazia (Csp), Movimento per la pace dalla Spagna (Mpdl). Sono intervenuti Mikael Leyi, segretario generale di Solidar, Sara Kekuš del Cps, Maria José Moreno di Mpdl, Nicoletta Grieco (Cgil e Rete Sindacale Migrazioni Mediterranee e Subsahariane), Bijou Nzirirane (Cgil Palermo), con il coordinamento di Peppe Scifo, dipartimento Immigrazione-Internazionale della Cgil. Ha concluso i lavori Maria Grazia Gabrielli (segretaria confederale Cgil), tracciando una panoramica generale rispetto alla lavoro e al ruolo del sindacato nella questione delle migrazioni, affrontando tra i tanti temi toccati due aspetti su un piano comparativo: il caso italiano con i decreti flussi che non funzionano e aprono la strada al lavoro povero, sfruttato, senza sicurezza, e il caso spagnolo con una riforma nata dal confronto tra governo e parti sociali, che dà vita una legge organica sull’immigrazione che prevede la regolarizzazione delle persone senza documenti, secondo il principio che chi lavora non può essere irregolare.
Un modello, quello spagnolo, ha concluso Maria Grazia Gabrielli, dal quale il sindacato europeo e internazionale devono prendere spunto per portare avanti la battaglia a difesa della dignità delle persone migranti e del lavoro.
