
L’accordo di liberalizzazione commerciale Ue-India non è solo un trattato commerciale. È un atto politico che ridefinisce equilibri di potere, modelli di sviluppo e priorità sociali. Così com’è, rischia di rafforzare grandi imprese e interessi finanziari, scaricando i costi su lavoratori, agricoltori, Pmi e sistemi di welfare. Senza trasparenza, senza condizionalità vincolanti su diritti e ambiente, senza valutazioni cumulative degli impatti sociali e industriali, questa “madre di tutti gli accordi” rischia di diventare l’ennesimo compromesso miope, incapace di conciliare commercio e giustizia sociale. In gioco non c’è solo il futuro della politica commerciale indiana o europea, ma la credibilità stessa dell’Ue come attore normativo globale e la possibilità, per l’India, di perseguire uno sviluppo autonomo, inclusivo e democratico.
Dopo quasi vent’anni di negoziati intermittenti, sospensioni e rilanci, l’Unione europea e l’India guidata da Narendra Modi hanno annunciato la conclusione dell’Accordo di libero scambio Ue-India. La firma, celebrata al vertice bilaterale tra Nuova Delhi e Bruxelles, è stata presentata come un evento epocale: la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, lo ha definito il più grande accordo commerciale mai concluso dall’Ue per popolazione coinvolta e potenziale economico; Modi lo ha ribattezzato “la madre di tutti gli accordi commerciali”.
Dietro questa enfasi retorica, tuttavia, si cela un passaggio molto più profondo e controverso: una trasformazione strutturale della politica commerciale indiana e, al tempo stesso, una conferma delle ambiguità strategiche dell’Unione europea, sempre più pronta a sacrificare diritti sociali, trasparenza democratica e coerenza normativa sull’altare della competizione geopolitica globale.
L’accordo Ue-India si inserisce in una fase di frammentazione dell’economia mondiale, di crisi del multilateralismo commerciale e di ritorno aggressivo del protezionismo selettivo. In poche settimane, l’India ha annunciato non solo la conclusione dell’intesa con l’Ue, ma anche un accordo commerciale con gli Stati Uniti, promosso direttamente da Donald Trump attraverso la piattaforma Truth Social e formalizzato con una dichiarazione congiunta Usa-India. Nel giro di dieci giorni, Nuova Delhi ha quindi ridisegnato il proprio posizionamento commerciale internazionale.
Secondo le informazioni disponibili, l’accordo con Bruxelles prevede la riduzione o eliminazione dei dazi su circa il 90% delle linee tariffarie Ue, con l’obiettivo di arrivare al 95-99% nel medio periodo. Parallelamente, l’intesa con Washington comporterebbe una riduzione delle tariffe reciproche statunitensi dal 50% al 18%. Nel linguaggio ufficiale, si tratta di un “win-win”.
Ma è davvero così? Organizzazioni della società civile indiana riunite nel Forum for Trade Justice parlano senza esitazioni di una “svolta tettonica”. Non tanto per la dimensione degli accordi, quanto per la loro qualità politica: per la prima volta, l’India sembra rinunciare in modo sistematico agli strumenti di politica industriale e regolatoria che aveva difeso per decenni nei negoziati multilaterali.
Già negli ultimi anni Nuova Delhi aveva avviato una graduale apertura attraverso accordi con Emirati Arabi Uniti, Efta, Regno Unito e Nuova Zelanda. Tuttavia, Ue e Usa rappresentano un salto di scala senza precedenti: mercati enormi, fortemente competitivi, dotati di capacità regolatorie e tecnologiche incomparabili rispetto a quelle dei precedenti partner. Il nodo centrale non è solo l’abbattimento dei dazi, ma la compressione dello spazio di politica pubblica: la capacità dello Stato indiano di proteggere settori sensibili, orientare lo sviluppo tecnologico, sostenere le piccole e medie imprese, garantire accesso a beni essenziali come cibo, salute, energia e servizi digitali.
Sul fronte agricolo, il governo indiano ha assicurato che settori altamente sensibili – come cereali di base, riso, zucchero e parte del lattiero-caseario – sarebbero stati esclusi dalle riduzioni tariffarie nell’accordo con l’Ue. Questo ha offerto un temporaneo sollievo ai piccoli agricoltori, pilastro sociale ed economico del paese.
Tuttavia, le informazioni sull’accordo con gli Stati Uniti restano opache, e proprio qui si concentrano le maggiori preoccupazioni. Si ipotizzano riduzioni tariffarie su prodotti chiave come cotone, olio di soia, semi oleosi e legumi: comparti cruciali per il reddito agricolo indiano e già esposti a forti oscillazioni di prezzo. L’ingresso di prodotti statunitensi, sostenuti da massicci sussidi pubblici, rischia di schiacciare i produttori locali. E di introdurre, triangolando, merci americane sul mercato europeo alle condizioni facilitate concesse ai partner indiani.
Uno degli aspetti meno discussi ma più incisivi riguarda l’uso di standard tecnici, sanitari e ambientali come strumenti di selezione commerciale. L’Ue rivendica standard “scientifici e rigorosi”, che però funzionano spesso come barriere non tariffarie per i produttori del Sud globale. Misure come il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) colpiscono, pur con indubitabili benefici di medio periodo in termini climatici e regolatori, settori chiave dell’export indiano – acciaio, alluminio, fertilizzanti – erodendo i benefici tariffari promessi. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno una lunga storia di imposizione unilaterale di standard e procedure regolatorie nei loro accordi bilaterali, pretendendo apertura totale ai propri prodotti senza garantire reciprocità.
Il rischio è chiaro: mercati indiani aperti, ma accesso limitato e condizionato per le esportazioni indiane, con un forte squilibrio di potere regolatorio.
Il settore manifatturiero è forse quello in cui l’accordo Ue-India segna la rottura più netta con il passato. L’impegno a ridurre i dazi sulle automobili dal 110% al 10%, seppur attraverso quote e fasi transitorie, rappresenta un abbandono esplicito della strategia di industrializzazione guidata dallo Stato. Per anni l’India aveva utilizzato tariffe elevate per attrarre investimenti diretti, promuovere trasferimento tecnologico e costruire catene del valore locali. L’accordo compromette questa impostazione e crea un precedente che, per effetto della clausola di nazione più favorita, potrebbe estendersi ad altri partner. A ciò si aggiunge l’impegno ad acquistare fino a 500 miliardi di dollari di beni statunitensi, inclusi aeromobili, veicoli, combustibili ed etanolo. Una scelta che rischia di indebolire programmi come ‘Make in India’ e i Production-Linked Incentives, oltre a vincolare l’India a forniture energetiche più costose, abbandonando alternative più economiche. E rischia di aumentare le possibilità di triangolazione per gli Stati Uniti, che aggirerebbero, così, richieste di reciprocità sui propri stessi dazi che ancora in parte penalizzano le imprese europee.
Nel settore dei servizi, l’accordo con l’Ue è particolarmente incisivo. L’India ha accettato di consolidare livelli di liberalizzazione superiori a quelli concessi a qualsiasi altro partner, includendo per la prima volta ambiti come il dragaggio e la posa di cavi marittimi. Sono previste aperture nei servizi finanziari, nella governance delle imprese e nella presenza di manager stranieri, aumentando l’influenza europea nelle joint venture. Ancora più significativo è l’impegno ad adottare gran parte delle regole del Wto Domestic Regulation Joint Initiative, che l’India aveva finora osteggiato. Questo limita drasticamente la capacità di progettare regolazioni pubbliche orientate allo sviluppo.
Nel capitolo digitale emergono luci e ombre. L’accordo Ue-India riprende elementi dell’iniziativa plurilaterale Wto sull’e-commerce, a cui l’India si era sempre opposta per preservare spazio di manovra industriale. Sebbene non vi siano impegni espliciti sulla libera circolazione dei dati, le concessioni su codice sorgente e commercio elettronico rappresentano una breccia significativa.
Il fronte statunitense è ancora più preoccupante: Washington spinge per rendere permanente la moratoria Wto sui dazi sulle trasmissioni elettroniche. Studi del South Centre stimano che questa scelta sia già costata all’India miliardi di dollari in entrate fiscali mancate, risorse cruciali per politiche sociali e climatiche.
Le disposizioni sulla proprietà intellettuale restano avvolte nel silenzio, ma i segnali sono allarmanti. L’Ue ha storicamente richiesto clausole Ttips-plus: estensione dei brevetti, data exclusivity, rafforzamento dell’enforcement. Gli Usa puntano da anni a smantellare salvaguardie come la Sezione 3(d) della legge indiana sui brevetti, fondamentale per contrastare l’evergreening farmaceutico. Un rischio particolarmente grave è l’eventuale adesione a Upov 1991, che limiterebbe il diritto degli agricoltori a conservare e scambiare sementi, smantellando un pilastro della sovranità alimentare indiana.
Sul piano sociale, l’accordo conferma una tendenza ormai strutturale della politica commerciale europea: capitoli su commercio e sviluppo sostenibile privi di vincoli reali. L’India non ha ratificato le principali convenzioni Ilo su libertà sindacale e contrattazione collettiva; milioni di lavoratori restano nell’informalità. Le denunce di organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International sul clima repressivo sotto il governo Modi non trovano alcuna traduzione giuridica nell’accordo. I diritti restano dichiarazioni di principio, senza sanzioni né meccanismi applicativi. Forse l’elemento più inquietante è la mancanza di trasparenza. Nonostante l’annuncio della conclusione dell’accordo, i testi non sono pubblici. Settori cruciali – appalti pubblici, energia, materie prime, investimenti, indicazioni geografiche – potrebbero essere oggetto di negoziati paralleli, da rivelare in seguito. Nel caso dell’accordo Usa-India, il linguaggio sulla “armonizzazione delle politiche economiche verso terzi paesi” solleva il timore di un allineamento forzato alle strategie statunitensi: una forma di subordinazione che il Forum for Trade Justice non esita a definire neo-coloniale.
Davvero ci rassegniamo a vedere il progetto europeo tornare alle sue crudelissime radici?
