Professore di diritto penale internazionale alla John Moores University di Liverpool, nel team legale delle vittime di Gaza di fronte alla Corte di giustizia dell’Aja per la quale in passato ha assistito i giudici in merito alle situazioni in Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Kenya, Triestino Mariniello non usa giri di parole: “La Striscia è teatro di un genocidio”. Anche adesso che è in vigore un fragilissimo cessate il fuoco, il bollettino dei morti continua ad allungarsi, non risparmiando gazawi di ogni età.

Professore, a che punto è la notte?
“Penso sia il caso di dire che la notte non è mai stata così buia. Guardiamo alle macerie di Gaza, ma in Cisgiordania non si è mai vista una situazione tanto tragica. Penso sia opportuno riaccendere la luce anche lì, sulla West Bank, dove le violenze dei coloni supportate dall’esercito, quindi dallo Stato israeliano, sono all’ordine del giorno. I piani di insediamento illegale vanno avanti, e nei fatti bloccano qualsiasi continuità territoriale palestinese. Inoltre in Cisgiordania il numero di uccisioni, nonché di detenzioni arbitrarie, non è mai stato così alto come dopo il 7 ottobre. I soli detenuti ‘amministrativi’, cioè che non hanno commesso reati, sono 2.300, fra questi anche bambini. Sul punto bisogna specificare che la detenzione amministrativa si basa su prove secretate, questo vuol dire che la persona non saprà mai i motivi per cui è stata arrestata e poi detenuta. Sulla carta viene garantito un diritto di difesa, ma non viene applicato. La detenzione viene giustificata per motivi di sicurezza, e né le persone né i loro avvocati sono a conoscenza delle ragioni specifiche. Quanto a Gaza, l’unica notizia buona è che i bombardamenti si sono almeno ridotti rispetto a prima, anche se sono quasi 250 le persone uccise dall’inizio del cessate il fuoco”.

Come valuta il cosiddetto ‘piano Trump’ per la pace nella martoriata Palestina?
“Qualsiasi piano di pace che non coinvolge la principale parte in causa, cioè le vittime, non è un piano di pace. Da decenni si parla di piani di pace nel contesto israelo-palestinese, e da decenni non si coinvolgono i palestinesi. Questa non è la prima volta. Anche il cosiddetto ‘accordo del secolo’, come lo ha chiamato Donald Trump, è sostanzialmente un accordo tra Israele e Stati Uniti imposto alla Palestina e a tutta l’area mediorientale. Ed è il motivo per cui sarà destinato a fallire. Inoltre a Gaza, sotto il punto di vista giuridico, è ancora in corso un genocidio. La popolazione continua ad essere affamata, il valico di Rafah è stato riaperto solo sporadicamente. E anche quando entra qualcosa, questo è niente rispetto ai fabbisogni di chi si trova nella Striscia. Non si consente l’ingresso di aiuti umanitari e non si consente l’ingresso dei giornalisti, come aveva chiesto la Commissione della Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite. Poi non si permette nemmeno un minimo di ripristino del sistema sanitario. Del resto uno degli obiettivi di Israele era proprio quello di distruggere il sistema sanitario di Gaza per rendere invivibile la Striscia. Il piano Trump di per sé si pone in contrasto con il diritto internazionale, credo sia sempre importante ribadirlo. Sui famosi 20 punti è veramente difficile trovarne uno che sia un po’ in linea con il diritto internazionale: prima di tutto perché disconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, principio che come dice sempre la Corte internazionale di giustizia, massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite, non può essere bilanciato né con eventuali questioni di sicurezza di Israele, né con altre argomentazioni. Il piano Trump inoltre fa diventare materia di negoziazione anche principi che non sono assolutamente negoziabili come l’ingresso degli aiuti umanitari. Nel diritto internazionale è dalla fine del diciannovesimo secolo, non da oggi, che gli aiuti non debbano essere una materia di negoziato, proprio per evitare che diventino anch’essi un’arma di guerra. Infine il piano non prevede una qualsivoglia forma di accertamento delle responsabilità di tutto quello che è successo in questi due anni. Quindi del genocidio e dei crimini di guerra. Non è prevista alcuna forma di riparazione, di risarcimento nei confronti dei palestinesi. Sostanzialmente il piano Trump contribuisce a seppellire tutto sotto la sabbia”.

Sabbia che seppellisce anche tutte e tutti i giornalisti uccisi in questi due anni, quasi 300, assassinati perché si ostinavano a documentare quanto stava accadendo.
“Sono stato recentemente a Istanbul, al Tribunale di Gaza che ha sede all’Università. Lì c’erano proprio i giornalisti ancora in vita che raccontavano come nemmeno messi insieme in tutti gli altri conflitti si arriva al numero dei loro colleghi uccisi a Gaza in questi anni. Una situazione incredibile”.

Sul piano giuridico, il riconoscimento dello Stato di Palestina è tornato al centro del dibattito politico internazionale. Si tratta di un reale passo avanti? Da una parte c’è uno Stato, Israele, dall’altra una popolazione senza Stato.
“Di fatto il riconoscimento è solo un atto formale, che serve a poco se non viene seguito da atti sostanziali, concreti, efficaci. Serve soltanto alle diplomazie europee e occidentali, penso al Canada e all’Australia, per cercare di ‘resuscitare’ una risoluzione a cui sono molto affezionati, quella dei due Stati, anche se nei fatti è impossibile metterla in pratica. Non per caso è un argomento che attualmente, nella società civile palestinese, riscuote ben poco interesse. Quando hai settecentomila coloni nel territorio occupato e quando non hai continuità territoriale, di quale Stato stai parlando? Piuttosto credo che il riconoscimento, arrivato anche da Paesi molto vicini a Israele in questi due anni, leggi Gran Bretagna e Francia oltre appunto a Canada e Australia, sia solo servito ai loro governi per alleggerire le pressioni a cui erano sottoposti dalle mobilitazioni della società civile. Se poi guardiamo agli altri Paesi europei, notiamo che, come sempre, non si sono mossi all’unisono. Ne abbiamo alcuni che stanno adottando misure serie, concrete, come la Spagna e in parte il Belgio e l’Irlanda. Al contrario c’è una lunga lista di Paesi che sono andati avanti come se nulla fosse. Business ad usual, come direbbe Mario Draghi. Tra Germania, Gran Bretagna e, in misura minore, l’Italia, parliamo dei principali esportatori di armi e di materiali ‘dual use’ per Israele, dopo naturalmente gli Stati Uniti. Detto questo, ripeto che il riconoscimento della Palestina sembra una foglia di fico per nascondere tutto il resto. Il caso emblematico è quello della Gran Bretagna: anche dopo il riconoscimento, Londra ha continuato ad esportare armamenti, compresi i pezzi degli F-35, gli stessi caccia usati per bombardare la Striscia di Gaza. In definitiva il riconoscimento dello Stato di Palestina deve avvenire all’interno di un contesto di misure più ampie, volte a porre fine all’occupazione. Non lo dico io, lo dice il diritto internazionale, lo dice la Corte internazionale di giustizia”.

Fra queste misure più ampie, è possibile sottoporre Israele a sanzioni per le violazioni del diritto internazionale, come è accaduto alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina?
“Certamente. Le sanzioni possono essere adottate, secondo il diritto internazionale, sia individualmente da ogni singolo Stato che da gruppi di Stati. Le sanzioni prima di tutto vogliono dire l’embargo totale alla vendita di armi, ma questo nessuno lo ha voluto fare. Nel gennaio 2024, se non vogliamo andare troppo indietro nel tempo, quando la Corte di giustizia ha detto che c’era il rischio di genocidio, gli Stati avrebbero potuto porre un embargo totale di armi nei confronti di Israele, armi e qualsiasi materiale utilizzato come materiale militare, come ad esempio il nitrato di ammonio che è un fertilizzante e quindi un oggetto civile che però Israele usa come potente esplosivo per distruggere le abitazioni di Gaza city. In proposito, l’Italia è diventato il primo esportatore di nitrato di ammonio”.

Professore, in questa situazione disperante, che fare?
“Occorre sostenere i procedimenti internazionali in corso, sostenere anche la sospensione degli accordi in vigore tra Unione europea e Israele. Soprattutto sostenere il dispiegamento di una forza di pace per la protezione della popolazione civile all’interno della Striscia. Non c’è alternativa. É necessaria una forza indipendente, imparziale, che protegga i civili e che garantisca l’accesso ai beni essenziali. Lo ripeto: gli aiuti umanitari non possono essere usati come merce di scambio. In definitiva noi non possiamo permetterci, a tutte le latitudini, di ‘normalizzare’ un contesto del genere. La storia ci insegna che quando si normalizzano situazioni del genere, in seguito si ripetono ai danni di altri popoli. Il diritto internazionale si è strutturato per evitare che si ripetesse quello che è successo nella seconda guerra mondiale. Ma se a Gaza salta qualsiasi regola, salta ovunque. Infatti stiamo assistendo a un’escalation di minacce, penso alla Groenlandia, o al Venezuela. E se i paesi alla fine hanno adottato qualche misura in linea con il diritto internazionale, lo hanno fatto perché i loro governi sono stati messi sotto pressione dalla società civile”.
(4 novembre 2025)