La mia storia nella Cisl, “fra le dita”.

Mi è stato chiesto di ripercorrere, brevemente, la mia storia e la mia vicenda, incredibile, nella Cisl con il suo triste epilogo e licenziamento disciplinare per “giusta causa”, maturato in un luogo formativo e in teoria educante, come il “mitico” Centro Studi Nazionale di Firenze.
Ho vissuto nella Cisl oltre venti anni della mia vita militante e professionale, tredici dei quali proprio presso il Centro Studi. Ho ricoperto incarichi apicali, anche a livello europeo, soprattutto nell’ambito delle politiche del mercato del lavoro e della formazione professionale e continua e dell’educazione degli adulti.
Per questo vorrei ricordare un passaggio dell’introduzione alla terza edizione del mio volume: “Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro”, che riprende il discorso del cantautore e romanziere italo-albanese Ermal Meta, a Taranto, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, a cinquanta anni dalla pubblicazione di“Lettera a una Professoressa”: “Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale. Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione di conoscere me stesso, di imparare. Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile. Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire dei sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada (…) C’è sempre spazio dentro di noi per tutto quello che è stato e quello che c’è. La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…) Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a fare del male al pianeta in cui viviamo. Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno: il mondo siamo noi, siamo migranti del tempo. Attraversando questo tempo, dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…) Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo”.
E’ vero, anche io ho disobbedito. Ho detto dei no, per dire dei sì. Non mi sono piegato alla sudditanza alla “narrazione meloniana” del mio sindacato, non ho accettato censure inaccettabili, non ho assecondato chi parlava di “frantumare le persone” e, a Taranto, di fronte ai veleni dell’Ilva, svendeva, contemporaneamente, l’ambiente e le persone stesse, il futuro della città con i lavoratori e le lavoratrici dentro.
Proprio per questo ho pagato, subendo quarantasei contestazioni disciplinari (la più seria legata ad una foto di un calciobalilla del Centro Studi pubblicata sui social, rovinando la sorpresa di una fantomatica inaugurazione che non c’è mai stata), una infame sospensione cautelativa, un licenziamento nullo, illegittimo, gravatorio, discriminatorio. Subito impugnato.
Proprio per questo sono stato registrato di nascosto, diffamato in ogni luogo, diffidato con richieste di risarcimento da segretari confederali, solo per le mie idee e i miei articoli, a volte duri, mai volgari o fuori dalle “regole”.
Un licenziamento certamente anche politico, nonostante Daniela Fumarola e i suoi sodali si ostinino a negarlo, anche con minacce violente alla stampa libera.
Tornando al Centro Studi di Firenze, cinque anni fa, davo alle stampe il volume: “Sapere, Libertà, Mondo”, la biografia di un ex direttore, un grande leader della sinistra sindacale trasversale alle tre confederazioni: Pippo Morelli. Il sindacalista emiliano ricordava sempre come non fosse fuori luogo, anche in Cisl, chiamarsi “compagni” (usanza rimasta, in declino, fino alla metà degli anni Duemila). Senza dare a questo un connotato confessionale, Morelli ricordava come i “compagni” fossero coloro che “spezzano il pane insieme”.
Tutto ciò è coerente con l’essenza e l’etimologia del sindacato e del sindacalismo (quelli veri): Sin dike: “Fare giustizia insieme”. Questo valeva nel ‘900, quando don Lorenzo Milani indicava nel rappresentare i lavoratori e nel vivere in mezzo a loro, una delle vie maestre per “praticare l’amore e dare un senso alla vita. Cercare un fine”. Vale anche oggi e per il futuro.
Il sindacato non è solo un mezzo, non è solo prosa, pane, bisogni, interessi. Certamente. Il Sindacato è, però, anche poesia, sogno, visione, rose, ideali, aspirazioni condivise. Il Sindacato non è, mai, Io, è, sempre, Noi. Il Sindacato, ci ricordava Pierre Carniti, indimenticato segretario generale della Cisl, è sostanzialmente “cosa impossibile da dire” e “Speranza”. Carniti, da sindacalista concreto quale era, completava sempre la frase, parafrasando Aristotele: “Speranza significa sogno da compiere da svegli”.
Se calpestano i sogni in via Po, noi non smetteremo di sognare. Mai. Da svegli, come ci suggeriva e invitava sempre Pierre.
(5 novembre 2025)