Da Katmandu a Katmandu. E con la musica rap come sottofondo. Stiamo parlando delle elezioni nepalesi che lo scorso 5 marzo hanno visto vittorioso un personaggio inedito, sorprendente anche se già conosciuto come sindaco della capitale. Quel Balendra Shah, leader del partito liberal-centrista Rastriya Swatantra Party, rapper e ingegnere, che ha superato il 53% dei consensi della Camera dei rappresentanti, composta da 275 seggi assegnati con un sistema elettorale che combina maggioritario e proporzionale.

Un successo conseguito a scapito dei tradizionali partiti del Paese himalayano, a partire dalle due formazioni comuniste, il Partito comunista marxista-leninista dell’ex premier Khadqa Prasad Sharma Oli, e il Partito comunista maoista, che aveva guidato la “guerra popolare” contro la monarchia tra il 1996 e il 2006, fino alla proclamazione della Repubblica nel 2008. Sconfitta netta anche per lo storico Partito del Congresso, che invano aveva tentato di giocare la carta del nuovo presidente Gagan Thapa.

L’affluenza al voto è stata del 58%: 10 milioni di elettori ed elettrici sui 19 milioni di aventi diritto, a fronte di una popolazione di oltre 30 milioni di abitanti.

Il successo di Shah è figlio delle rivolte che lo scorso autunno hanno scosso il Paese. A riempire le piazze sono stati i giovani della cosiddetta Generazione Z, la definizione con cui i media hanno voluto designare rivolte e mobilitazioni giovanili che si sono susseguite in diversi Paesi africani e asiatici, oltre che latinoamericani.

In Nepal lo spunto della protesta, la cui repressione ha prodotto 76 morti e oltre duemila feriti, è stato il blocco dei social-network. Ma la corruzione e le difficoltà economiche che colpiscono una popolazione molto giovane hanno fatto il resto (vedi: https://www.sinistrasindacale.it/2025/09/29/nepal-il-crollo-del-sistema-politico-per-la-rivolta-della-generazione-z-di-leopoldo-tartaglia/).

Se in Bangladesh le elezioni dello scorso febbraio, dopo la rivolta della Generazione Z che aveva cacciato l’autocrate Sheikh Hasina, sono state vinte dallo storico Partito nazionalista Bnp, in Nepal il giovane e spigliato Shah è diventato un naturale punto di riferimento per il movimento, una parte del quale non disdegnerebbe un ritorno della monarchia giudicando deludente l’esperienza repubblicana.

Dopo le dimissioni di Oli dello scorso settembre era stata nominata premier ad interim, sulla base di un sondaggio via social, la giudice supremo Sushila Karki che aveva annunciato le elezioni anticipate.

L’abbattimento della monarchia dopo 240 anni di vita e la nascita di una Repubblica, nel 2008, con un governo fortemente caratterizzato a sinistra – le prime elezioni sono state vinte dal Partito maoista degli ex guerriglieri – costituivano un cambiamento che aveva riempito di speranza la popolazione, corroborata il 28 ottobre 2015 quando il Parlamento aveva eletto come presidente per la prima volta una donna, Bidhya Devi Bhandan. Nel lungo e faticoso processo per redigere la nuova Costituzione, entrata in vigore il 20 settembre del 2015, erano state inserite importanti garanzie per le donne, particolarmente discriminate nel Paese asiatico.

Tuttavia in questi quasi vent’anni di Repubblica ad affermarsi non è stata tanto la buona politica quanto una cronica instabilità, che ha prodotto ben quattordici governi frutto di divisioni interne ai partiti e alle coalizioni formate di volta in volta. E della corruzione: “Alcuni dei casi più recenti – informa Il Post – riguardano 71 milioni di dollari di tangenti per la costruzione di un aeroporto internazionale, e la sottrazione di fondi destinati a nepalesi espulsi dal Buthan e poi dagli Stati Uniti”.

Proprio la fine di questa instabilità dovrà essere il primo obiettivo da raggiungere per il presidente rapper, che dovrà barcamenarsi tra i 118 partiti che si sono presentati all’appuntamento elettorale. Malgrado il Nepal sia stato “promosso” passando dallo stato di “paese sottosviluppato” a “paese in via di sviluppo” – che significa anche la fine di finanziamenti da parte della Banca mondiale e della Banca asiatica di sviluppo – permangono importanti sacche di povertà. “Un quarto della popolazione nepalese – riporta sempre Il Post – vive sotto la soglia di povertà. Il tasso di disoccupazione è al 12,6%, e tra le generazioni più giovani supera il 20%. Molti sono costretti a cercare lavoro all’estero, nei paesi del golfo Persico o in Malaysia”.

Un ruolo importantissimo nel tenere a galla il Paese è costituito infatti dalle rimesse degli emigrati, che nel 2024 hanno raggiunto la cifra di 11 miliardi di dollari, un quarto dell’economia. Il combinato disposto di questo elemento con gli effetti positivi dei precedenti governi comunisti nella lotta alla povertà hanno migliorato la situazione. Ma non è bastato.

Gli obiettivi che dovrà raggiungere Shah sono una maggiore redistribuzione delle risorse, e la lotta ad un malcostume che fa del Nepal uno dei Paesi più corrotti dell’Asia.

(9 marzo 2026)