
Una transizione attraverso misure legali e politiche.
Il 26 ottobre scorso, con una conferenza stampa, il Pkk – Partito dei lavoratori del Kurdistan ha annunciato il ritiro di tutte le sue forze dalla Turchia. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan naturalmente non ha raggiunto questa importante soglia dall’oggi al domani. Diamo un’occhiata ai mesi, perfino ai giorni, che sono trascorsi. Il 1° ottobre 2024, il segretario generale del partito Mhp – Partito del movimento nazionalista, Bahceli, ha stretto la mano ai membri del partito Dem – Partito dell’uguaglianza e della democrazia dei popoli, partito filo curdo. Poi è arrivato il 27 febbraio 2025: la voce che si è levata da Imrali di Abdullah Öcalan che ha cambiato il corso di un conflitto durato oltre quarant’anni.
L’appello di Öcalan al Pkk affinché deponesse le armi e si sciogliesse non è stato solo un appello; è stato un punto di svolta impresso nella memoria della storia.
Poi il 26 ottobre scorso abbiamo assistito a uno dei passi più critici e significativi per la Turchia. Il Pkk, che aveva precedentemente deciso di sciogliersi, ha annunciato il ritiro di tutte le sue forze dalla Turchia, ed ha dichiarato al mondo la sua insistenza su una soluzione diplomatica. Questa decisione è un passo che apre le porte a una nuova fase, offrendo la possibilità di costruire la pace. Il ritirare le proprie forze è anche l’espressione più concreta della determinazione sulla via della pace, un passo incrollabile verso una soluzione democratica e politica.
Questo passo è anche un passo verso la vittoria del presente secolo. Il ventesimo secolo è stato un secolo di conflitti, sofferenze, perdite e lacrime in Medio Oriente. Il ventunesimo secolo deve essere il secolo della pace. Della fraternità, dell’uguaglianza e di un futuro condiviso. Se la Turchia gestirà correttamente questo processo, presenterà al mondo un esempio di soluzioni attraverso il dialogo, darà speranza all’umanità e illuminerà il futuro.
Sulla base degli avvenimenti possiamo supporre che la prima fase si sia conclusa con la decisione del congresso del Pkk, la deposizione delle armi e il completamento del ritiro, e si sia aperta una nuova fase. La seconda fase sarà più critica e vitale: la realizzazione della pace sociale attraverso misure legali e politiche.
La nuova fase deve svilupparsi con leggi, diritti e libertà. Il linguaggio della politica e della democrazia deve essere rafforzato. Il diritto deve essere il fondamento della pace, e la giustizia deve essere il fondamento del futuro della Turchia.
I curdi adesso si aspettano che lo Stato e i partiti al potere si assumano le loro responsabilità. Tra queste, agire in conformità con la volontà di pace. I riflessi negativi e la retorica del passato devono essere abbandonati, e devono essere colte la mentalità e il linguaggio democratico del futuro. Deve essere stabilita una percezione del cittadino, non una percezione del nemico, una definizione corretta, non una definizione di minaccia. Deve essere sviluppato un linguaggio libertario, non orientato alla sicurezza, e una politica di speranza, non una politica di paura.
I guardiani del vecchio ordine, i detentori dello status quo e le potenze locali e internazionali che prosperano sul conflitto possono cercare di minare questo processo. Possono essere orchestrate provocazioni. Possono essere inventati scenari di paura e possono essere avviate campagne diffamatorie.
Attraverso la consapevolezza e la trasformazione sociale, dobbiamo tutti rafforzare la costruzione della pace e della democratizzazione. Nessuno dovrebbe considerarsi estraneo a questo processo. Non dovrebbe essere in una posizione di attesa. I nostri pensieri e le nostre valutazioni possono differire. Potremmo avere critiche. Queste ci rafforzeranno.
Questo è il mio appello agli intellettuali, agli accademici, agli scrittori, alle istituzioni e alla società civile di tutto mondo. È prezioso abbracciare la pace nonostante preoccupazioni e dubbi, come parte della nostra responsabilità nei confronti della società.
(5 novembre 2025)
