
Recupero salariale e miglioramenti nell’inquadramento nella vertenza del laboratorio di analisi TomaLab di Busto Arsizio.
Partiamo dalla conclusione. In seguito a 23 ricorsi per sotto-inquadramento depositati presso il Tribunale di Busto Arsizio, il laboratorio di analisi TomaLab ha dovuto conciliare riconoscendo alle proprie lavoratrici oltre 400mila euro di arretrati per differenze retributive. Non è tutto. La vertenza sindacale, portata avanti dalla Filcams Cgil di Varese, si sta concludendo con l’aumento di almeno un livello a testa che vale un minimo di 200 euro per ogni mensilità. Fino a qui i dati quantitativi. Ma forse ancor più interessante dei numeri è il percorso che ha portato al consolidamento di questi risultati, capace di illuminare in maniera plastica cosa rappresentino oggi molti luoghi di lavoro.
TomaLab è un laboratorio di analisi genetiche e diagnostiche con sede a Busto Arsizio e circa 85 dipendenti. Negli anni è diventato un punto di riferimento nel proprio campo. I lavoratori hanno competenze avanzate in anatomia patologica, oncologia di precisione, malattie rare, patologia clinica, citogenetica, genetica molecolare, forense e riproduttiva. E tuttavia queste professionalità, fino a oggi, non erano minimamente riconosciute. I tecnici di laboratorio, iscritti ad un apposito albo e in possesso almeno di laurea triennale, erano equiparati a un addetto alle vendite, lo stesso livello di un cassiere o uno scaffalista della grande distribuzione. Discorso analogo per le altre figure sanitarie, ma i sotto-inquadramenti non risparmiavano nemmeno magazzinieri e amministrativi.
La situazione era ulteriormente complicata dalla scelta datoriale di applicare il Ccnl del terziario, che è per nulla attinente al settore e alle mansioni effettivamente svolte da lavoratrici e lavoratori. Nel corso della vertenza si è dovuto quindi lavorare sulle analogie più che sulle certezze, perché il Ccnl inquadra addetti alle vendite o capi reparto in luogo di tecnici di laboratorio e biologi.
Quello appena rappresentato è uno spaccato fedele del mondo del lavoro in Italia, dove le professionalità non sono riconosciute e, salvo rare eccezioni, vale il medesimo principio: chiedere alle persone di lavorare un po’ di più per un po’ meno soldi. Ciò è vero nelle aziende grandi come in quelle piccole, nei settori a basso valore aggiunto come in quelli con margini maggiori. E, come dimostra il caso TomaLab, non importa quanto sia privilegiata la posizione di ciascuno, nessuno è al riparo dal diluvio. Il modello rimane quello dello sfruttamento allo sfinimento di ogni risorsa, umana o naturale. O, come si diceva una volta, di una selvaggia rincorsa all’estrazione del plusvalore.
L’unica variabile capace di far saltare in aria questo schema rimane la presenza di una voce autonoma rispetto al potere gerarchico datoriale, una voce capace di far valere le ragioni dei lavoratori. Viviamo una fase di generale arretramento di salari e condizioni di lavoro, che si unisce alla diffusa sfiducia di poter cambiare collettivamente il proprio destino. Pur in queste temperie, all’interno dei luoghi di lavoro il ruolo di un sindacato capace di esercitare conflitto rimane insostituibile.
La vertenza di TomaLab è stata possibile anche grazie a un tasso di sindacalizzazione che negli anni è arrivato a superare il 50%. Ma perché la nostra azione non rimanga una fatica di Sisifo nella quale ogni giorno si è costretti a ripartire da capo, avremmo la necessità di affiancare all’azione sindacale un più ampio progetto di riforma della società e dei meccanismi del capitalismo. Nel frattempo, occorre rispondere colpo su colpo.
