Sono trascorsi due anni dalla firma del patto Meloni-Rama, l’accordo che ha portato alla costruzione di due centri di detenzione amministrativa nel nord dell’Albania – a Gjader e Shengjin – destinati al rimpatrio dei migranti sotto la gestione diretta del governo italiano. Un anniversario che non è passato sotto silenzio: a Tirana, la rete internazionale di associazioni Network Against Migrant Detention è scesa in piazza per denunciare un sistema di gestione dei flussi migratori considerato contrario alle norme costituzionali e internazionali.
E’ un sistema che – affermano gli attivisti – priva i migranti della libertà e della dignità, confinandoli in container metallici che diventano luoghi di isolamento e disperazione. Ridotti a una condizione di invisibilità, molti si difendono come possono, con gesti di autolesionismo e l’abuso di psicofarmaci. Le denunce sono raccolte nei dossier “Oltre la Frontiera” e “Ferite al Confine” del Tavolo Asilo e Immigrazione, che documentano un quadro allarmante di sofferenza e violazioni sistemiche.
Accanto alla questione dei diritti umani, emerge anche l’enorme insostenibilità economica del progetto: la costruzione e la gestione dei centri costano oltre 650 milioni di euro ai contribuenti italiani. Di questi, 127 milioni sono stati sottratti a risorse destinate ad altri ministeri, tra cui quello dell’Università e della Ricerca. Eppure, a fronte di 800 posti disponibili, appena una ventina risultano occupati, con un costo giornaliero di 72mila euro per posto, oltre dieci volte di quello di una struttura analoga in Italia. Un paradosso che mette in luce non solo l’inefficienza ma anche l’assurdità di un modello costruito sull’emergenza e sulla paura.
Si consolida così un sistema di detenzione amministrativa transnazionale, opaco e lesivo dei diritti fondamentali, che istituzionalizza l’esternalizzazione del diritto d’asilo. La conseguenza è una drastica riduzione delle garanzie giuridiche e della trasparenza procedurale: nascono “spazi di esclusione”, formalmente esterni al territorio italiano, ma sotto piena responsabilità del nostro Paese.
Nel quadro del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che entrerà in vigore nel giugno 2026, il cosiddetto “modello Albania” rischia di diventare un precedente europeo: una formula replicabile che normalizza la detenzione dei migranti fuori dai confini comunitari, allentando ulteriormente i vincoli di tutela dei diritti umani.
Il Tavolo Asilo e Immigrazione avverte che tale modello segna una deriva autoritaria e antidemocratica, in contrasto con i principi sanciti dal Trattato dell’Unione europea e dalla Costituzione italiana. Si assiste a una progressiva erosione del diritto d’asilo e dei valori democratici che dovrebbero fondare la nostra società. Una deriva che ripropone, sotto nuove forme, gli stessi schemi colonialisti del passato: decisioni prese altrove, corpi confinati altrove, responsabilità spostate altrove.
Sono questi elementi ad aver alimentato la mobilitazione internazionale che, davanti alle sedi delle istituzioni albanesi, italiane ed europee a Tirana, ha gridato il proprio dissenso. Tra le voci più autorevoli, quella della Ong albanese Hana, attiva nel comune di Lezhë, dove sorge il campo di Gjadër. La presidente Besmira Lekaj denuncia con forza il silenzio della stampa e delle istituzioni locali: “Abbiamo scoperto la costruzione del centro solo attraverso la stampa estera. È un attacco alla democrazia che il nostro popolo ha conquistato con sacrifici. Siamo ancora vittime di un sistema autocratico che serve gli interessi dei più forti e calpesta i più deboli. Nessuno parla delle condizioni disumane in cui vivono i migranti; eppure anche gli albanesi sono stati migranti e conoscono la sofferenza e il trauma dell’emigrazione. Le coscienze sono state messe a tacere con la promessa di lavoro e risorse economiche, ma la realtà è ben diversa: solo cinquanta operatori albanesi sono stati assunti dall’ente gestore Medihospes, con contratti precari e sotto la minaccia costante del licenziamento per chi osa denunciare”.
E’ un racconto che lascia dietro di sé rabbia, delusione e un senso di solitudine. Sentimenti che accompagnano gli attivisti fino ai cancelli del campo di Gjader, dove oggi sono trattenute 25 persone. Nel buio e nel freddo della notte si stagliano i muri di ferro che nascondono le celle: incubatrici di dolore, vere e proprie carceri dove la speranza diventa colpa: la colpa di essere nati nel posto sbagliato e di aver cercato una vita migliore. Un lager moderno costruito con la complicità dei nostri governi, promotori di uno sfregio nel cuore della democrazia europea. Un’Europa che continua a erigere muri e barriere, trasformandosi sempre più in una fortezza inaccessibile per chi non può permettersi un viaggio in prima classe.
Ma la protesta non si ferma. La rete internazionale promette di continuare con ogni mezzo, senza tregua, portando solidarietà e sostegno a chi è rinchiuso dietro quelle pareti grigie, sotto un unico grido che attraversa le frontiere: “You are not alone”.